Perché il franco svizzero è nella lista nera di Trump e cosa rischia l’economia alpina

Esportazioni svizzere verso gli USA sempre più abbondanti e il presidente Trump mette nel mirino il franco. Zurigo si difende, ma le relazioni commerciali tra i due paesi rischiano.

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Esportazioni svizzere verso gli USA sempre più abbondanti e il presidente Trump mette nel mirino il franco. Zurigo si difende, ma le relazioni commerciali tra i due paesi rischiano.

Lo scorso mese, il Tesoro americano ha inserito il franco svizzero nella cosiddetta “lista di osservazione”. Washington cerca di capire se la Svizzera possa essere definita “currency manipulator”, cioè un manipolatore dei tassi di cambio. Alla base di questa decisione vi sono gli squilibri commerciali crescenti tra USA e stato alpino.

Nel 2019, le importazioni nette dalla Svizzera sono state pari a 26,7 miliardi di dollari, frutto di importazioni lorde per 44,6 miliardi e di esportazioni per meno di 18 miliardi. Non sembrano valori così alti da indurre la Casa Bianca a mettersi contro il piccolo stato alpino, se pensiamo che questi squilibri bilaterali incidano per poco più del 4% del totale riportato dagli USA nel 2019.

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Il problema è che il mercato americano non fa che peggiorare la sua posizione nei confronti della Svizzera. Da quando la Banca Nazionale Svizzera (BNS) ha abbandonato la difesa del cambio minimo nel gennaio 2015, le esportazioni nette elvetiche negli USA sono quasi triplicate e quelle lorde sono aumentate del 50%. Eppure, da allora il franco svizzero si è rafforzato contro tutte le valute estere, guadagnando il 3,6% contro il dollaro. In teoria, materiale per entrambe le parti. Se la Svizzera avesse manipolato il cambio a fini competitivi, il franco svizzero si sarebbe dovuto indebolire, non rafforzare.

A Washington la pensano diversamente. Il governo americano spiega che la BNS starebbe intervenendo per tenere il cambio più debole di quanto sarebbe altrimenti. Dal canto suo, il governatore Thomas Jordan ha ribadito più e più volte negli ultimi anni che l’istituto non interviene mai per avvantaggiare le imprese locali, quanto per evitare che l’economia svizzera rimanga vittima di un eccessivo rafforzamento del cambio, dovuto al fatto che esso venga percepito nel mondo come un bene rifugio nel quale ripararsi contro le tensioni internazionali. E nelle ultime settimane, ad esempio, contro l’euro ha segnato il +2,7% per effetto del Coronavirus e prima ancora delle tensioni USA-Iran.

Embargo commerciale?

Se nei prossimi mesi il Tesoro dovesse decidere di definire la Svizzera un manipolatore del cambio, la Casa Bianca avrebbe titolo per imporre contro di essa restrizioni commerciali.

Possibile che la grande America finisca con il prendersela con la piccola Svizzera di appena 8,5 milioni di abitanti, meno di quelli residenti a New York? Sembrerebbe di no, a meno che Donald Trump sotto elezioni non punti a parlare alla suocera perché nuora (Unione Europea) intenda. Resta il fatto che la Svizzera non sia un paese come un altro. Qui, gli USA tengono l’ambasciatore per l’Iran dopo i fatti del 1979. E il sistema bancario elvetico non è certo secondo a nessuno nel mondo.

Inoltre, ammesso che si arrivasse alle restrizioni commerciali, non è detto che funzionino. Buona parte delle esportazioni svizzere negli USA sono di prodotti biomedicali, di cui il mercato americano non avrebbe sostituti immediatamente pronti. Ad ogni modo, a Trump dovrebbero essere presentati i dati delle relazioni commerciali bilaterali tra il 2006 e il 2012, quando incredibilmente era l’America ad esportare in Svizzera più di quanto importava. E qualcuno avrebbe molte difficoltà a spiegargli che a quei tempi il franco fosse molto più debole contro il dollaro. Una decina di anni fa, valeva oltre il 15% in meno. Dunque, non è la debolezza del cambio ad avere trainato l’export alpino.

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