Perché il petrolio a basso costo rende difficile il rialzo dei tassi ovunque?

Le basse quotazioni del petrolio rendono difficile alle banche centrali alzare i tassi, perché l'inflazione è già bassa.

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Le basse quotazioni del petrolio rendono difficile alle banche centrali alzare i tassi, perché l'inflazione è già bassa.

Le quotazioni del petrolio sono tornate nelle ultime sedute ai minimi dell’anno, che sono anche i livelli più bassi dal 2009. Il prezzo del Brent è stamattina di 49,88 dollari al barile, quello del Wti americano di 45,03 dollari. Siamo in entrambi i casi a -25% su base trimestrale, per il Brent si tratta di un crollo di oltre il 40% dai picchi toccati quasi 3 mesi fa. Quando il petrolio è più a buon mercato è una buona notizia per i consumatori, perché non costa meno solo il carburante, ma tendono a diminuire un pò tutti i prezzi, sia dei prodotti derivati dal greggio (si pensi ai materiali in plastica), sia tutti gli altri, in quanto si riduce il costo di trasporto delle merci ed è meno cara anche la bolletta energetica per le imprese e le famiglie. Da qui, l’equazione “basse quotazioni = bassa inflazione”.   APPROFONDISCI – Petrolio, quotazioni sotto i 45 dollari. Nemmeno le scorte USA sostengono i prezzi  

Rialzo tassi complicato con basse quotazioni petrolio

Tuttavia, le banche centrali hanno reagito alla crisi finanziaria del 2008 azzerando i tassi di riferimento e varando stimoli monetari senza precedenti, con l’obiettivo di tenere elevata la liquidità sui mercati e di stimolare i prezzi. Nonostante ciò, gli USA non riescono a centrare il target di un’inflazione al 2% da oltre 3 anni, l’Eurozona è da poco uscita da una  fase di inflazione negativa (deflazione, in senso lato), il Regno Unito ha comunicato ieri di non essere in grado di centrare l’obiettivo fino al tardo 2017 e poche ore fa il governatore della Bank of Japan, Haruhiko Kuroda, ha rinviato al settembre del 2016 il raggiungimento del target del 2%, su cui molti analisti nutrono il dubbio. In tutti i casi, ad allontanare la prospettiva di un ritorno dell’inflazione al livello considerato compatibile con la stabilità dei prezzi è proprio il crollo delle quotazioni del petrolio, che un anno fa erano a livelli doppi di quelli attuali. A contemperare parzialmente gli effetti negativi sui prezzi delle basse quotazioni c’è  il rafforzamento del dollaro, che ha guadagnato mediamente contro le principali valute il 20% negli ultimi 12 mesi.   APPROFONDISCI – Petrolio e Treasuries segnalano un possibile ritorno all’inflazione zero o negativa  

Eccesso offerta di petrolio persiste

L’eccesso di offerta persistente sul mercato del greggio è destinato a durare nei prossimi mesi, tra una domanda meno dinamica che in passato e una produzione ai massimi sia negli USA che tra i paesi OPEC, oltre che in Russia e che salirà in Iran, dopo che le saranno eliminate le sanzioni internazionali contro le sue esportazioni.

Per questo, le banche centrali, Federal Reserve in primis, sono timorose di alzare i tassi. Vedremo oggi quale sarà la lettura dei dati sul lavoro negli USA a luglio, ma sappiamo che, in ogni caso, il governatore Janet Yellen vuole evitare di fare la fine della Riksbank, la banca centrale svedese, che tra il 2010 e il 2012 aveva alzato i tassi, salvo averli dovuti tagliare successivamente, portandoli in territorio negativo nei mesi scorsi, a causa di un’ondata deflazionistica dura a morire. Il rialzo dei tassi ridurrebbe la liquidità sui mercati, rendendo più costosi i prestiti, e attirerebbe investimenti dall’estero, con la conseguenza sia di contenere i prezzi, sia di fare apprezzare la valuta domestica, rendendo meno costosi i beni importati. Entrambe le situazioni porterebbero, dunque, a un calo dell’inflazione, che essendo già bassa, potrebbe scivolare sotto lo zero, ossia trasformarsi in deflazione.   APPROFONDISCI – Una nuova crisi finanziaria provocata dal super-dollaro e dalla stretta USA?  

Rischio deflazione non scongiurato

Il primo che alza i tassi, quindi, rischia di importare deflazione. Ecco che tutti vorrebbero che ad avviare la stretta monetaria per primo fosse qualcun altro. D’altra parte, l’economia è più complessa di quanto spesso non appaia. Bassi tassi d’interesse hanno stimolato in questi anni gli investimenti delle compagnie petrolifere, tra gli altri, che hanno consentito loro di trivellare più pozzi e di estrarre più barili, con la conseguenza paradossale che gli stimoli monetari si sono tradotti non in un aumento dell’inflazione, bensì nell’opposto, ossia in una tendenza stagnante e calante dei prezzi, causata dall’eccesso di offerta delle materie prime. Le quotazioni di queste ultime sono ai minimi dal 2002. Si sarebbe creato, quindi, un circolo vizioso: le banche centrali aspetterebbero di verificare un rialzo dei prezzi energetici prima di alzare i tassi, ma questi non risalgono, perché proprio i tassi zero stimolano gli investimenti e la produzione. Ovviamente, la crescita dell’offerta incontra un limite: i costi. E’ probabile che il mercato del greggio possa sostenere prezzi fino a un minimo di 40 dollari al barile, anche se temporaneamente potremmo assistere a un calo delle quotazioni fin sotto a tale livello. A tassi fermi, l’inflazione potrebbe impiegare fino al tardo 2016 per risalire, mentre il target potrebbe essere centrato presso le principali economie solo tra 2 anni, restando ottimisti.   APPROFONDISCI – La Cina manda giù i prezzi delle materie prime e il rublo perde ancora quota  

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