Perché il governo Draghi, ora al completo con i sottosegretari, segna la fine politica del PD di Zingaretti

La squadra dell'esecutivo è stata completata con la nomina dei 39 sottosegretari e adesso c'è la conferma che il grande sconfitto è il segretario dem.

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La sconfitta di Nicola Zingaretti

Con la nomina dei 39 sottosegretari, la squadra di governo di Mario Draghi è al completo. Non ci sono nomi da far strappare i capelli tra le nomine di ieri sera, mentre salta all’occhio un dato, vale a dire il forte ridimensionamento politico, oltre che numerico, del PD. Le nomine sono state fatte col bilancino, se vogliamo all’insegna del sempiterno metodo Cencelli di spartizione tra i partiti: 11 al Movimento 5 Stelle, 9 alla Lega, 6 a testa per Forza Italia e PD, 2 a Italia Viva, 1 a Leu, 1 a Noi con l’Italia, 1 a Centro Democratico e 1 a +Europa. La delega ai Servizi è andata, invece, a Franco Gabrielli, ex capo della Polizia di Stato.

Fino a qualche ora prima dell’ufficializzazione, Matteo Salvini era accreditato di 7 uomini, mentre è salito a 9. Parliamo di suoi fedelissimi e alcuni di loro andranno a ricoprire ruoli di peso, come Claudio Durigon al Mef, Nicola Moltelli torna all’Interno, Gian Marco Centinaio all’Agricoltura e Alessandro Morelli al Mise. Forza Italia occupa le cruciali caselle di Editoria e Giustizia, temi sempre cari al Cavaliere, mentre il PD manda Alessandra Sartore al Mef, forse la casella più importante per i dem. Non è un caso che la donna non sia una parlamentare, bensì l’attuale assessore al Bilancio della Regione Lazio, chiaramente una fedelissima del segretario Nicola Zingaretti.

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Le faide interne al PD

All’interno del PD sono volati gli stracci in questi giorni. In primis, per l’assenza di donne nella squadra dei ministri proposta da Zingaretti, secondariamente per la ripartizione delle nomine tra le varie correnti.

Il segretario sembra quasi isolato e il suo consigliere Goffredo Bettini ha lanciato l’idea di un nuovo congresso, non esattamente uno scenario gradevole per chi guida il partito in questa fase. C’è grande insoddisfazione per l’esito della crisi di governo di gennaio. Meno di un mese fa, il PD era il partito-perno della maggioranza parlamentare e dell’azione dell’esecutivo. In poche settimane, si è ritrovato senza più il premier sul quale aveva puntato tutte le sue carte dall’agosto 2019, senza più un’alleanza certa con l’M5S in chiave elettorale, con diversi ministri e sottosegretari in meno e alleato della Lega di Salvini, contro cui per necessità non potrà più alzare i toni per serrare le file sempre più sparute del proprio elettorato e frenare l’emorragia dei consensi, fermatasi non a caso con il ritorno al governo di un anno e mezzo fa. La mestizia di fa ancora più seria, se si pensa che forse sarà stato lo stesso Zingaretti ad avere usato Matteo Renzi per indebolire Giuseppe Conte, pensando che avrebbe così rafforzato sé stesso.

Oggi, Zingaretti non è più un leader influente e determinante nell’esecutivo. Anzitutto, Draghi non è un “suo” uomo, bensì un premier che ha dovuto accettare per assenza di alternative. Molto probabilmente sarà eletto presidente della Repubblica, quando il suo PD puntava a mandare al Quirinale un altro suo uomo grazie all’alleanza con i 5 Stelle. Infine, i sondaggi lanciano l’allarme: Fratelli d’Italia, che ha scelto di stare all’opposizione, pur su posizioni morbide verso il governo, viaggia poco dietro ai dem e con questo trend il sorpasso sarebbe vicino.

Poiché in politica non esiste dichiarazione casuale, un altro allarme per Zingaretti arriva dalla “rossa” Emilia. Il governatore Stefano Bonaccini, nelle vesti di presidente delle regioni, ha espresso la convinzione che la linea salviniana di riaprire gradualmente le attività produttive sia condivisibile.

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Il segretario Zingaretti in crisi di fiducia

Potremmo derubricare il fatto a classica differenza di vedute tra chi amministra i ricchi territori del nord e chi sta a Roma, ma forse in quelle parole si cela un messaggio neppure troppo cifrato per il Nazareno: o cambia la linea politica o cambia il segretario.

E Bonaccini è da tempo considerato un papabile sostituto di Zingaretti nel caso in cui questi venisse “sfiduciato” dal suo Politburo. Ieri, un altro possibile passo falso. L’invio di un tweet per esprimere solidarietà a Barbara d’Urso, la cui trasmissione domenicale su Canale 5 “Live – Non è la D’Urso” verrebbe chiusa con qualche settimana di anticipo. Secondo Zingaretti, la conduttrice avrebbe “portato la politica vicino alle persone”.

Non ci sarebbe nulla di male, se non fosse che queste dichiarazioni a sinistra non siano state gradite. Il PD ha sempre voluto rimarcare la propria “superiorità” culturale rispetto agli avversari. In poche settimane, invece, si registra un duro scontro verbale con Concita De Gregorio, accusata da Zingaretti di rappresentare quella sinistra con la puzza sotto il naso che ha lasciato macerie sul piano dei consensi, per arrivare alla solidarietà alla D’Urso.

Che siano atti disperati di un segretario in cerca di approvazione tra quella fascia di elettorato che ad oggi guarda ai 5 Stelle? Sarà. E sarebbe non solo normale, ma persino meritorio. Il problema è il come. Al Nazareno non basterà sedersi nei salotti dell’infotainment per risalire la china. Dal 2018 in poi sono stati commessi un errore dopo l’altro. Il PD è passato dal “mai con l’M5S” al “M5S tutta la vita”, dal gridare al “fascismo di Salvini” al ritrovarsi a governarci insieme. Con la gestione della pandemia, ha perso appeal tra quegli elettori che faticosamente l’ex premier Matteo Renzi aveva attratto a sé, cioè le partite IVA. Zingaretti rischia di passare alla storia come il fratello di Montalbano, quella parentesi tra Renzi e chi verrà, colui che ha guidato il partito verso il nulla, che è stato a un passo dal conquistare tutto e che è rimasto con in mano un pugno di mosche.

Ma almeno sarebbe ospitato con piacere dalla D’Urso.

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