L’Italia torna in stagnazione, crescita azzerata: ecco perché favorisce il governo Conte contro Bruxelles

L'Italia è tornata in stagnazione e adesso sul deficit si riapre la partita. Nel complesso, il governo Conte potrebbe strappare qualche concessione in più dalla Commissione europea.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'Italia è tornata in stagnazione e adesso sul deficit si riapre la partita. Nel complesso, il governo Conte potrebbe strappare qualche concessione in più dalla Commissione europea.

La crescita economica italiana si è fermata nel terzo trimestre di quest’anno. Secondo la stima preliminare dell’Istat, il pil nel periodo luglio-settembre è aumentato dello 0,8% su base annua, rallentando dal +1,2% del trimestre precedente ed è rimasto inalterato rispetto ai tre mesi precedenti. La crescita acquisita per i primi 9 mesi dell’anno risulta dell’1%, inferiore all’1,2% stimata ancora ufficialmente per l’intero 2018. Il dato risente della debolezza della produzione industriale, non adeguatamente compensata dagli altri comparti e s’inserisce in un trend calante ormai iniziato un anno fa. Si consideri che la crescita congiunturale nel secondo trimestre era scivolata già allo 0,2% dal +0,3% dei due trimestri precedenti, quando a loro volta mostravano un rallentamento dal +0,4% del terzo trimestre del 2017.

Alzare il deficit al 2,4% non è il problema, semmai cosa farne preoccupa i mercati

Queste cifre sono pesanti, perché segnalano che l’Italia sarebbe tornata a rischio recessione. Tecnicamente, essa si ha quando per due trimestri consecutivi si registra una contrazione del pil su base congiunturale. Aldilà dei tecnicismi, è evidente da mesi che la ripresa della nostra economia sia stata debole quando era risultata vigorosa nel resto dell’Eurozona e adesso appaia nulla con il rallentamento in corso nell’area. Probabile che un ruolo lo stiano giocando anche le tensioni finanziarie di questa fase, perché il boom dello spread indurrebbe le imprese ad attendere l’evoluzione dei mercati per capire se saranno costrette a investire a costi decisamente superiori a quelli attuali. Il “credit crunch”, poi, è un ricordo ancora molto vicino e sappiamo quanto male abbia portato all’Italia, contribuendo in maniera determinante alla seconda ondata recessiva, quella che iniziò negli ultimi mesi del 2011 per finire solo 3 anni più tardi.

La stagnazione entra nei rapporti Italia-UE

A questo punto, diventa ancora più complicato per il governo Conte giustificare una stima di crescita per il 2019 dell’1,5%. Era considerata fin troppo “ottimistica” dai commissari e le agenzie di rating, così come dagli organismi internazionali, mentre adesso sembra realmente fuori portata, anche se bisogna attendere la pubblicazione della stima definitiva dell’Istat per capire davvero come stiano messe le cose. Un decimale in più o in meno non muta la sostanza, l’Italia è in stagnazione e continua a non recuperare i livelli di ricchezza perduta rispetto al 2007, ultimo anno prima della crisi. C’è da giurarci che a Bruxelles avranno molto da ridire sull’innalzamento del deficit-obiettivo al 2,4% del pil, sostenendo che con un pil stimabile di diversi decimali più basso rispetto alle previsioni di Roma, il disavanzo fiscale rischi di salire a livelli superiori e persino di violare la regola fondamentale del tetto al 3%.

Verissimo, ma le argomentazioni del governo giallo-verde diverranno più serie quando il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, eccepirà a Pierre Moscovici che con un rischio di recessione in atto vi sarebbe tutto il dovere di sostenere l’economia e la fissazione di un target sul deficit più basso sarebbe problematica. Del resto, finora il ritornello intonato da Bruxelles contro l’Italia è stato proprio questo: tutti gli stati hanno il dovere di risanare i conti pubblici nelle fasi cicliche favorevoli, disponendo di margini di manovra in quelle avverse. E l’Italia viene considerata paradossalmente ancora in condizioni economiche positive per quella crescita congiunturale appena sopra lo zero dei trimestri scorsi. L’ultimo dato, tuttavia, sposta il baricentro delle argomentazioni in favore di Roma nella battaglia sul deficit, anche se nulla cambia con riferimento alla “qualità” della manovra di bilancio, la quale resta parecchio opinabile, essendovi stanziati spiccioli per gli investimenti e il taglio delle tasse e fin troppo per l’assistenza.

Di fatto, i commissari potrebbero replicare non a torto a Tria che chiuderebbero un occhio sulla triplicazione del deficit-obiettivo, purché i maggiori debiti vengano contratti per sostenere quella crescita economica spentasi già per l’Italia, anziché per alimentare l’assistenza. Queste richieste incrementerebbero le tensioni già non basse tra i due partner della maggioranza, ossia Lega e Movimento 5 Stelle. La prima sembra disposta ad abbassare l’asticella del deficit e a ridurre i maggiori oneri derivanti da misure assistenziali come il reddito di cittadinanza e quota 100. Per i grillini, invece, la questione sarebbe fuori discussione, avendo la necessità di dimostrare al proprio elettorato di essere diversi dai governi precedenti e di offrirgli risposte immediate e concrete.

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Terza recessione italiana in 10 anni sarebbe grave

Aldilà di tutto, esiste un ragionamento più politico, che non potrà sfuggire a nessuna delle parti in causa: l’Italia non può permettersi la terza recessione in 10 anni, quando già oggi non è uscita dalla pesante crisi iniziata nel lontano 2008. Il segno meno per il pil equivarrebbe a un aumento del grado di indebitamento pubblico e a una lievitazione del malcontento tra i cittadini, tutti fattori che contribuirebbero ad accrescere la destabilizzazione in corso dell’Eurozona, specie a ridosso delle elezioni europee. Pensare di chiedere al governo giallo-verde di imporre agli italiani maggiori sacrifici per rispettare i vincoli di bilancio nel mezzo di una stagnazione che rischia di tradursi in recessione sarebbe demenziale. Semmai, il dato italiano contribuisce a comporre un puzzle preoccupante per la BCE, che all’ultimo board di giovedì scorso si è lasciata una porta aperta sull’uscita dall’accomodamento monetario, in attesa della pubblicazione delle nuove proiezioni macro di dicembre per l’area e relative al prossimo triennio.

Nel terzo trimestre, il pil nell’Eurozona risulta cresciuto dello 0,2%, la metà rispetto ai due trimestri precedenti. Nell’intero 2017, la crescita congiunturale era stata dello 0,7% in ciascuno dei quattro trimestri. Dunque, il rallentamento riguarda l’intera unione monetaria e funge da pretesto alquanto credibile per rendere meno veloce il percorso di uscita dagli stimoli della BCE. Nel frattempo, anche la Commissione potrà tirare meno la corda con l’Italia. Non conviene proprio a nessuno che la terza economia dell’area precipiti in una nuova crisi, visti gli sconquassi politici, economici e finanziari provocati dalle precedenti due recessioni del decennio.

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Argomenti: austerità fiscale, Crisi economica Italia, Economia Italia, Politica italiana