Ecco come la Fed accontenterebbe Trump con una pausa sui tassi USA

L'amministrazione Trump potrebbe essere accontentata sui tassi, anche se al momento i margini della Federal Reserve sembrano nulli per non proseguire la stretta monetaria. Ecco le ragioni.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'amministrazione Trump potrebbe essere accontentata sui tassi, anche se al momento i margini della Federal Reserve sembrano nulli per non proseguire la stretta monetaria. Ecco le ragioni.

La Federal Reserve alzerà ancora i tassi per la quarta volta quest’anno, con ogni probabilità all’ultimo board del 2018 di dicembre. A quel punto, saliranno al 2,5%, un livello ancora storicamente basso e di poco nel range di lungo periodo del 2-5%, ma sufficiente a scatenare le ire della Casa Bianca, visto che tutte le altre principali economie avanzate del pianeta continuano a tenere i tassi a zero, di fatto godendo di un vantaggio competitivo grazie al cambio debole. Eppure, la Federal Reserve non potrebbe fare altrimenti, con un’inflazione riportatasi al target e un mercato del lavoro in piena occupazione, con il tasso di disoccupazione a settembre sceso al 3,7%, percentuale minima dalla fine del 1969. Il presidente Donald Trump ha attaccato più volte l’istituto negli ultimi mesi, arrivando a definirla “fuori di testa” per questa sua ossessione di continuare con la stretta monetaria. Qualche giorno fa, in un’intervista rilasciata alla Fox, si è detto deluso del governatore Jerome Powell, pur chiarendo che non intenderebbe cacciarlo. “Non è il ragazzo dal denaro facile che mi aspettavo”, aveva esclamato qualche settimana fa.

Perché nemmeno la forte America di Trump può permettersi tassi Fed più alti

I margini per accontentare l’uomo più potente del mondo, in teoria, non vi sarebbero. Leggendo i dati, si ottiene un panorama così positivo dell’economia americana, che appare non sostenibile e nemmeno credibile che la Fed possa prendersi una pausa sui tassi, non avendo giustificazioni serie al riguardo. Trump vittima dei suoi successi economici? Il pil è cresciuto del 4,2% su base annua nel secondo trimestre e nel terzo dovrebbe avere rallentato di poco, superando il 3%, a detta persino di suoi avversari mediatici come Bloomberg, in attesa della pubblicazione del dato oggi. Dunque, capitolo chiuso? Non esattamente. Per quanto la Fed sia indipendente dal potere politico, nel tempo le volontà delle varie amministrazione hanno sempre preso il sopravvento, pur mitigate e corrette dai governatori centrali. Accadeva anche con l’amministrazione Reagan, all’inizio desiderosa di combattere l’inflazione anche alzando di molto i tassi, che arrivarono al 20%, successivamente ansiosa di far tornare a crescere l’economia americana con una politica monetaria più accomodante, la quale non tardò ad arrivare, anche grazie al disinflazionamento centrato con successo.

Gli appigli a cui aggrapparsi

Sul piano dei numeri, esisterebbero diversi appigli per Powell. Partiamo proprio dal target principale, quello sull’inflazione. E’ stato formalmente fissato al 2% solo nel 2012 ed è stato centrato dopo 5 anni abbondanti solo da un anno. Tuttavia, nel 2016 l’istituto aveva chiarito – lo stesso ha fatto la BCE – che l’obiettivo debba intendersi come “simmetrico”, nel senso che se per un periodo venisse disatteso al ribasso, successivamente potrebbe tollerarsi una crescita tendenziale dei prezzi superiore per compensare. Poiché mediamente l’inflazione nel quinquennio 2012-2017 si è attestato all’1,6%, formalmente la Fed avrebbe titolo per tollerare un’inflazione fino al 2,4% per diversi anni ancora. In altre parole, se oggi non si notasse alcuna accelerazione dei prezzi, Powell potrebbe prendersi una pausa sui tassi senza alcun problema di mandato.

Tanto più che il mercato del lavoro continua a non mostrare una decisa accelerazione della crescita salariale, che i governatori centrali vedono quale molla per innalzare i costi di produzione e i prezzi al consumo. In effetti, pur con un mercato americano che offre più posti di lavoro di quanti siano i disoccupati, i salari orari continuano a crescere meno del 3% su base annua, seppur ai massimi dal 2009. Come mai? Difficile dare una risposta unica. La globalizzazione ha incrementato la concorrenza sia tra imprese che lavoratori, comprimendo prezzi e salari. Anche in una fase molto espansiva, la capacità dei lavoratori di reclamare e ottenere adeguamenti salariali cospicui si sarebbe ridotta. Nel caso americano, però, c’è di più. Il tasso di occupazione negli USA è solo del 60,4%, praticamente un paio di punti superiore all’Italia e ben otto in meno della media OCSE.

L’apice fu toccato tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del Millennio, quando esso si attestò al 64%. Pertanto, se in valore assoluto si ha oggi un record di occupati con 156 milioni di persone (+3,9 milioni sotto l’amministrazione Trump), per arrivare alla media OCSE mancherebbero all’appello ancora 20 milioni di posti di lavoro. Ora, non è detto che bisogna tendere per forza a tale obiettivo, ma effettivamente i margini per un miglioramento esistono. Questo spiegherebbe la ragione per cui i salari crescano ancora poco. Se è vero che la disoccupazione è stata praticamente debellata, restano molti americani inattivi nel confronto internazionale. E Trump ha promesso al suo insediamento che avrebbe creato proprio una ventina di milioni di posti di lavoro. La cifra non sembra sparata a caso. E per crearli serve una politica espansiva sul piano fiscale e monetario.

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Pausa sui tassi USA vicina?

La prima è stata varata con il più ingente taglio delle tasse dall’era Reagan, in deficit per 1.400 miliardi di dollari nell’arco di un decennio. I detrattori, ma anche buona parte dei sostenitori, ritengono che questa misura finirà per surriscaldare l’inflazione e abbia creato le premesse, quindi, per una stretta sui tassi più vigorosa. Altri la pensano diversamente: le imprese americane sarebbero nel medio-lungo termine incentivate a investire di più, aumentando la capacità produttiva e, quindi, l’offerta. Ciò ridurrebbe l’inflazione in una prospettiva di lunga visione, e anche ad essa guarda la Fed. Peraltro, guardando alla differenza tra il rendimento del Treasury a 5 anni con cedola fissa e quello con cedola legata all’inflazione di pari durata (“breakeven”), monitorata dagli analisti e la stessa Fed per carpire le aspettative d’inflazione, si scopre che non solo da qui a un lustro il mercato non si attenderebbe un’inflazione superiore al 2%, ma che in appena tre settimane il tasso medio atteso per il periodo risulta sceso dal 2,07% all’1,94%. Come dire, che nell’attesa che il piano fiscale di Trump esiti un effetto espansivo sulla produzione nel lungo termine, la stabilità dei prezzi sarebbe preservata.

Tutti questi ragionamenti ci portano a credere che Powell una pausa sui tassi se la prenderà, specie se dovessero montare tensioni internazionali come la “guerra” commerciale USA-Cina e/o quelle relative all’euro o Wall Street dovesse accentuare i cali. Per evitare di apparire non indipendente dal potere politico, la retorica “hawkish” proseguirà per qualche altro mese, almeno fino al prossimo rialzo dei tassi. Non è detto che non ne segua un altro ancora entro la prima metà del 2019, ma successivamente segnalerebbe maggiore prudenza. Già oggi, a dire il vero, il rialzo dei tassi viene avvertito dallo stesso governatore come indispensabile non tanto per paura di un’inflazione fuori controllo, quanto per il timore di ritrovarsi senza strumenti sufficienti da utilizzare nel caso di crisi. Forse, abbiamo intonato troppo presto la fine della “goldilocks economy”. 

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Argomenti: Economia USA, Fed, Presidenza Trump, tassi USA