Perché i 5 Stelle hanno detto sì alla TAP: le penali non c’entrano, immigrati e debito sì

Il sì alla TAP da parte del governo è un atto dovuto. Il voltafaccia dei 5 Stelle si giustifica con ragioni geo-politiche. C'entrano Trump, il deficit e la Libia.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il sì alla TAP da parte del governo è un atto dovuto. Il voltafaccia dei 5 Stelle si giustifica con ragioni geo-politiche. C'entrano Trump, il deficit e la Libia.

Si chiama Trans-Adriatic Pipeline (TAP) ed è il gasdotto che dalla frontiera greco-turca condurrà il gas dal Mar Caspito all’Italia, attraversando le acque dell’Adriatico e arrivando fino alla provincia di Lecce, più precisamente a Melendugno. La riapertura dei cantieri per la ripresa dei lavori per la costruzione dell’opera ha indignato i militanti locali del Movimento 5 Stelle, i quali non digeriscono il voltafaccia del governo Conte. I grillini avevano condotto una dura opposizione al gasdotto in campagna elettorale, ma negli ultimi giorni hanno cambiato parere, sostenendo che bloccare l’opera comporterebbe per l’Italia il pagamento di laute penali. L’ex ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, ha invitato il successore Luigi Di Maio a dimettersi, ritenendo che siano state raccontate molte bugie, non ultima quella delle penali.

Premier Conte in visita da Trump, l’accordo possibile in Libia su migranti e gas

In realtà, se è pur vero che il contratto sottoscritto dall’Italia con Grecia e Albania nel 2013 preveda il rischio di sborsare variare miliardi per il risarcimento dei danni nel caso in cui la costruzione fosse impedita, sono altre le ragioni concrete per le quali il gasdotto viene accettato, obtorto collo, anche dai grilli al governo. La pipeline avrebbe una capacità annua di 10 miliardi di metri cubi di gas naturale, in grado di rifornire 7 milioni di famiglie. Una volta completata, l’opera consentirebbe al nostro Paese di diversificare le fonti di approvvigionamento energetico, quando ad oggi il 45% dell’offerta di gas arriva dalla Russia, una percentuale superiore al 38% medio degli stati UE.

L’allentamento della dipendenza energetica dell’Italia e, in generale, dell’Europa dalla Russia è diventato un obiettivo primario dell’amministrazione Trump, che non a caso negli ultimi mesi sta accattando duramente la Germania per l’ok di Berlino alla costruzione del gasdotto North Stream, con cui Mosca rifornirebbe di gas il Vecchio Continente da nord, bypassando l’Ucraina. Washington è consapevole che gli alleati europei non possano permettersi una politica estera di contrapposizione frontale con il Cremlino, in quanto dipendono dal gas russo per una percentuale abbastanza elevata. Tutti ricordiamo quanto le tensioni tra Mosca e Kiev nell’inverno del 2005 rischiarono di lasciare al freddo centinaia di milioni di europei. Inevitabile una certa sudditanza psicologica dei governi UE verso Vladimir Putin, pur se negli ultimi anni si sono mostrati compatti e solidali con gli USA nel comminare sanzioni contro la Russia.

La partita dell’Italia passa da Trump

Il presidente Donald Trump ha espressamente sollecitato il premier Giuseppe Conte a consentire il completamento della TAP, nel corso della visita ufficiale del secondo alla Casa Bianca alla fine di luglio. Allo stesso tempo, ha garantito al nostro governo sostegno sulla Libia, un dossier sin troppo importante per Roma, alle prese con la complicata gestione degli sbarchi di clandestini in arrivo dall’Africa e che richiede la collaborazione di Tripoli per una soluzione efficace al problema. A Palermo si terrà tra due settimane una conferenza internazionale proprio sulla Libia, che a dicembre andrà ad elezioni su pressione della Francia, nonostante la contrarietà dell’Italia, la quale vorrebbe che fosse mantenuta e rafforzata la precaria stabilità interna sotto il governo di Fayez al-Sarraj.

Quello in corso tra Italia e America è una sorta di “do ut des”: Roma acconsente alla costruzione della TAP e in cambio incassa il sostegno di Washington sulla Libia contro la Francia di Emmanuel Macron, che nello stato nordafricano intende promuovere gli interessi di Parigi, a discapito degli equilibri geopolitici consolidati a noi favorevoli, come dimostra la presenza robusta di ENI. E fare asse con gli americani per noi italiani si rivela più importante che mai in questa fase di tensioni con la Commissione europea. Se Bruxelles percepirà Roma non isolata, sarà costretta ad ammorbidire la propria posizione sulla manovra di bilancio, viceversa si riterrà quasi spronata ad andare fino in fondo nella partita sul deficit, esternando un atteggiamento da bullo contro i giallo-verdi.

E sempre Trump a luglio aveva assicurato Conte che nel caso ve ne fosse bisogno, dall’anno prossimo ci darebbe una mano con il debito pubblico. Non è dato sapere in quali modalità, visto che gli USA non dispongono di un fondo sovrano. Tuttavia, l’America possiede altri mezzi per sostenere finanziariamente un alleato. Se intervenisse a rassicurare, ad esempio, i mercati sull’affidabilità di Roma, la finanza piano piano riacquisterebbe fiducia nei BTp. Inoltre, i commissari sarebbero indotti a non abbandonare uno stato comunitario tra le braccia di un suo “nemico”, perché sarebbe geo-politicamente un suicidio. Sarà un caso, ma qualche mano forse la Casa Bianca all’Italia l’ha data già sotto gli occhi di tutto il mondo, senza farsene accorgere. Le agenzie di rating Moody’s e S&P, legate alla finanza a stelle e strisce (Warren Buffett risulta tra gli azionisti della prima), hanno complessivamente graziato l’Italia, l’una declassando il nostro debito sovrano e mantenendo un outlook stabile, la seconda peggiorando solo l’outlook e tenendo invariato il giudizio.

Ci attendono due settimane decisive

Che l’Italia sia tornata al centro delle attenzioni americane lo segnala anche l’ultimo tweet di Trump sul nostro Paese, quando all’indomani del vertice italo-russo a Mosca, si è sperticato in lodi sul premier Conte e sulla strategia dura contro l’immigrazione clandestina. Casuale? Niente affatto. Poche ore prima, la Russia aveva offertoci sostegno sul debito, anche se tutti sappiamo che quelle di Putin siano armi spuntate contro la speculazione finanziaria, disponendo di risorse limitate. Tuttavia, il presidente-tycoon non intende regalare un alleato prezioso sul piano geo-politico ai russi, nonostante egli stesso ambisca a normalizzare i rapporti con il Cremlino. La vicinanza di Matteo Salvini a Putin viene guardata con qualche disappunto, anche se ritenuta più verbale che fattiva. L’Italia, ad esempio, ha rinnovato insieme ai restanti 27 partner UE le sanzioni contro Mosca, non per abbassare la testa a Bruxelles, quanto per comunicare lealtà proprio a Washington.

Non ci sarà quasi certamente alcun acquisto di BTp da parte del governo americano, cionondimeno il sostegno di Trump all’Italia vale e pure molto. La Casa Bianca ha il potere di persuadere gli investitori mondiali che uno stato meriti di essere finanziato e sul piano politico rafforzerebbe il gioco di Roma nella sua partita quasi ormai esistenziale con Bruxelles. In coincidenza (altro caso?) con la conferenza di Palermo sulla Libia, la UE replicherà alla lettera di spiegazioni fornitale dal ministro dell’Economia, Giovanni Tria. E gli esiti dei due eventi sarebbe più intrecciato di quanto non sembri. Serve a Conte tornare dalla Sicilia con un accordo in tasca sull’immigrazione e grazie agli americani, perché solo così potrà volare successivamente in Belgio per presentarsi al tavolo delle trattative con gli eurocrati da una posizione di forza. E allora, il placet alla TAP è un atto dovuto. I grillini e i comitati locali tutto ambiente e decrescita felice si mettano il cuore in pace, perché quelli di loro che stanno al governo hanno altre priorità che far tornare l’Italia al Medioevo.

Davvero Trump e Putin aiuteranno l’Italia comprandosi il nostro debito pubblico?

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Argomenti: Crisi economica Italia, Crisi materie prime, Economia Italia, Presidenza Trump