Perché Grecia, Spagna e Irlanda non sono da biasimare per i mali dell’Europa

Da The New Republic un articolo di Kash Mansori che interpreta la crisi dell'euro secondo una prospettiva di deficit di conti con l'estero piuttosto che di debito pubblico, in uno schema che coinvolge i paesi del centro quanto quelli della periferia

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È tutta colpa della Grecia. Questo è quello che un sacco di Europei – in segreto o apertamente – pensano, brontolando di fronte alla prospettiva di dover sborsare ancora più soldi per salvare la zona euro dalla crisi del debito. Ma che dire se questa semplice visione di come l’Europa sia arrivata nella sua situazione attuale non risultasse solo riduttiva, ma addirittura sbagliata?

CRISI DEBITO SOVRANO – Sciocchezze, sostengono quelli che si lamentano. Chiaramente, la crisi è iniziata perché il debito nella periferia della zona euro – Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna – è diventato così grande che gli investitori si sono impauriti del fatto che interi paesi erano a rischio di default. Se questi paesi non avessero collezionato tutto quel debito, vivendo spudoratamente al di sopra dei propri mezzi, allora niente di tutto questo sarebbe successo. Ma a questo racconto manca un elemento fondamentale sulla vera origine della crisi del debito dell’Eurozona. In particolare, manca il fatto che il disegno stesso della moneta comune Europea non solo ha causato, ma aveva lo scopo di portare la periferia della zona euro a sostenere grandi quantità di debito internazionale. Inoltre, c’era ben poco che i governi di questi paesi potessero fare per fermarlo. Lungi dal provocare la crisi, i paesi periferici della zona euro si trovavano contro potenti forze al di fuori del loro controllo, forze che probabilmente hanno reso questa crisi inevitabile.

EURO PERCHE’ – UNO dei principali obiettivi della valuta comune europea è sempre stato quello di promuovere una maggiore integrazione dei mercati finanziari tra i paesi membri. Si sperava che la moneta comune avrebbe reso più facile per gli investitori trovare buone opportunità di investimento in altri paesi dell’area dell’euro, perché non dovevano più preoccuparsi dei tassi di cambio.

In altre parole, uno dei vantaggi percepiti dell’euro era quello di rendere più facile per il capitale spostarsi dai paesi con abbondanza di capitale, e quindi un rendimento relativamente basso degli investimenti, a paesi che erano relativamente poveri di capitali, e che quindi offrivano rendimenti più elevati . Questo è considerato un ingrediente fondamentale nel processo di convergenza economica, in cui i paesi meno sviluppati raggiungono i più sviluppati.


Nel caso dell’Europa, i paesi ricchi stavano al centro della zona euro: Germania, Francia, Benelux, Austria e Finlandia. L’adozione dell’euro da parte dei paesi periferici nel 1999 ha permesso ai creditori del cuore dell’eurozona di approfittare dei tassi relativamente alti di rendimento nella periferia. E i paesi periferici, a loro volta, hanno potuto beneficiare dell’afflusso di capitali che riduceva gli oneri finanziari. In poche parole, l’adozione dell’euro come moneta comune è stato progettato per causare grandi flussi di capitali dal centro alla periferia della zona euro, e sono questi stessi flussi di capitale che hanno posto le basi della crisi.

FLUSSI DI CAPITALE EUROPA – Dai primi anni 2000 gli effetti di questo flusso di capitale esuberante dal centro verso la periferia erano abbastanza evidenti. Il flusso di capitali in un paese si misura dal suo disavanzo delle partite correnti; un saldo negativo di conto corrente significa che il paese è il destinatario del prestito internazionale, mentre un surplus indica che il capitale viene investito all’estero. E il disavanzo delle partite correnti dei paesi periferici è cresciuto enormemente negli anni successivi l’adozione dell’euro nel 1999, mentre i paesi centrali sono diventati fonte sostanziale di deflussi di capitale.


Ciò ha prodotto l’effetto desiderato, ovviamente, e i tassi di interesse nel nucleo della zona euro e nella periferia sono diventati rapidamente convergenti. Gli investitori del centro erano contenti dei rendimenti relativamente elevati che ricevevano dalla periferia, i paesi periferici hanno goduto di un boom economico finanziato in parte da questo accesso più facile al capitale abbondante del centro, e le esportazioni dal nucleo alla periferia sono aumentate.

Nel 2004 non c’era praticamente alcuna differenza nei tassi di interesse dei paesi periferici e quelli della Germania.

QUESTA NON E’ la prima volta che abbiamo visto un afflusso di capitali drammatico quando i paesi abbattono le barriere economiche e finanziarie. La stessa cosa è successa in Messico a seguito della creazione del NAFTA nei primi anni 1990, e in Asia orientale a metà a fine degli anni 1990. Quando i paesi meno sviluppati si integrano maggiormente con il resto del mondo, gli investitori di solito cercano di trarne vantaggio.

Il problema è che queste ondate di flussi di capitali dipendono dai capricci degli investitori internazionali, e quindi hanno una nota tendenza a un arresto improvviso in caso di modifiche del sentiment degli investitori. E quando questo accade, spesso segue una grave crisi finanziaria. Le ricerche di Carmen e Vincent Reinhart dimostrano che la “bonanza” (per prendere in prestito il loro termine) di flusso di capitali aumenta significativamente il rischio di crisi finanziarie; infatti, essi hanno scoperto che tali episodi sistematicamente precedono le crisi del debito sovrano, perché una volta che il flusso di capitali si ferma, il paese dal lato ricevente è improvvisamente incapace di rinnovare il debito che ha accumulato. Come notato da Rudi Dornbusch nel contesto della crisi del Messico del 1994, non è la velocità che uccide, è l’arresto improvviso.

Soprattutto, l’arresto improvviso può accadere anche quando un paese sta seguendo tutte le giuste politiche macroeconomiche. La crisi finanziaria Asiatica orientale e quella Messicana degli anni ’90 ne sono buoni esempi. Nel caso della zona euro, l’arresto improvviso di flussi di capitale nel corso del 2009 ha colpito indiscriminatamente tutti i paesi periferici, a prescindere dallo stato delle loro finanze. Spagna e Irlanda, per esempio, negli anni del boom sono stati più fiscalmente responsabili di Francia o Germania, ma questo non è stato sufficiente a proteggerli dalla fine improvvisa della bonanza del flusso di capitali.

Quindi, anche se la Grecia e il Portogallo (che hanno registrato deficit di bilancio di grandi dimensioni) fossero stati campioni di prudenza fiscale, è abbastanza probabile che essi sarebbero stati ugualmente colpiti dall’arresto improvviso della bonanza del flusso di capitali. Ecco perché il miglior indicatore dei paesi che sarebbero stati colpiti da questa crisi non era il deficit di bilancio, ma piuttosto la dimensione dei flussi di capitali che stavano ricevendo.

Così che cos’è che ha attivato l’arresto improvviso, se non il comportamento irresponsabile da parte dei paesi periferici? Le turbolenze finanziarie del 2008 e la conseguente profonda recessione nel 2009 sono probabilmente una spiegazione sufficiente. Questo non vuol dire che i paesi periferici hanno fatto tutto alla perfezione. Grecia e Portogallo avrebbero dovuto ridurre i loro deficit di bilancio quando ne avevano la possibilità durante gli anni buoni (anche se potremmo dire lo stesso degli Stati Uniti), e certamente il fatto che il governo Greco sia stato beccato a truccare le sue statistiche ufficiali non è stato d’aiuto.

Ma sappiamo che una delle caratteristiche principali della crisi finanziaria mondiale del 2008 è stata che improvvisamente gli investitori non hanno avuto più interesse in niente se non negli assets considerati più sicuri. Così, quando si è trattato degli investimenti nella periferia della zona euro, hanno deciso che era ora di fare cash. Aggiungete a ciò la conseguente recessione, che ha causato l’esplosione dei deficit di bilancio nella periferia – come in tutti gli altri paesi – e a quei paesi non è rimasta nessuna chance, non importa quanto responsabilmente avessero gestito le proprie finanze.

L’IMPLICAZIONE è che la creazione stessa della moneta comune ha generato i semi di questa crisi, non il comportamento dei paesi periferici. Anche se questi paesi non hanno necessariamente fatto tutto per bene, stavano giocando contro delle carte truccate. Ma se la spiegazione semplice di questa crisi – e cioè che è stata a causa del comportamento irresponsabile dei paesi della periferia – non è la risposta giusta, allora dobbiamo riconsiderare il modo in cui è stata gestita.

Per cominciare, se la crisi è il risultato di forze inesorabili al di là del controllo dei paesi periferici, non è opportuno scuotere la testa o punire quei paesi con la medicina amara di un’assistenza insufficiente. Questa crisi non deve essere trasformata in un racconto morale.

Ma ancora più importante, dal momento che la periferia della zona euro ha sopportato il peso della maggior parte dei rischi sistemici inerenti l’area della moneta comune, mentre i benefici sono stati condivisi sia dal centro che dalla periferia, è profondamente ingiusto che l’onere di risolvere la crisi sia posto in modo così schiacciante sui paesi periferici, attraverso le debilitanti misure di austerità richieste dai paesi del centro. I paesi forti della zona euro come la Francia e la Germania erano al posto di guida quando si è trattato di creare questo sistema, ed erano felici di approfittare della moneta comune quando era a loro vantaggio. I due paesi devono riconoscere che la responsabilità di risolvere questo pasticcio in realtà dovrebbe ricadere in gran parte su di loro.


Kash Mansori è un economista e consulente che fornisce analisi delle questioni finanziarie ed economiche sul suo blog The Light Street

 

Articolo originale: Why Greece, Spain, and Ireland Aren’t to Blame for Europe’s Woes

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