Perché il Brasile può avere il suo Trump già da domenica e come i mercati stanno reagendo

Il Brasile starebbe per eleggere il suo Trump, voltando le spalle all'era Lula. I mercati da settimane confidano nel candidato dell'ultra-destra, Jair Bolsonaro.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il Brasile starebbe per eleggere il suo Trump, voltando le spalle all'era Lula. I mercati da settimane confidano nel candidato dell'ultra-destra, Jair Bolsonaro.

Dobbiamo attendere domenica sera (ore locali) per capire se sarà o meno necessario il ballottaggio per eleggere il nuovo presidente del Brasile. Sembra persino che, per la prima volta dopo 20 anni, il primo turno possa bastare nel caso in cui l’astensione si rivelasse alta, aumentando le probabilità di vittoria del candidato dell’ultra-destra Jair Bolsonaro, che stando all’ultimo sondaggio di Datafohla, otterrebbe il 35% dei consensi contro il 22% di Fernando Haddad, il candidato del Partito dei Lavoratori, la formazione di sinistra dell’ex presidente Lula. Rispetto a una settimana prima, Bolsonaro guadagna 3 punti e Haddad resta stabile. Gli altri candidati raccoglierebbero le briciole per quello che sembra essere sempre più un voto polarizzatosi tra destra e sinistra.

Il Brasile si sposta sempre più a destra contro il pericolo rosso e la tensione sui mercati si allenta 

Poche settimane fa, Bolsonaro rimaneva vittima di un accoltellamento da parte di uno squilibrato mentale nel corso di un comizio elettorale e quasi perdeva la vita. Da allora, i consensi già alti non hanno fatto che lievitare, anche grazie a una strategia comunicativa, che punta a convincere gli elettori centristi, di per sé impauriti dalla possibilità che torni al governo la sinistra socialisteggiante. Per capire come il cosiddetto “Trump” brasiliano possa diventare il prossimo presidente della prima economia sudamericana, bisogna fare un passo indietro agli ultimi 4 anni.

Breve riassunto degli ultimi anni

Nel 2014, Dilma Rousseff, delfino di Lula e già a capo della compagnia petrolifera statale Petrobras, vince per la seconda volta le presidenziali e ottiene un nuovo mandato di 4 anni. Passano pochi mesi ed esplode la tangentopoli carioca, con decine di arresti tra le file del Partito dei Lavoratori (e non solo) per un maxi-giro di mazzette che negli anni di Lula al potere risulta esservi stato per diversi miliardi di dollari a beneficio di politici e amministratori di Petrobras proprio sotto la gestione Rousseff. Nel frattempo, l’economia brasiliana entra in recessione per due anni, contraendosi del 3,5%, quando già negli anni precedenti era cresciuta a ritmi abbastanza lenti, pur ereditando il +7,5% dell’ultimo anno di mandato di Lula. L’assenza di riforme sfiducia i mercati, il real dimezza il tasso di cambio contro il dollaro sotto la prima presidente donna del Brasile, l’inflazione esplode e i conti pubblici vanno allo scatafascio.

Nonostante il cerchio delle indagini sembri stringersi attorno alla Rousseff, la presidenta resta vittima di un’altra indagine, quella della Corte dei Conti, secondo cui il governo truccò il bilancio dell’anno 2014, ossia nell’anno della rielezione, facendosi risultare entrate superiori a quelle reali. Inizia contro di lei la procedura d’impeachment, la rimozione avviene effettivamente nel corso del 2016, resa possibile dal “tradimento” degli alleati centristi, che mandano alla presidenza il vice della Rousseff, Michel Temer. I mercati si riprendono sull’agenda riformatrice del nuovo governo, che risulta, però, molto impopolare. I tagli alla spesa pubblica entrano in Costituzione e il mercato del lavoro viene reso un po’ più flessibile, mentre non si riesce ad attuare l’innalzamento dell’età pensionabile, a causa di massicce proteste di piazza. Anche il nuovo esecutivo dovrà fare i conti con le inchieste giudiziarie e lo stesso Temer finisce nel mirino con l’accusa di avere intascato tangenti. La pubblicazione di un nastro svela una registrazione devastante per la sua credibilità e la popolarità scende ai minimi termini. L’economia brasiliana esce sì dalla recessione, ma continuando a crescere poco, praticamente ristagnando.

 Il messaggio più rassicurante di Bolsonaro

In questo clima, salgono le quotazioni di Bolsonaro, politico di lungo corso, ex militare e deputato da ben 30 anni, fino a poco tempo fa ai margini dell’opinione pubblica. Il boom avviene in coincidenza con l’arresto dell’ex presidente Lula per un abuso edilizio e annesso caso di corruzione. Avesse potuto correre a queste elezioni, probabilmente avrebbe vinto, ma non potendolo fare, il suo sostituto Haddad sta tentando il possibile e, per quanto al primo turno resti sotto il candidato della destra di almeno una decina di punti percentuali, al ballottaggio se la giocherebbe alla pari e fino a qualche settimana fa veniva dato in vantaggio. Contro di lui, però, rema la sfiducia della classe media brasiliana, che rimprovera alla sinistra essenzialmente due cose: di essere stata al governo nei 13 degli ultimi 15 anni, gestendo male l’economia e portando alle attuali condizioni di stagnazione; di non avere saputo affrontare il gravissimo problema della criminalità. Pensate che solo lo scorso anno vi sono stati 63.880 omicidi, quasi 31 ogni 100.000 abitanti, qualcosa come 50 volte più alto che in Italia.

Il Brasile stretto tra crisi e omicidi alle stelle sceglierà il suo Trump?

Bolsonaro sta conquistando gli elettori con un doppio messaggio: legge e ordine da un lato e rassicurazioni sul fronte dell’economia. Sul secondo punto, non possiamo affermare che sia un liberale, ma sta abbracciando per ragioni di calcolo il libero mercato, abbandonando la retorica anti-riforme e pro-monopoli pubblici delle sue posizioni classiche. Messi dinnanzi alla scelta tra un trumpiano e un socialista, la classe medio-alta opterebbe per il primo, stanca degli scarsi risultati raccolti in un decennio e mezzo di sinistra al potere. I mercati, che certo inizialmente non avrebbero mai immaginato di sorridere per sondaggi favorevoli a Bolsonaro, si stanno convincendo che egli sarebbe la carta su cui puntare in funzione anti-Haddad e per questo il real si è apprezzato di quasi l’8% nelle ultime 3 settimane, scambiando a 3,88 contro il dollaro. La Borsa di San Paolo ha guadagnato il 10,5% nell’ultimo mese, mentre i rendimenti a 10 anni dei titoli di stato sono crollati di 125 punti base all’11,28% dal 13 settembre, con i biennali a restare pressappoco stabili al 9,4%.

Se alle urne di dopodomani uscissero fuori risultati in linea con i sondaggi, diremmo che il centro politico sia scomparso, evaporato dopo un biennio di governo impopolare, che ha a sua volta ereditato una gestione fallimentare dell’economia. Vero è che Lula nel 2010 concluse la presidenza da “capo di stato più popolare al mondo”, come rimarcò l’allora presidente americano Barack Obama. Nel suo ottennato, decine di milioni di persone uscirono dalla povertà e approfittarono di “Bolsa Familia” per mandare i figli a scuola e riscuotere il sussidio dello stato. Tuttavia, queste misure di spesa furono finanziate grazie al boom delle quotazioni delle materie prime, tra cui il petrolio, sgonfiandosi le quali il re è rimasto nudo e i mali storici del Brasile sono tornati a galla. Non è un caso che i guai giudiziari ed economici di Rousseff siano iniziati proprio con il crollo delle quotazioni petrolifere, quando la mucca non poté più essere spremuta per distribuire regalie e benefici a tutti. Una storia non molto dissimile da quella italiana, anche se da noi il petrolio che ci consentiva di spandere e spendere si chiamava “Guerra Fredda”. Ad ogni modo, se Bolsonaro vincesse le elezioni, per avere una maggioranza al Congresso dovrebbe stringere un’intesa con i centristi. Anche per questo i mercati appaiono rassicurati. C’è bisogno di ordine, leadership e di un uomo che, convinto o meno, attui politiche “market-friendly”. E sembra proprio il suo profilo.

Il Brasile spera ora nel suo Trump contro la sinistra

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Argomenti: Altre economie, Crisi Brasile, Crisi paesi emergenti, economie emergenti, valute emergenti