Perché il Decreto dignità contro il lavoro precario rischiano di pagarlo i dipendenti a termine

Il decreto "dignità" del ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, irrigidisce le norme sui contratti a termine e a farne le spese potrebbero essere proprio i lavoratori precari.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il decreto

Il varo del Decreto “dignità” del ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, presenta luci e ombre e in materia di occupazione a prevalere sono decisamente più le prime. La stretta contro i contratti di lavoro a termine ha fatto infuriare Confindustria, che parla di “danno da corsa elettorale nella maggioranza” e, in effetti, offre diversi spunti di riflessione. Il provvedimento punta ad abbassare da 36 a 24 mesi il periodo massimo entro il quale assumere un dipendente a tempo determinato e i rinnovi possono essere fino a 4, sempre nel limite dato. La causale, poi, ovvero la motivazione da parte dell’imprenditore sulle ragioni che hanno portato ad assumere a tempo determinato e non in maniera stabile, viene ripristinata per i contratti dai 12 mesi in più, anche nel caso di rinnovi che cumulativamente superino tale periodo. Se, ad esempio, assumo un lavoratore per 8 mesi, possono farlo senza scriverne la causale nel contratto, ma se rinnovo il rapporto di altri 6 mesi, poiché la somma fa 14 mesi e supera il tetto di 12, bisognerà indicare la causale.

Un decreto contro le delocalizzazioni delle imprese? Di Maio legga questi dati

Queste misure, insieme alla penalizzazione sul fronte contributivo dei contratti a termine (+0,5% di aggravio ad ogni rinnovo), si pongono l’obiettivo di stabilizzare i rapporti di lavoro, ossia di lottare contro la precarietà. Siamo sicuri che non si arrivi esattamente a risultati opposti, specie in un’economia a vocazione turistica come l’Italia, in cui risulta necessario il ricorso frequente a contratti stagionali? Stando all’Istat, il numero dei lavoratori assunti a tempo determinato sono saliti alla cifra record di 3 milioni e 74 mila unità su un totale di circa 17 milioni di lavoratori dipendenti e un numero complessivo di poco più di 23 milioni di occupati. Eppure, rispetto a economie come persino la rigida Francia, la percentuale di assunti a termine resta da noi inferiore. Il confronto europeo, dunque, non autorizza a parlare di una qualche specificità negativa del mercato del lavoro italiano, almeno non sotto questo profilo.

Vero è, poi, che dal varo del Jobs Act ad oggi, circa il 90% dei nuovi posti di lavoro risulti essere stato creato a termine e non stabilmente. Le cifre si prestano a una doppia lettura. Da un lato, diremmo che la riforma del governo Renzi non sarebbe stata in grado di centrare l’obiettivo di migliore le condizioni per creare lavoro stabile tra le imprese italiane, dall’altro possiamo affermare che esso avrebbe almeno sostenuto l’occupazione, nonostante l’andamento piatto della nostra economia di questi anni.

Il lavoro precario non è quello contrastato da Di Maio

Gli stessi numeri dell’Istat offrono un quadro molto più interessante sui contratti a termine. Un terzo di questi prevede appena una sola giornata di lavoro, un ottavo non supera il mese e quasi il 60% non va oltre i 6 giorni. Nel 2016, mediamente un contratto a termine durava meno di 12 giorni. Cosa ci dicono questi numeri? Che il problema non sta in quei pochi “fortunati” che riescono ad essere assunti, pur con rinnovi multipli, fino a 3 anni, bensì in quell’area di reale precariato di chi lavora per poche ore o pochi giorni al massimo. Abbassare da 3 a 2 anni il tetto massimo della durata complessiva dei contratti a tempo determinato non risolve affatto il problema dei veri precari, anzi rischia di aggravarlo, perché difficilmente un’impresa trasformerà questi rapporti di lavoro da temporanei a stabili per il solo fatto che la legge lo preveda.

La lotta al lavoro precario di Di Maio non può passare colpendo la gig economy

Il rischio reale risiede nel fatto che, se oggi un lavoratore non assunto stabilmente può ancora confidare di restare alle dipendenze del proprio datore fino a 3 anni, con il decreto “dignità” vi resterebbe fino a un massimo di 2 anni, per cui la sua prospettiva si ridurrebbe di un anno. Dove sta il miglioramento delle sue condizioni? E, soprattutto, come si pensa che ciò possa impattare positivamente sui veri precari, cioè coloro che vengono chiamati a giornata o per poche settimane, nel migliore dei casi? Crediamo per caso che rendere le norme più rigide spingeranno le imprese ad assumere a tempo indeterminato quei lavoratori a cui oggi offrono un contratto atipico di pochi giorni?

Serve crescita, non rigidità

Il decreto, pur animato da motivazioni nobili, si traduce nel classico boomerang e non affronta alla radice i veri problemi del mondo del lavoro, ossia l’elevata tassazione e la burocrazia elefantiaca a carico delle imprese, nonché il carente incontro tra domanda e offerta (“labour mismatch”) per via delle conoscenze acquisite dai lavoratori e non in linea spesso con i bisogni delle imprese e, infine, un quadro macroeconomico negativo e incerto. Che un imprenditore assuma per qualche mese segnala non che non abbia voglia di avere un dipendente stabile in organico, bensì che non possa permetterselo per i costi e i rischi connessi. Questi sono di tipo legale (pressoché impossibile licenziarlo senza giusta causa dopo i 3 anni dalla data di assunzione) ed economico (se ho scarse prospettive future, non posso programmare un aumento stabile della produzione).

A riprova di come la rigidità normativa impatti negativamente sul mercato del lavoro, si consideri la stretta sui tirocini del governo Monti, quando ministro del Lavoro era la Professoressa Elsa Fornero, non certo una pericolosa socialista al potere. Eppure, rispondendo alle istanze dell’allora sgangherata maggioranza delle larghe intese, sui contratti di apprendistato furono poste limitazioni, che ebbero come risultato non un miglioramento delle condizioni di ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, come da speranza, bensì una drammatica impennata del tasso di disoccupazione giovanile, che arrivò ad esplodere fino al 44%. C’è una legge fondamentale dell’economia, che potremmo riassumere così: il coltello dalla parte del manico ce l’ha la risorsa scarsa. E con una disoccupazione ancora intorno all’11% e una percentuale di occupati tra le più basse del mondo avanzato, è evidente che in Italia a mancare non sono le braccia disponibili per lavorare. Serve creare le condizioni macroeconomiche per creare occupazione e solo allora la precarietà sarà contrastata realmente, ma non per via normativa, bensì per il funzionamento del noioso meccanismo della domanda e dell’offerta. E’ esso che comanda e il ministro Di Maio sembra averlo dimenticato.

Senza crescita lavoro precario

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Argomenti: Economia Italia, Jobs Act