Perché i populisti al governo segnerebbero la fine del PD

Il governo dei populisti è un trauma, in particolare, per il PD. A differenza di Silvio Berlusconi, il Nazareno affronta la fase politica che sta per nascere senza alcun salvagente.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il governo dei populisti è un trauma, in particolare, per il PD. A differenza di Silvio Berlusconi, il Nazareno affronta la fase politica che sta per nascere senza alcun salvagente.

Silvio Berlusconi grande sconfitto dalla nascita del governo giallo-verde? Le apparenze spesso ingannano. Se non vi è dubbio che l’ex premier abbia incassato un duro colpo d’immagine, costretto ad avallare un esecutivo in cui non entra formalmente, il placet a Matteo Salvini e Luigi Di Maio non è arrivato gratis. Anzitutto, Forza Italia seguirà un’ombra costante il leader leghista, che dovrà dimostrare con i fatti di garantire gli interessi aziendali dell’alleato, anche con la nomina di ministri “giusti” nelle posizioni chiave di Giustizia e Sviluppo Economico. Se, poi, il premier fosse proprio Salvini o il suo braccio destro, Giancarlo Giorgetti, tanto meglio. Sul piano politico, inoltre, tenendosi le mani libere, Forza Italia potrà incassare il dividendo derivante dall’eventuale popolarità del governo che sta per nascere, mentre potrebbe prenderne le distanze, se si rivelerà impopolare. Dunque, Berlusconi avrebbe veramente compiuto un passo di lato per cercare di farne una decina in avanti da qui al prossimo futuro. Chi rischia più di tutti è, invece, il PD.

Berlusconi otterrà equo indennizzo con astensione benevola

I democratici hanno visto sfumare in pochi giorni lo scenario per loro più positivo, quello o di andare al governo con il Movimento 5 Stelle, come speravano Dario Franceschini e Michele Emiliano, o quello nettamente più realistico di un governo del presidente, istituzionale o “neutrale”, che avrebbero appoggiato per restare abbarbicati al potere, nonostante la dura sconfitta elettorale subita a marzo.

Berlusconi col salvagente, PD senza

L’alleanza Lega-M5S, per quanto fosse nell’aria, ha spiazzato il Nazareno, che sperava in uno scenario più sbiadito in cui avrebbe potuto insinuarsi per lo storico senso di “responsabilità” che caratterizza il partito. Esistono due ragioni essenziali per le quali i dirigenti dem rischiano seriamente di finire male sul piano elettorale. La prima è prettamente politica: il PD ha un residuo peso di consenso tra gli anziani e i dipendenti pubblici, categorie i cui bisogni potrebbero non rientrare tra le priorità del nuovo esecutivo. Per non parlare delle coop, altro settore in cui il PD pesca a mani basse sia come consensi che classe dirigente e che non sarebbe più oggetto di negoziazione tra interessi reciproci, com’era avvenuto nel corso della Seconda Repubblica, quando i governi di centro-destra si sono guardati bene dal legiferare in maniera punitiva verso le forti agevolazioni fiscali di cui gode il mondo cooperativo, ottenendo in cambio un atteggiamento altrettanto benevolo dei governi di centro-sinistra verso le aziende di Berlusconi.

Questi schemi sono saltati. Gli interessi elettorali del PD non verrebbero più salvaguardati da Lega e M5S, i quali avranno come unico interlocutore, seppur informale, il Cavaliere. Da fuori, premerà perché siano tutelati i propri interessi personali, concedendo in cambio non solo un’opposizione benevola al governo, bensì pure possibili mediazioni necessarie con la cancelliera Angela Merkel e gli organismi europei. Non dimentichiamoci che Antonio Tajani, candidato premier in quota Forza Italia, guiderà l’Europarlamento fino alla fine dell’anno prossimo, non un aspetto irrilevante per due partiti, che non sono collegati con le due principali famiglie politiche europee – Popolari e Socialdemocratici – le quali controllano tutte le istituzioni comunitarie.

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Il PD tagliato fuori da tutti i giochi

Dunque, Berlusconi potrà ricevere rispetto, perché avrebbe qualcosa da dare al nuovo governo. Il PD, pur avendo governato fino ad oggi, paradossalmente si ritroverebbe senza alcuna moneta di scambio. Anzi, l’M5S ne approfitterebbe per colmare a sinistra ogni spazio elettorale e sul piano della gestione del potere. Parliamo delle centinaia di nomine, che da ora al prossimo anno il governo dovrà sfornare per rinnovare i consigli di amministrazione di una quarantina di società partecipate dal Tesoro, oltre che relative alle autorithy. Per la prima volta nella storia, partiti esterni all’establishment avranno modo di ridisegnare la mappa del potere finanziario e industriale in Italia. E già si parla di una Forza Italia coinvolta a pieno titolo, sempre tramite Salvini, che dal governo agirebbe in qualità di tutore di tutta la coalizione di centro-destra. Resta escluso, appunto, solo il PD.

Per i dem sarebbe un trauma, non solo perché le ultime nomine erano proprio dei governi Renzi e Gentiloni, ma anche perché il Nazareno vive di sistema. E’ il principale partito dell’establishment tricolore, attorno al quale ruota la ciccia del potere. Se non avesse più modo di ritagliarsi una significativa rappresentanza in seno ai board di aziende importanti, tra cui colossi come ENI, Enel, Cassa depositi e prestiti, Snam, Fincantieri, Rai, etc., potrebbe essere la fine, anche perché stavolta rischia di perdere anche centri di interessi come i sindacati, storicamente a sé vicini, i quali nella nuova compagine politica potrebbero ipotizzare un riposizionamento.

Un segnale allarmante per il PD, in tal senso, è arrivato dalla vicenda Ilva. Il piano presentato dal ministro dello Sviluppo uscente, Carlo Calenda, è stato bocciato dai sindacati. Esso prevedeva l’impegno della controllante indiana ArcelorMittal di assumere 10.000 dipendenti a tempo indeterminato e di non licenziare per almeno 5 anni, nonché di collocarne altri 1.500 entro il 2021 in una società costituita da Ilva e Invitalia. Uilm e Fiom, in particolare, hanno definito “incoerente” la proposte, visto che sinora si è parlato di 4.000 esuberi e considerando che l’intera forza lavoro sia ad oggi pari a 13.700 unità . La palla passa così al nuovo governo e il tempo stringe, perché la liquidità aziendale basterebbe fino a luglio. L’azienda “brucia” circa 30 milioni al mese e Calenda ha tacciato gli interlocutori di “populismo sindacale”. Il caso rischia di costituire un allarme per il PD, qualora i sindacati percepissero che meglio sarebbe trattare a ogni livello con amministrazioni “sovraniste” grilline e leghiste, apparentemente più disponibili ad accogliere le loro istanze contro le multinazionali. Sarebbe il segnale che i dem avrebbero perso ogni capacità di attrazione degli interessi diffusi sui territori. Quello del 4 marzo sarebbe solo l’origine di un dramma ben più strutturale.

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Argomenti: Politica, Politica italiana

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