Perché il cambio euro-dollaro andrà giù con una crisi dell’economia americana

Il cambio euro-dollaro si rafforzerebbe o si indebolirebbe nel caso di un rallentamento o recessione per l'economia americana? Lo scenario più probabile appare quello avverso, ecco le ragioni.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il cambio euro-dollaro si rafforzerebbe o si indebolirebbe nel caso di un rallentamento o recessione per l'economia americana? Lo scenario più probabile appare quello avverso, ecco le ragioni.

Nel corso della seduta odierna, il cambio euro-dollaro è scivolato ai minimi da un mese e mezzo, perdendo lo 0,20% e attestandosi in area 1,1545-6. Il bilancio ad oggi per quest’anno è negativo del 3,9% e sembra lontana la vetta di 1,25 toccata a inizio febbraio. Da allora, le perdite salgono al 7,6%. E’ il frutto delle buone condizioni di salute dell’economia americana, dove il tasso di disoccupazione è sceso sotto il 4% e ai minimi dal 2000, mentre la crescita del pil ha subito un’accelerazione su base annua al 4,1% nel secondo trimestre. Grazie al quadro d’insieme più che positivo, la Federal Reserve ha potuto continuare ad alzare i tassi USA, ampliando il solco con le altre banche centrali come la BCE. A Francoforte, i tassi di riferimento sono ancora tenuti azzerati e rimarranno ai livelli attuali da qui a un anno, sempre che le prospettive economiche nell’Eurozona non peggiorino.

Il cambio euro-dollaro risente della forte divergenza tra i rendimenti americani da un lato e quelli dell’Eurozona dall’altro. Un Treasury a 10 anni rende oggi il 2,94% (ma ha oltrepassato il 3% nelle sedute precedenti), mentre un Bund di pari scadenza offre ancora appena lo 0,40%. Ciò significa che chi investe nel debito pubblico americano a medio-lunga scadenza ottiene una remunerazione del 2,54% in più all’anno, ovvero oltre il 25% in più nell’arco di un decennio. Solo stimando un cambio euro-dollaro in crescita della stessa percentuale da qui a 10 anni si ottiene un rendimento equivalente per i due bond. Significa prevedere che nel 2028 si abbia un cross a quasi 1,45.

Molti analisti americani sono preoccupati dall’appiattimento della curva delle scadenze negli USA, con i rendimenti biennali mai così vicini a quelli decennali sin dal 2007, guarda caso l’anno prima dell’esplosione della crisi finanziaria. Non esiste alcun automatismo tra curva piatta e recessione, ma di fatto di solito la prima invia un segnale sull’arrivo della seconda. E considerando che l’economia americana si espande da 9 anni abbondanti, ossia un paio in più rispetto alla media storica di un suo ciclo positivo, non si esclude che da qui ai prossimi trimestri rischi un rallentamento, fino a uno scivolamento verso la contrazione. Ad oggi, va precisato, non vi sono segnali di un tale scenario, anzi il mercato del lavoro continua a migliorare, i salari a crescere moderatamente e l’inflazione stessa non si sta surriscaldando in misura tale da rendere necessaria una stretta monetaria più decisa e potenzialmente fatale per la crescita. Pertanto, una crisi arriverebbe, stanti le condizioni attuali, dall’esterno. E non possiamo escludere che a scatenarla siano eventuali effetti indesiderati della battaglia sui dazi imposti proprio dall’amministrazione Trump.

E l’euro che farebbe?

E se l’economia americana andasse in recessione cosa accadrebbe al cambio euro-dollaro? In teoria, dovrebbe rafforzarsi, perché la Fed porrebbe fine alla stretta sui tassi, riducendo le distanze con la politica monetaria della BCE. Tuttavia, stiamo presupponendo che nell’Eurozona nulla cambi. Invece, non è così. Anzitutto, perché come UE ogni anno esportiamo merci e servizi verso gli USA per circa 150 miliardi di dollari netti. La sola Germania e l’Italia vantano esportazioni nette verso l’America per oltre 90 miliardi in tutto. Rallentando o andando in recessione, il pil a stelle e strisce ci colpirebbe direttamente e ci farebbe male, dato che la domanda interna in molte economie, tra cui l’Italia, resta poco dinamica. Per non parlare dei mercati finanziari. E’ Wall Street che comanda, New York batte i tempi della finanza mondiale e sembra ridicolo pensare che le borse europee non risentano dell’eventuale crash al Nyse.

Guardando alle ultime 4 recessioni dell’economia USA, scopriamo che anche l’Europa ha seguito sulla strada della crisi subito dopo. E’ stato così agli anni degli anni Ottanta, agli inizi degli anni Novanta, nel 2000 e nel 2008. Anzi, nell’ultimo caso, mentre l’America è riuscita a riprendersi piuttosto velocemente, nonostante la crisi sia originata dal suo mercato dei mutui subprime, l’Eurozona è caduta in un vortice di instabilità finanziaria, aggravata dalla carente governance dell’area. Ed è questo il vero nodo per l’eventuale prossima recessione negli USA: se l’America va giù, l’Eurozona rischia di precipitare in un burrone, non essendosi ancora ripresa in ogni sua parte dalla precedente bufera di 10 anni fa. Un’Italia che dovesse imbattersi in un sesto anno di recessione dal 2008 rappresenterebbe un problema politico, oltre che economico, per tutta l’area, perché minaccerebbe la stessa sopravvivenza dell’euro.

Dunque, se Oltreoceano dovessero attecchire le condizioni per una crisi ciclica, l’euro avrebbe ben poco di cui beneficiare. Anzi, esso risentirebbe di un vero e proprio pericolo esistenziale ben più grave di una semplice recessione seguente ad anni di espansione economica. Il cambio euro-dollaro, pertanto, sembrerebbe destinato a subire scossoni al ribasso nel caso di segnali di deterioramento del ciclo americano, tranne che nell’Eurozona non arrivassero rassicurazioni concrete sulla governance dell’area, tali da far prevedere ai mercati una sostanziale tenuta, pur dinnanzi a un evento ciclico avverso. A quel punto, essendo a disposizione della BCE una “scatola degli attrezzi” più vuota di quella della Fed (Atlanta, alzando i tassi già dalla fine del 2015, ha accresciuto il suo raggio di azione per il caso di bisogno), la divergenza monetaria tra le due sponde dell’Atlantico verrebbe meno e l’euro si rafforzerebbe contro il dollaro. Ma ad oggi, questo appare lo scenario meno probabile. Se l’America fa un passo indietro, l’Eurozona rischia di ruzzolare senza alcuna protezione.

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Argomenti: Cambio euro-dollaro, Crisi Euro, Crisi Eurozona, Economia USA