Perché il petrolio è crollato ai minimi da 3 mesi nel giorno del vertice Trump-Putin

Petrolio ai minimi da 3 mesi e in crollo del 4% ieri. Ecco cos'è accaduto nel giorno del faccia a faccia tra Donald Trump e Vladimir Putin.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Petrolio ai minimi da 3 mesi e in crollo del 4% ieri. Ecco cos'è accaduto nel giorno del faccia a faccia tra Donald Trump e Vladimir Putin.

E’ stata la seduta peggiore negli ultimi due anni per il mercato del petrolio ieri. Brent e Wti sono scesi rispettivamente sotto 72 e 68 dollari al barile, ossia ai minimi da 3 mesi in entrambi i casi, perdendo il 4%. Una causalità che proprio ieri si sia tenuto l’atteso vertice a Helsinki, Finlandia, tra il presidente americano Donald Trump e quello russo Vladimir Putin? Pare proprio di no. I due hanno parlato di petrolio, anche se nella conferenza stampa congiunta non è emerso alcunché di concreto. Putin ha dichiarato che sarebbe interesse di USA e Russia non indebolire le quotazioni del greggio, così come anche di non farle salire, altrimenti verrebbero drenate risorse da altri settore dell’economia. E cosa molto più importante, egli ha sostenuto che vi sarebbero spazi per una “cooperazione” proficua tra le due potenze sul tema.

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Ora, le estrazioni americane sono in mano a compagnie private, che non rispondono a ordini governativi sui livelli di produzione, per cui non si capisce quali sarebbero i campi per una possibile cooperazione tra Washington e Mosca sul capitolo petrolio. Vero è, invece, che si rumoreggia che i russi sarebbero pronti ad aumentare le estrazioni di un milione di barili al giorno, rispondendo alle richieste dell’amministrazione Trump per un incremento globale dell’offerta contro le pratiche collusive dell’OPEC, oggetto di critiche bipartisan negli USA. Russi e sauditi hanno già concordato di accrescere le rispettive produzioni per fronteggiare il crollo in corso in Venezuela e quello atteso per le esportazioni iraniane, oggetto di un nuovo embargo americano sull’accordo nucleare.

Il fattore Iran e le azioni USA

Sempre ieri, il segretario al Tesoro, Steve Mnuchin, ha annunciato che alcuni paesi godranno di una esenzione dalle sanzioni comminate dagli USA contro chi fa affari con Teheran, trattandosi di economie che necessiterebbero di un maggiore lasso di tempo per rendersi indipendenti dal petrolio iraniano. Pare di capire che tra queste rientrerebbe anche l’Italia, che importa parte del greggio proprio da Teheran. Questo significherebbe che le esportazioni iraniane rallenterebbero meno del previsto nei prossimi mesi, pur restando in vigore l’embargo. Che questo non sia solo uno strumento dell’amministrazione Trump per trattare da una posizione negoziale di forza con la Repubblica Islamica?

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Nel frattempo, le elezioni di medio termine negli USA incombono. Gran parte del Congresso viene rinnovato a novembre e il prezzo del carburante alla pompa si è avvicinato troppo pericolosamente alla soglia dei 3 dollari al gallone, registrando una crescita media del 25% in un anno a 2,865 dollari (0,76 dollari al litro). Per questo, l’amministrazione intenderebbe utilizzare parte delle Riserve Petrolifere Strategiche, disponendo di 664 milioni di barili acquistati al prezzo medio di una trentina di dollari al barile, ovvero a meno della metà di quanto quoti oggi il Wti. Probabile che la mossa venga impiegata subito dopo l’estate, prima delle elezioni, in modo da provocare un drastico calo delle quotazioni, alleviando il costo a carico degli automobilisti. In teoria, le riserve accumulate equivalgono a oltre un mese di domanda domestica e a circa 63 giorni di produzione interna.

Ad avere forse contribuito al crollo delle quotazioni di ieri sono state due notizie. Una proveniente dalla Libia, dove il General Khalid Haftar avrebbe trovato un compromesso con il governo di Tripoli, riconosciuto dalle Nazione Unite, secondo cui i porti occupati dovrebbero essere riconsegnati alle autorità ufficiali, consentendo l’esportazione del greggio estratto dalla compagnia petrolifera statale, che a giugno è scesa a 962.000 barili al giorno di produzione, circa 600.000 in meno del periodo pre-bellico, quando lo stato nordafricano era ancora governato da Muhammar Gheddafi. E l’economia in Cina si è espansa del 6,7% nel secondo trimestre, in lieve rallentamento dal +6,8% del primo trimestre. Gli analisti temono che Pechino possa risentire già della “guerra” dei dazi scatenata da Trump, colpendo l’intera crescita mondiale, la cui debolezza si tradurrebbe quasi immediatamente in una minore domanda di petrolio.

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Argomenti: Crisi russa, Economia USA, economie emergenti, Petrolio, Presidenza Trump, quotazioni petrolio