Petrolio, dollaro e rendimenti USA su: ecco perché il boom delle quotazioni nuoce meno all’economia americana

Rendimenti al 3% per i decennali americani e dollaro ai massimi da dicembre. Sui mercati si scommette su tassi USA più alti e il fattore petrolio incide meno negativamente sull'economia a stelle e strisce.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Rendimenti al 3% per i decennali americani e dollaro ai massimi da dicembre. Sui mercati si scommette su tassi USA più alti e il fattore petrolio incide meno negativamente sull'economia a stelle e strisce.

I rendimenti americani a 10 anni sono saliti ieri ai massimi dalla metà del 2011, attestandosi al 3,07% in chiusura, ma arrivando a toccare il 3,09% nel corso della seduta. Il Treasury a 2 anni ha chiuso al 2,58%, segnalando uno spread 10/2 anni di 49 punti base, in allargamento dai 45 punti della seduta di lunedì. E tale differenziale viene monitorato con attenzione dal mercato per anticipare un’eventuale inversione della curva dei rendimenti, generalmente segnale negativo per l’economia americana nei successivi trimestri. Al momento, lo spread si attesta ai livelli più bassi dall’estate del 2007, guarda caso poco prima che esplodesse la crisi finanziaria negli USA e dopo nel resto del mondo. E allo stesso tempo, il dollaro si è portato mediamente ai livelli di cambio massimo dal dicembre scorso, oltrepassando la soglia di 93, critica per gli analisti. In sostanza, il biglietto verde ha guadagnato il 5,2% in 3 mesi, cosa che dovrebbe già iniziare a impattare negativamente sull’inflazione, ossia riducendo i costi dei beni importati.

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La corsa del dollaro e dei rendimenti appare legata: il mercato assiste alla pubblicazioni di dati economici positivi negli USA, con la disoccupazione scesa al 3,9%, ai minimi dall’anno 2000, mentre il pil dovrebbe accelerare sopra il 3% tendenziale nel secondo trimestre, con un’inflazione ancora poco sopra il target del 2% e consumi in crescita. Per la prima volta, ieri gli analisti di CME hanno iniziato a scontare 4 rialzi dei tassi da parte della Federal Reserve per quest’anno. Dunque, il mercato si aspetta una politica monetaria americana più restrittiva per via dell’ottimo stato di salute dell’economia americana.

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Ad assecondare tali aspettative vi è il petrolio, le cui quotazioni hanno superato i 78 dollari al barile per il Brent e i 71 per il Wti, questa settimana, salendo in entrambi i casi ai massimi da 3 anni e mezzo. Il caro greggio rafforza le aspettative di inflazione e inevitabilmente spinge gli investitori a pretendere rendimenti più elevati sui bond. Al contempo, essendo i tassi americani più alti di quelli vigenti nel resto del mondo avanzato, i capitali affluiscono negli USA, sostenendo il dollaro e, in un certo senso, frenando la lievitazione dei rendimenti per via della solida domanda di Treasuries. Il Bund decennale è salito anch’esso allo 0,63%, segnando un rialzo di 10 punti base in meno di un paio di settimane. Lo spread Treasury-Bund, tuttavia, resta in area 245 bp o 2,45%, ovvero ai massimi dalla caduta del Muro di Berlino, segnalando un cambio euro-dollaro debole. In effetti, questo ha ripiegato ormai vistosamente nelle ultime settimane a quota 1,18463 dei minuti in cui scriviamo. Tre mesi fa, era quasi a 1,25.

Vi abbiamo spiegato la ragione apparentemente contraddittoria per la quale un petrolio più costoso starebbe rafforzando il dollaro e non l’euro. In effetti, trovandosi la Fed ben più avanti della BCE in fatto di tassi, dovremmo attenderci che il surriscaldamento delle aspettative d’inflazione spingano proprio le valute con tassi ancora troppo bassi, in previsione di una stretta a breve delle rispettive banche centrali. Tuttavia, mentre in America, pur continuandosi a respirare aria di “goldilocks”, l’inflazione risulta già salita poco sopra il target del 2%, nell’Eurozona rimane lontana dall’obiettivo, addirittura, arretrando lievemente ad aprile.

E il caro petrolio colpisce meno l’America

C’è di più: il rincaro del petrolio fa male alle economie importatrici, ma parecchio meno a quella americana. Perché? Gli USA stanno allentando la dipendenza energetica dal resto del mondo. Da due anni, sono tornati ad esportare greggio dopo un auto-embargo di 40 anni, imposto dall’allora amministrazione Nixon. Al momento, risultano esportare all’estero 2 milioni di barili al giorno, mentre la produzione nazionale è raddoppiata rispetto ai livelli del 2005, attestandosi a oltre 10,5 milioni di barili al giorno e puntando a quasi 12 milioni entro la fine dell’anno prossimo. Questo significa che, per ogni dollaro di rincaro, l’effetto negativo sull’economia americana si sta facendo sempre più flebile, visto che una percentuale maggiore dell’incremento delle quotazioni tende a rimanere in patria, traducendosi in utili per le compagnie petrolifere e in posti di lavoro per gli americani. Per non parlare del fatto che anche i consumi si siano resi più efficienti negli ultimi anni.

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E così, prendiamo il 2008, quando le quotazioni arrivarono a oltrepassare i 100 dollari, finendo in area 115 dollari per il Brent a metà dell’anno. Allora, il deficit commerciale petrolifero a stelle e strisce ammontò a 400 miliardi di dollari, ovvero gli USA importarono quell’anno petrolio per 400 miliardi in più di quanto ne esportarono. Nel 2017, quando le quotazioni si sono attestate mediamente sui 50 dollari, tale deficit è risultato crollato a 62 miliardi, circa 170 miliardi in meno del 2005, anno in cui le quotazioni si attestarono mediamente allo stesso livello. Cosa vogliamo dire? Il caro petrolio continua ad avere effetti netti negativi sull’economia americana, restando ancora importatrice netta di energia. Tuttavia, essi risultano di gran lunga inferiori rispetto anche solo pochi anni fa, vuoi per il boom delle esportazioni, vuoi anche per la riduzione di circa il 25% delle importazioni nell’ultimo decennio.

Un minore deficit petrolifero tende a impattare meno negativamente anche sul dollaro, pur in assenza del fattore cambio (le importazioni petrolifere si pagano, comunque, in dollari), visto che al pil americano viene sottratta una percentuale inferiore di ricchezza. Bloomberg ha stimato, ad esempio, che un barile a 100 dollari ridurrebbe il pil americano dello 0,4% nel 2020, non certo virgole, ma nemmeno così devastante per un’economia che sta crescendo negli ultimi trimestri al ritmo del 2,5% su base annua. Senza considerare che anche negli USA, come nel resto del mondo, un petrolio più caro incentiva la produzione di energie alternative, tagliando la domanda per quella tradizionale.

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Argomenti: bond sovrani, Cambio euro-dollaro, Economia USA, Fed, Petrolio, Presidenza Trump, quotazioni petrolio, rendimenti bond, super-dollaro, tassi USA