Perché i vaccini nell’Unione Europea stanno arrivando con notevole ritardo

Gli stati comunitari stanno rimanendo molto indietro nelle campagne di vaccinazione. E molte responsabilità le avrebbe la Commissione UE.

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Commissione von der Leyen sotto attacco sui vaccini

L’Unione Europea “non si trova dove avrebbe dovuto essere”. “Siamo stati tardivi nelle autorizzazioni, troppo ottimisti sulla produzione di massa e forse troppo fiduciosi del fatto che le forniture sarebbero arrivate in tempo. Dovremmo chiederci cosa sia accaduto”. Parole e musica di una Ursula von der Leyen nel mirino da settimane dei governi comunitari per i ritardi nelle campagne vaccinali che tutta l’Unione Europea sta subendo vistosamente e contrariamente ai tempi spediti di altre realtà. L’ammissione di colpa è arrivata dopo che Pfizer-BioNTech e AstraZeneca nelle scorse settimane avevano annunciato un drastico taglio alle dosi fornite, accampando motivazioni legate alla produzione insufficiente.

Sta di fatto che le prime quattro economie UE (Germania, Francia, Italia e Spagna) avevano somministrato alla giornata di mercoledì circa 11 milioni di dosi, riuscendo a coprire solamente circa il 4,3% medio delle rispettive popolazioni. E i richiami stanno andando ancora più a rilento, se è vero che solamente l’1,5% degli abitanti di questi paesi, che da soli rappresentano il 57,6% dell’intera popolazione comunitaria, risultava essere stato vaccinato completamente, cioè sottoposto anche alla seconda dose. Numeri, che differiscono in maniera plateale da quelli di altri paesi. In Israele, sono state somministrate dosi per il 70% della popolazione e il 27% ha già avuto il richiamo. Negli USA, le somministrazioni incidevano per il 13,4% della popolazione, i richiami per il 3,13%. Meglio ha fatto il Regno Unito: dosi per il 20% dei britannici e richiami solamente per lo 0,77%, data la diversa strategia adottata da Londra, che punta a tenere i richiami dopo 3 mesi dalla somministrazione della prima dose. (Vedi i numeri sulle vaccinazioni qui)

Ma di preciso, cos’è andato storto a Bruxelles? Le cause appaiono diverse.

La prima sarebbe legata ai tempi più lunghi di approvazione dei vaccini da parte dell’EMA. In effetti, il Regno Unito ha iniziato a vaccinare già prima della metà di dicembre, gli USA dalla terza settimana del mese e così anche Israele. Nella UE, il “Vax Day” è stato ufficialmente il 27 dicembre, ma per quel giorno arrivò agli stati comunitari un numero di dosi solo simbolico. Le vaccinazioni vere e proprie sono partite da inizio gennaio. Perché? A parte il fatto che le autorità farmaceutiche di USA e UK avevano avuto l’opportunità di accedere prima ai risultati delle sperimentazioni condotte dalle società domestiche, probabile che l’EMA abbia voluto prendersi qualche settimana di tempo in più per rassicurare l’ampia fetta della popolazione europea dubbiosa sulla fretta con cui questi vaccini siano stati prodotti.

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Tutti gli errori di Ursula

Ma Bruxelles potrebbe averci messo del suo trattando male con le case farmaceutiche. Ursula von der Leyen avrebbe tirato la corda a lungo sui prezzi, pagando ogni dose di Pfizer sui 12 euro contro i 23,50 euro di Israele. Risultato? Le forniture sono arrivate in abbondanza e prima laddove i clienti hanno pagato meglio. Direte che sia immorale giocare con la salute delle persone, ma il mercato funziona così e ignorarlo è stato da ingenui. Oltretutto, gli stessi contratti risultano essere stipulati con una certa vaghezza. Le case farmaceutiche si sono impegnate a fornire tot dosi per trimestre. Ora, capite che una cosa è che arrivi in Italia mezzo milione di dosi a settimana, un’altra che per certe settimane ne arrivino 100 mila e verso la fine del trimestre finanche 1 milione. Il contratto verrebbe ugualmente rispettato sul piano formale, ma nel frattempo non abbiamo potuto né vaccinare in fretta un numero congruo di persone, né predisporre un piano studiato, dato che di settimana in settimana non siamo neppure in grado di sapere se saremo capaci di effettuare i richiami nei tempi previsti, cioè dopo 21 giorni dalle prime somministrazioni.

C’è stato anche il fattore geopolitico. Bruxelles ha tirato fino all’ultimo giorno possibile per siglare un accordo con il Regno Unito sulla Brexit. I negoziatori guidati da Michel Barnier hanno esibito un atteggiamento a tratti arrogante, pensando di avere il coltello dalla parte del manico sul piano delle relazioni commerciali. Invece, come per uno scherzo del destino, abbiamo avuto sin da subito bisogno di un vaccino inglese per avviare la campagna UE, cioè di AstraZeneca. E guarda caso, la casa farmaceutica ha consegnato le dosi prima a Londra, sostenendo che questa si fosse prenotata con tre mesi di anticipo.

Ora, buttare tutte le croci addosso alla von der Leyen sarebbe disonesto. Tutta la Commissione ne esce malconcia, percepita dai cittadini europei non all’altezza del compito, pur gravoso. Ma la tedesca è stata criticata anche in patria sul tema. Peraltro, non è che in Germania godesse già da prima di buona nomea. Da ministro della Difesa, si era caratterizzata per gaffe, dubbi sulle sue qualità gestionali e per l’assenza di carattere. Anche a Bruxelles non sarebbe in grado di fare squadra e lo si è visto proprio sui vaccini, ancor prima su mascherine e ventilatori polmonari, quando ha temporeggiato dinnanzi alla chiusura delle frontiere commerciali all’interno della stessa UE. L’aver risparmiato qualche spicciolo sulle dosi prenotate non solo non avrà alcun impatto benefico sul bilancio comunitario, ma mette a repentaglio l’aggancio alla ripresa globale da parte della UE. Si rischiano centinaia di miliardi di PIL quest’anno per una decisione scriteriata e tipica di chi ha dimostrato di avere più una mentalità da ragioniera che non di politico di alto profilo.

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