Perché i mercati sono andati in rosso ieri sera con il rialzo dei tassi Fed

La Federal Reseve ha alzato i tassi di un quarto di punto per la quarta volta quest'anno, ma il suo è stato un messaggio accomodante. Eppure, i mercati sono rimasti contrariati. Vediamo perché.

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La Federal Reseve ha alzato i tassi di un quarto di punto per la quarta volta quest'anno, ma il suo è stato un messaggio accomodante. Eppure, i mercati sono rimasti contrariati. Vediamo perché.

E’ stata negativa la chiusura di ieri sera per Wall Street, con l’indice Dow Jones ad avere ripiegato dell’1,49%, dopo che la Federal Reserve ha comunicato, come da attese, il quarto rialzo dei tassi di quest’anno per 25 punti base al nuovo range del 2,25-2,50%. Al termine dell’ultimo FOMC del 2018, l’istituto ha reso noto le nuove proiezioni macroeconomiche, risultate di poco più deboli rispetto a quelle di settembre. Il pil USA quest’anno dovrebbe crescere del 3% contro il 3,1% atteso in precedenza, mentre l’anno prossimo rallenterà al +2,3% dal +2,5%. Quanto all’inflazione, è attesa all’1,9% quest’anno e anche nel 2019, giù rispettivamente dal 2,1% e dal 2%. Dunque, sono stati limati i decimali, mentre i “dot plots” della Fed, le stime sui tassi pubblicate dagli stessi funzionari dell’istituto, hanno evidenziato una stretta monetaria meno vigorosa per l’anno prossimo, al termine del quale i tassi mediamente salirebbero al 2,8% dal 3% atteso a settembre. In altre parole, la Fed segnala di volere aumentare i tassi di un totale di 50 punti base nel 2019 contro i 75 bp comunicati tre mesi fa. Insomma, dovremmo attenderci un paio di ulteriori rialzi dai tre sinora proiettati.

Il difficile compito della Fed, stretta tra mercati ed economia

Nel complesso, il mercato ha percepito il messaggio del governatore Jerome Powell come più “dovish” o accomodante rispetto al board di fine ottobre, ma ancora non abbastanza per scontare un reale cambio di passo. Ad ogni modo, il dollaro questa mattina perde mediamente un terzo di punto percentuale contro le principali divise del pianeta, mentre i rendimenti dei Treasuries a 10 anni cedono dal 2,82% pre-Fed al 2,77%, ai minimi da settembre e a soli 11 bp sopra i biennali.

Ancora giù il “breakeven” tra quinquennale con cedola fissa e quinquennali con cedola legata all’inflazione, al momento arretrato all’1,54%. Gli analisti monitorano questo spread per valutare le aspettative d’inflazione per i prossimi anni, rispetto alle quali si muove la Fed. Ebbene, risultano scese ai minimi da 18 mesi, decisamente al di sotto del target del 2%.

Eppure, dicevamo che gli investitori si sarebbero aspettati qualcosa di più da Powell, ovvero il segnale che la Fed o non avrebbe più alzato i tassi o che lo avrebbe fatto magari una sola volta l’anno prossimo, forse anche riducendo gli assets a bilancio a un ritmo inferiore rispetto all’attuale ritmo di 50 miliardi mensili. Come mai è arrivato questo disappunto? Anzitutto, il governatore aveva l’esigenza ieri di non mostrarsi accomodante con i desiderata del presidente Donald Trump, il quale fino a inizio settimana gli ha chiesto pubblicamente di non alzare i tassi, evitando quella che ha definito una “follia”. Se avesse ceduto in maniera palese, l’indipendenza della banca centrale americana sarebbe stata messa in dubbio dagli stessi mercati e ciò non avrebbe giovato alla capacità dell’istituto di centrare gli obiettivi del suo mandato, che consistono nel garantire la stabilità dei prezzi, compatibilmente con il raggiungimento della piena occupazione.

Cosa ci riserva la Fed nel 2019?

Secondariamente, un cambio di passo troppo vistoso avrebbe finito per allarmare gli investitori, i quali magari lo avrebbero percepito come l’inizio dei preparativi della Fed per l’arrivo imminente di una crisi. In realtà, l’economia americana dovrebbe rallentare il suo ritmo di crescita, decelerando al 2,9% nell’ultimo trimestre, stando alle stesse previsioni della Fed, ma siamo lontanissimi da una recessione, cioè da una contrazione del pil. Certo, nemmeno la superpotenza può pensare di restare immune dal contesto mondiale in cui si trova, ma per il momento i dati macro non autorizzerebbero Powell all’annuncio di una ritirata repentina sui tassi. Inoltre, le banche centrali, a meno di non essere colte di sorpresa da un evento traumatico (vedasi il crac di Lehman Brothers), puntano a preparare i mercati per tempo rispetto ai cambi di rotta, così da minimizzare lo shock.

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Tuttavia, con ieri è innegabile che la Fed abbia posto una cesura rispetto al trend dell’ultimo biennio, segnalando l’avvicinarsi della fine della stretta iniziata ormai ben tre anni fa, che pure passerà alla storia come la più lenta. Che cosa ci aspetta? Con ogni probabilità, un cammino ancora più “data dependent”. Powell vedrà di addolcire il suo messaggio di board in board e nel frattempo i suoi funzionari taglierebbero ulteriormente le stime sui tassi attesi, riducendole possibilmente con i mesi a uno solo per tutto l’anno prossimo. Sarebbe il segnale evidente che la stretta sarebbe arrivata a fine corsa. Se, poi, l’andamento del pil e dell’inflazione negli USA dovessero deludere le attese, non è nemmeno detto che il decimo rialzo resti nei piani.

Del resto, di munizioni per combattere la prossima recessione la Fed ne dispone, tra 250 punti base di tassi eventualmente da tagliare e una riduzione degli assets a bilancio che verrebbe arrestata o frenata anche all’istante. Si consideri, poi, che il dollaro oggi è di circa l’11,5% più forte rispetto alla media decennale e di quasi il 7% rispetto a quella da inizio millennio, seppure del 20% più debole rispetto ai massimi toccati una quindicina di anni fa. Dunque, vi sarebbe spazio per un indebolimento del cambio, a tutto sostegno sia dell’economia che dell’inflazione, in soccorso all’eventuale cambio di programma della Fed. Non è Powell a dover soffrire di ansia da prestazione per un’eventuale crisi alle porte.

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