Perché il nostro debito pubblico somiglia più a quello della Grecia che dell’Europa virtuosa

Il debito pubblico italiano è davvero sostenibile? Vi elenchiamo alcune cifre, secondo le quali la percezione del rischio sui mercati sarebbe giustificata.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il debito pubblico italiano è davvero sostenibile? Vi elenchiamo alcune cifre, secondo le quali la percezione del rischio sui mercati sarebbe giustificata.

Quando parliamo di debito pubblico, negli ultimi tempi la mente corre allo spread e ai rendimenti in ascesa sui mercati. Questi ultimi si stanno avvicinando pericolosamente ai livelli della Grecia, se si considera che ormai un titolo a 10 anni in Italia offre almeno il 3,5%, praticamente il doppio di un omologo spagnolo e 7 volte i livelli del Bund tedesco, mentre a separarci dai livelli ellenici restano ormai appena 9 decimali di punto percentuale. Tuttavia, esistono altri dati a spiegarci che, purtroppo, il nostro stock da 2.300 miliardi di debito pubblico segnali più di un allarme ad analizzarlo.

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In questo articolo, vogliamo evidenziare come l’Italia presenti una unicità negativa tra le principali economie europee, che accentua la percezione del rischio di insostenibilità. Partiamo da una premessa: i debiti si ripagano con le entrate fiscali, le quali a loro volta sono attinte dai redditi di chi lavora. E qua iniziano le note dolenti per l’Italia, che nonostante possegga tra i livelli di pressione fiscale più alti in Europa e nel mondo, ha un evidente problema di base imponibile, ossia di redditi da lavoro dichiarati. Aldilà dell’economia sommersa, infatti, il numero degli occupati nel nostro Paese risulta molto basso. Nella fascia di età che va dai 15 ai 64 anni, lavora solo il 58% contro una media europea di 10 punti percentuali più alta. In Germania, si è sopra il 75%.

La stagnazione rende i BTp appestati sui mercati

Se proviamo a dividere la montagna del debito pubblico accumulato per i poco più di 23 milioni di occupati, otteniamo un risultato di 98.130 euro. Tanto è il “mutuo” a carico di ogni italiano attivo nel mondo del lavoro, sia esso dipendente o autonomo. In Francia, dove a lavorare sono 28 milioni di persone su una popolazione residente solo di 4 milioni in più rispetto all’Italia, il debito per occupato si attesta sui 79.200 euro. In Spagna, scende a 59.300 euro per ognuno dei 19,3 milioni di occupati e in Germania cala ancora a 47.000 euro. Qui, infatti, lo stock va suddiviso tra ben 44,5 milioni di occupati. A titolo di confronto, ciascun occupato greco ha sulle spalle quasi 83.000 euro di debito pubblico, meno che un italiano, anche se come vedremo i numeri depongono in sfavore del primo.

Dunque, se è vero come vi abbiamo spiegato in diversi articoli, che il debito pubblico italiano non si mostrerebbe così mostruosamente gigantesco come spesso lo dipingiamo e il “gap” con le altre principali economie, Germania esclusa, si è persino ristretto, non c’è dubbio, però, che guardando a chi dovrebbe sostenerne i costi e ripagarlo, la percezione cambi. Anche perché non solo esso viene caricato sulle spalle di una percentuale inferiore di occupati, ma i redditi di questi tendono a crescere mediamente meno che nel resto d’Europa. Sappiamo, infatti, che per valutare la dinamica degli stipendi, bisogna guardare ai ritmi di crescita della produttività. Nel decennio 2008-2017, questa risulta cresciuta complessivamente di appena l’1,2% in Italia, esattamente 4 volte in meno che in Francia (+4,8%), oltre 6 in meno che in Germania (+7,6%) e meno di 10 volte che in Spagna (+13,1%). Peggio ha fatto la Grecia, dove nel periodo è scesa del 9,3%.

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Cos’è di preciso la produttività? Essa esprime la produzione marginale di un lavoratore, per cui cresce se la produzione aumenta più delle ore lavorate. Diminuisce, se aumenta meno delle ore lavorate. In realtà, potrebbe crescere anche nel caso in cui la produzione scenda meno del calo delle ore lavorate e diminuire quando arretra più delle ore lavorate. Può sembrare brutale dirlo, ma l’Italia ha registrato tassi di produttività stagnanti lungo l’ultimo decennio per il fatto che i lavoratori espulsi dal mondo del lavoro siano stati relativamente pochi, nel senso che il crollo della produzione (quella industriale è diminuita fino al 25%) è stato tale, che sarebbe stato necessario licenziare più dipendenti per tenere il passo della produttività. E con la ripresa debole degli ultimi 3 anni, l’occupazione ha fatto più progressi di quanti sarebbero necessari per consentire un recupero deciso di produttività, unica molla possibile per strappare aumenti salariali visibili.

L’Italia ha poco lavoro per ripagare il debito

Dunque, non solo gli italiani che lavorano sono percentualmente di meno che presso le altre grandi economie, ma oltre tutto i loro redditi appaiono stagnanti anche in prospettiva. Da qui, la richiesta legittima dell’Europa di rendere più flessibile il mercato del lavoro, perché ciò sarebbe precondizione per garantire alle imprese un utilizzo più efficiente della forza lavoro e accrescere la produttività, che negli anni si tradurrebbe in stipendi più dinamici. I dati sui redditi netti non lasciano scampo: un italiano medio percepiva 1.762 euro, dopo avere pagato tasse e contributi; un tedesco aveva a disposizione più di 500 euro al mese in più, ossia 2.270 euro; a un francese rimanevano 2.157 euro in tasca; a uno spagnolo 1.718 euro e un greco doveva cavarsela con appena 947 euro.

Rapportando il debito per occupato ai redditi, si scopre così che in Italia servirebbe lavorare almeno 4,6 anni della propria vita solo per ripagare lo stock accumulato, molti più degli 1,7 anni necessari in Germania, dei 2,9 in Spagna e dei 3,1 della Francia. In Grecia, invece, bisognerebbe spendere ben 7,3 anni. Se già questi dati mettono in luce la minore sostenibilità del nostro debito, dovete leggere queste altre cifre: in Italia mediamente si lavora nell’arco della propria vita meno che nel resto d’Europa. La carriera lavorativa-tipo nel nostro Paese è di soli 31,6 anni contro i 38,4 della Germania, i 35,2 della Francia, i 35,1 della Spagna e i 32,7 della Grecia. Pertanto, un italiano medio dovrebbe impiegare quasi il 15% della propria carriera lavorativa per ripagare il debito pubblico, quando a un tedesco basterebbe “donare” il 4,5% del suo tempo lavorativo. E le percentuali rimangono contenute in Francia e Spagna rispettivamente all’8,8% e all’8,3%. In Grecia, invece, servirebbe il 22,3% degli anni di lavoro per azzerare i debiti accumulati dallo stato.

Ora, è chiaro che qui non si tratta di annullare il debito, non essendo l’ambizione nemmeno dell’austera Germania, che punta semmai a contenerlo a livelli ritenuti prudenti, anche in vista dell’invecchiamento progressivo della popolazione. Ma l’Italia si presenta come chi ha un mutuo elevato contratto con la banca e un numero corto di anni di lavoro davanti con cui pagare le rate e percepisce persino uno stipendio medio-basso. Si capisce meglio, forse, perché il mercato guardi con molto più sospetto i nostri BTp che non i bond di altri stati europei e perché pretenderebbe per tornare a comprarseli che i nostri governi si concentrassero non sulla redistribuzione delle scarse risorse disponibili, quanto sull’innescare quel “salto” necessario per imboccare la strada dello sviluppo, attraverso il circolo virtuoso di produttività-stipendi-gettito. E con l’ultima manovra appena presentata ufficialmente, l’attenzione sembra quasi totalmente spostata sull’assistenza.

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Argomenti: Crisi del debito sovrano, Crisi economica Italia, Debito pubblico italiano, Economia Italia