Perché il deficit al 2% dovrà essere il limite massimo per rassicurare i mercati sul debito pubblico

La crescita in Italia si è spenta e il deficit va rivisto al ribasso per rassicurare i mercati finanziari. Il 2% sarebbe il limite massimo a cui tendere per l'anno prossimo, lo 0,8% il target più rassicurante per gli investitori.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La crescita in Italia si è spenta e il deficit va rivisto al ribasso per rassicurare i mercati finanziari. Il 2% sarebbe il limite massimo a cui tendere per l'anno prossimo, lo 0,8% il target più rassicurante per gli investitori.

E’ positiva anche oggi l’intonazione dei mercati sulle buone notizie arrivate nel fine settimana dall’Argentina, dove il vertice del G20 avrebbe allontanato per qualche mese il rischio di una guerra commerciale a colpi di dazi tra USA e Cina. Lo spread BTp-Bund a 10 anni è sceso in area 280 punti base e i rendimenti decennali si aggirano al 3,15%, complice la disponibilità del governo Conte a tagliare il deficit-obiettivo per l’anno prossimo al 2,2%, anche se nella maggioranza si litiga per ridurlo al 2% tra una Lega incline a premiare la spesa per investimenti e a concedere qualche decimale in più alla Commissione europea e un Movimento 5 Stelle non cedevole sul punto. Così come il tetto del 3% imposto dal Patto di stabilità è una regola di fatto non “scientifica” e che si presta a critiche, nemmeno il 2% dovrebbe essere scolpito sulla roccia, anche se esistono ottime ragioni per ritenerlo un limite effettivamente invalicabile.

Spread ai minimi da 2 mesi e volano le banche sulle aperture del governo sul deficit

Un nostro articolo di qualche giorno fa vi ha mostrato come l’Italia abbia creato molto più debito che pil nell’ultimo decennio, a causa della pesante recessione accusata dal 2008. I mercati finanziari hanno preso nota e la crisi dello spread dal 2011 altro non è che la percezione di un rischio di credito per l’Italia più elevato tra gli investitori. Concedereste un secondo mutuo a un cliente che lo richiede per un importo superiore all’aumento del reddito dichiarato? Nel caso di uno stato, è anche peggio, perché se il pil cresce di 50 miliardi e il deficit pure, non possiamo certo affermare che l’aumento del primo compensi il secondo, in quanto solo una parte della maggiore ricchezza annua prodotta viene tassata e, pertanto, finanzia l’incremento del debito. Se, poi, il deficit crescesse più del pil, in teoria nemmeno stangando il 100% della maggiore ricchezza si riuscirebbe a tenere testa alla lievitazione del debito.

I dati sulla crescita

Pertanto, ai mercati bisognerebbe lanciare segnali rassicuranti sull’evoluzione del rapporto pil-deficit. Prendiamo il 2019: crescita stimata dal governo Conte dell’1,5%, irrealistica già in sede di redazione della Nota di aggiornamento al Def, divenuta ancora più stralunata con l’ultimo dato trimestrale del pil, in ripiegamento dello 0,1% tra luglio e settembre rispetto al periodo giugno-agosto. Già per quest’anno, l’economia italiana è destinata a crescere meno dell’1,2% ancora stimato dal governo a settembre. La crescita acquisita per i primi 9 mesi dell’anno risulta di appena lo 0,9% e in presenza di una variazione nulla nell’ultimo trimestre (previsione ottimistica) questo sarebbe il dato finale. Dunque, non solo l’anno prossimo cresceremo diversi decimali in meno delle stime farlocche di Palazzo Chigi e Tesoro, ma la base da cui il dato dovrà partire sarà a sua volta inferiore di un terzo di punto percentuale. E sempre che l’inflazione non sorprenda al ribasso, dato il crollo delle quotazioni del petrolio nelle ultime settimane.

I prezzi sono saliti nei primi 10 mesi dell’anno dell’1,4% medio, dato che difficilmente sembra accelerare nell’ultimo bimestre. Quanto al 2019, probabile che non superi nemmeno l’1%, in conseguenza anche delle condizioni macro meno positive in Italia e nel resto dell’Eurozona. E l’inflazione è l’altra componente della crescita nominale su cui si impostano le proiezioni sui conti pubblici. In altre parole, esistono tutte le condizioni per prevedere un andamento del deficit tendenzialmente peggiore dei target, indipendentemente dalla volontà del governo in carica, avendo quest’ultimo ereditato un’economia già in rallentamento.

Questo è un grande problema per la percezione del rischio sull’Italia. In tutto il quinquennio in corso, il nostro Paese ha prodotto più debiti che ricchezza. Nel 2014, il deficit è stato pari a più di 49 miliardi contro gli appena +17 del pil. L’anno seguente, il primo si è ridotto a 43 miliardi e il secondo è cresciuto di oltre 30, ma il bilancio è rimasto favorevole alla variazione del debito. Stesso discorso nel 2016: +37,6 contro +42,9. E lo scorso anno, che pure ha esitato il migliore tasso di crescita economica del decennio, il deficit ha continuato a crescere di 6 miliardi in più (41,1 contro 35,2). Invece, quest’anno dovrebbe andare diversamente. Stimando una crescita nominale del 2,3% e un deficit all’1,6%, la prima supererebbe il secondo di 12 miliardi. Questo “gap” andrebbe preservato, cosa che non si avrebbe con l’innalzamento del target per il deficit al 2,4%.

Perché l’Italia è sulla strada della recessione e l’Europa non può chiudere gli occhi

Serve abbattere il deficit

Realisticamente, nel 2019 il pil nominale dovrebbe salire di 35 miliardi, stimando crescita (si spera) e inflazione entrambe all’1%. Affinché non si abbia un incremento del deficit superiore, questo dovrà attestarsi non oltre il 2% del pil. Con questi numeri, il rapporto debito/pil scenderebbe al 129,5%, ossia sotto la soglia psicologica del 130%. Da qui, la richiesta dei commissari all’Italia di non sforare proprio il 2%. E considerando che sulla crescita avanzano rischi più al ribasso che sorprese al rialzo (manifattura in contrazione a 48,6 punti a novembre), possiamo affermare che non si tratterebbe di una richiesta illogica. Sarebbe opportuno, poi, cambiare l’impostazione della manovra, puntando, a parità di deficit fissato, a sostenere la spesa per investimenti e non quella per misure assistenziali come il reddito di cittadinanza. Ciò avrebbe due conseguenze positive: si tratterebbe di un extra-deficit una tantum e favorirebbe la crescita. Si pensi alla spesa per infrastrutture, per la ricerca, il varo di un piano contro il dissesto idrogeologico, per l’edilizia scolastica, etc.

Impossibile, tuttavia, che l’M5S torni indietro sul sussidio promesso al proprio elettorato. Questo ci spinge a ipotizzare che con ogni probabilità si andrà verso una limatura del deficit al 2-2,2%, ma senza smentire le direttrici della manovra, per cui il sostegno alla crescita sarà sostanzialmente nullo, con la conseguenza che nel corso del primo semestre dell’anno prossimo Roma potrebbe trovarsi costretta a correggere i conti pubblici in corsa, se la recessione arrivasse e mordesse più del temuto. Con questi numeri, la soluzione migliore per i mercati sarebbe la fissazione di un deficit in area 14 miliardi, dimezzato rispetto a quest’anno in valore assoluto, guarda caso esattamente a quello 0,8% inizialmente concordato tra governo Gentiloni e Bruxelles. Perché? 14 miliardi sarebbero il 40% dei 35 miliardi di crescita del pil atteso e corrisponderebbe all’aumento del gettito fiscale conseguente. In sostanza, il deficit verrebbe del tutto coperto dalle maggiori entrate e l’Italia non deteriorerebbe il suo saldo primario. Siamo lontani da una simile soluzione.

Alzare il deficit al 2,4% non è il vero problema, che farne semmai preoccupa i mercati

[email protected] 

 

 

 

 

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: austerità fiscale, Crisi economica Italia, Debito pubblico italiano, Economia Italia