Perché i dazi di Trump finiranno per colpire il debito americano

La politica dei dazi dell'amministrazione Trump mette a rischio il debito pubblico americano. Ecco le ragioni per cui i rendimenti dei Treasuries potrebbero esplodere nei prossimi anni.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La politica dei dazi dell'amministrazione Trump mette a rischio il debito pubblico americano. Ecco le ragioni per cui i rendimenti dei Treasuries potrebbero esplodere nei prossimi anni.

L’amministrazione Trump minaccia l’Europa con dazi sulle sue auto del 20%, qualora la UE non si decidesse a rimuovere dazi e barriere non tariffarie che gravano sui prodotti made in USA. A Bruxelles, dove si paventano ritorsioni commerciali immediate, è massima allerta sul nuovo capitolo aperto dalla Casa Bianca, dopo le tariffe del 25% e del 10% imposte rispettivamente su acciaio e alluminio. Il presidente americano ha sinora dimostrato di fare sul serio e i suoi tweet iniziano a fare molta più paura di qualche mese fa, quando sembravano suscitare più che altro ilarità. Alla base delle decisioni di Donald Trump vi è la necessità di tagliare quegli oltre 550 miliardi di dollari di deficit commerciale all’anno dell’economia americana, di cui il 70% nei confronti della sola Cina (solo merci). E con Pechino, i tecnici della Casa Bianca stanno trattando con l’obiettivo di tagliare il disavanzo in relazione a importazioni per 200 miliardi.

Debito USA alla base dell’economia mondiale, senza sarebbero guai

La partita è delicatissima. C’è tutta la sensazione che Washington stia giocando ad alzare il prezzo, presentandosi al tavolo delle trattative con i principali partner commerciali (Cina, UE, Messico e Canada) con la pistola carica, in modo da indurre le controparti ad abbassare la cresta e cedere. Il rischio è che il gioco sfugga di mano e che da una minaccia all’altra si passi ai fatti e si scateni una guerra commerciale, in cui a perdere sarebbero tutti, date le interconnessioni tra le varie economie mondiali. Bisogna tenere conto, ad esempio, che quando si impongono dazi su uno specifico prodotto, a farne le spese potrebbero essere non solo i produttori domestici di beni oggetto delle ritorsioni dei partner, bensì pure i fornitori dei semi-lavorati esportati verso quelle imprese straniere che a loro volta esportano il prodotto finale. Ad esempio, se impongo un dazio sulle auto importate, probabilmente finirò per colpire anche quelle aziende domestiche che vendono all’estero le gomme o i sedili per i passeggeri o altre parti del veicolo.

Le interconnessioni tra USA e resto del mondo

C’è, poi, un pericolo tutto specifico per l’America e che ha a che fare con il suo debito da 20.000 miliardi di dollari. Gli oltre 550 miliardi di importazioni nette all’anno rappresentano per il resto del mondo una fonte di ricchezza, che va a finire principalmente in Cina, in Europa e presso le economie partner del NAFTA, ovvero Canada e Messico. Questo denaro si trasforma in surplus commerciale, che le banche centrali devono investire per rendere quanto più profittevoli le loro riserve valutarie. La Cina, ad esempio, detiene circa 3.000 miliardi di dollari in valuta straniera, di cui i due terzi investiti nella divisa americana e di questi per il 60% in Treasuries, i titoli di stato USA.

Prendiamo la People’s Bank of China (PBoC): l’anno scorso dall’America si è trova a incassare flussi netti di circa 375 miliardi dalla vendita di soli beni. Questa immensa quantità di denaro può essere detenuta in forma liquida o investita in un qualche asset. In ogni caso, meglio sarebbe convertirla in dollari, in modo da indebolire lo yuan e mettersi al riparo da possibili fluttuazioni negative dei tassi di cambio. E tra detenere dollari veri e propri o titoli in dollari, meglio i secondi, che almeno staccano un rendimento del 3% sulle scadenze medio-lunghe, pur essendo un asset prontamente liquido e altamente affidabile. In altre parole, il deficit commerciale americano si trasforma in Treasuries, ovvero in capitali cinesi impiegati nei titoli del debito a stelle e strisce. Non a caso, la Cina è da anni quasi ininterrottamente il primo creditore sovrano degli USA, davanti al Giappone.

La Cina non molla il debito americano e l’opzione nucleare appare improbabile

Rischi per il debito USA

Che cosa succederebbe, se Trump decidesse di tagliare il deficit commerciale a colpi di dazi e non anche di ridurre o azzerare il disavanzo fiscale? L’America continuerebbe ad emettere nuovi debiti, solo che troverebbe in giro per il mondo minori capitali pronti a finanziarli. La pressione sui rendimenti aumenterebbe e il costo delle emissioni per il Tesoro USA sarebbe più alto. A meno che il risparmio interno non cresca e ciò avverrebbe in un contesto di tassi più alti, quello che il governo di fatto respinge, puntando come ogni altro su una politica monetaria relativamente accomodante e confidando in un dollaro debole per sostenere le esportazioni. E, però, qualcosa non quadra in questo ragionamento d’insieme: deficit atteso in salita, anche per effetto dei 1.400 miliardi di tasse tagliate in 10 anni; tassi pur sempre storicamente bassi e bilancio commerciale desiderata tendenzialmente in pareggio. L’unico modo per tenere insieme il quadro sarebbe un’impennata dei rendimenti sovrani americani, ovvero degli oneri a carico dei contribuenti e, quindi, un aumento ulteriore del deficit, ceteris paribus.

E qui non stiamo nemmeno mettendo in conto le conseguenze potenzialmente disastrose di una guerra commerciale sull’economia mondiale. Già oggi, il debito totale del globo (pubblico e privato) si aggira sul 270% del pil e tra le stesse economie emergenti risulta esploso in 10 anni dal 113% al 176%. Ciò significa che, anche senza immaginare un crollo delle esportazioni verso gli USA, la capacità di assorbimento dei nuovi debiti americani nel resto del mondo tenderebbe a ridursi, perché di debiti da rifinanziare ve ne sono sempre di più e in tutte le economie. Da qui, l’estremo allentamento monetario delle principali banche centrali, consapevoli che i tassi, se venissero tenuti ai livelli “naturali” di lungo periodo, renderebbero insostenibili molte passività generate nel pubblico così come nel privato.

In teoria, Trump potrebbe contribuire strutturalmente a riequilibrare la bilancia commerciale americana, tagliando il deficit fiscale. Un bilancio federale in pareggio ridurrebbe la domanda interna, ovvero anche gli acquisti di beni importati. Anche in questo caso verrebbe generata minore ricchezza all’estero e i capitali netti fluiti in economie come la Cina sarebbero inferiori a quelli odierni. Tuttavia, questo scenario sarebbe in sé sostenibile per il fatto che l’America emetterebbe meno o zero nuovi debiti, per cui il suo fabbisogno finanziario sarebbe in linea con i mutati saldi della bilancia commerciale. E questa strada non comporta rischi per la crescita globale, perché non innesca meccanismi di ritorsione tra grandi economie, ma sarebbe il frutto di un riequilibrio automatico delle relazioni di import-export per effetto delle diverse condizioni del mercato. Ma Trump punta a soluzioni più ruspanti e immediate.

Il deficit commerciale USA non si taglia con i dazi di Trump, ma agendo sui capitali

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Argomenti: bond sovrani, Economia USA, Presidenza Trump, rendimenti bond