Perché Germania ed Europa non calcheranno la mano contro l’Italia giallo-verde

Il governo giallo-verde che sta per nascere non troverebbe calda accoglienza in Europa, ma i commissari e la Germania non cercherebbero lo scontro con Roma. Vediamo le ragioni.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il governo giallo-verde che sta per nascere non troverebbe calda accoglienza in Europa, ma i commissari e la Germania non cercherebbero lo scontro con Roma. Vediamo le ragioni.

Il governo giallo-verde di Lega e Movimento 5 Stelle sta per diventare realtà. Ormai, a Bruxelles se ne sono fatti tutti una ragione. La preoccupazione tra i commissari è elevata, così come tra le principali cancellerie. Il timore riguarda la sostenibilità fiscale dell’accordo tra i due partiti italiani “euro-scettici”, che include la “dual tax”, il reddito di cittadinanza, l’affievolimento della legge Fornero sulle pensioni, investimenti pubblici e stop alle clausole di salvaguardia. In tutto, si stima che la lista delle buone intenzioni costerebbe sui 100 miliardi di euro all’Italia. La Commissione magari è consapevole che si tratti di slogan e non di misure dall’attuazione certa, ma vede in esse la prospettiva concreta di un disinteresse totale di Roma a rispettare i target fiscali concordati e i limiti al deficit imposti dal Patto di stabilità e dagli altri trattati, come il Fiscal Compact.

La Germania è il paese più impensierito. La cancelliera Angela Merkel sembra raggelata dalla prospettiva di concludere la sua esperienza alla guida del governo federale con un’Eurozona nuovamente e forse definitivamente a rischio rottura, in preda a una probabile tempesta finanziaria, che esploderebbe nel caso in cui si arrivasse a un clima di sfiducia sul debito sovrano della terza economia dell’area. Per giunta, ella è più debole che mai politicamente, avversata dall’interno del suo stesso partito dall’ala destra più favorevole all’austerità fiscale e al contempo maggiormente filo-sovranista. Parliamo, in particolare, degli alleati bavaresi della CSU, ma anche della generazione dei 40-enni della CDU, tutti stanchi delle politiche pallide con cui Frau Merkel governa la Germania dal 2005.

E Berlino non è più la leader incontrastata della UE. La Francia di Emmanuel Macron ha assurto ormai a ruolo di vera difesa dell’europeismo, pur declinandolo in maniera apparentemente più inclusivo. Per non parlare di Donald Trump, che dalla Casa Bianca attenta proprio all’unità dell’Europa e all’economia tedesca, puntando a irrobustire le relazioni bilaterali e a ignorare le istituzioni comunitarie. Fosse per lui, l’euro dovrebbe sparire oggi stesso. Ad est, invece, i tedeschi sono pressati dalla Russia di Vladimir Putin, con cui non hanno pessimi rapporti, specie sul piano economico-commerciale, ma divergono per obiettivi: Mosca lotta contro la UE, che la Germania è costretta a difendere, per dirla alla Trump, in quanto “costruzione con cui scherma i propri interessi”.

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L’Europa non cercherà lo scontro con l’Italia

In questo scenario, non può che fare raccapriccio alla Merkel la sola ipotesi che Roma possa chiedere alla BCE di cancellare 250 miliardi di debito pubblico italiano. Quasi certamente non accadrà mai, ma il solo dibattito che si è scatenato pubblicamente nel corso della settimana scorsa segnala che ormai vengono infranti tutti i tabù. A picconarli prima sul piano istituzionale ci aveva pensato Mario Draghi, quando si è spinto a portare i tassi sui depositi delle banche in territorio negativo e ad acquistare assets sui mercati, operazioni dalla dubbia copertura legale per la Bundesbank.

Fanno molto rumore i toni utilizzati dai commissari nei confronti del governo italiano che verrà, come la richiesta di attenersi alle regole e la notifica di ieri di una manovra correttiva di 5 miliardi per quest’anno e di 10 per il prossimo. Tuttavia, il commissario agli Affari monetari, Pierre Moscovici, ieri stesso apriva a una collaborazione senza pregiudizi con il prossimo esecutivo e, in particolare, con il ministro dell’Economia. Parole in apparente distonia con quelle del presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, che dalla capitale ivoriana si era detto pronto a tutelare “i diritti degli africani in Italia” dalle espulsioni di massa promesse da leghisti e grillini. Ma Juncker è personalità a sé, praticamente isolato sul piano personale e istituzionale, noto per il suo carattere irruento e poco riflessivo.

Con l’Italia giallo-verde, Bruxelles non vuole alcuno scontro, semplicemente perché non può permetterselo. Una eventuale crisi dei BTp contagerebbe il resto della periferia, ovvero Bonos, bond lusitani, della stessa Grecia e finirebbe per scatenare nuove tensioni sull’euro. A differenza di qualche anno fa, poi, l’unità politica dell’area sarebbe tutt’altro che garantita. L’Europa di Visegrad, quella che raduna le principali economie orientali, ovvero Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca, sta su posizioni sovraniste, affiancata dall’Austria, in cui al governo vi è una coalizione tra centro-destra e destra nazionalista. L’Italia avrebbe gioco facile a insinuarsi in queste divisioni, paralizzando le istituzioni comunitarie, proprio mentre da USA e Russia vengono già messe a dura prova e mentre si richiederebbe loro massima coesione nelle trattative sulla Brexit.

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Frau Merkel debole in Germania ed Europa

E tirare la corda non conviene a nessuno. L’Italia andrebbe a gambe per aria con un debito di 2.300 miliardi e un’economia in stagnazione ormai perenne, ma allo stesso tempo circa 700 miliardi di bond detenuti da investitori stranieri (banche, fondi, assicurazioni) provocherebbero sconquassi anche all’estero, America inclusa. E sul piano delle relazioni finanziarie, il sistema Target 2 della BCE rileva posizioni creditizie della Germania per quasi 1.000 miliardi nei confronti del resto dell’Eurozona, mentre l’Italia vanta il record di esposizioni a debito per 450 miliardi. Denaro, secondo l’interpretazione di Draghi, che andrebbe saldato immediatamente nel caso di uscita dall’euro. Va da sé, tuttavia, che nessuna economia disporrebbe delle somme disponibili corrispondenti ai saldi negativi registrati. per cui l’uscita dall’euro di una grande economia minaccerebbe direttamente gli stessi creditori, tedeschi in primis.

La Merkel, però, in casa propria è stretta tra due opposte esigenze: realismo politico e compagine parlamentare. Euro-scettici e liberali la pressano da destra contro le riforme di Macron e il lassismo fiscale dell’Eurozona, mentre anche dall’interno del governo, tra cui il ministro dell’Interno, Horst Seehofer, molti contestano la sua linea accomodante ed europeista, chiedendole di non abboccare alle proposte di Parigi e di tenere lontani i tedeschi dalla condivisione di rischi e oneri. Non conviene a Mutti accendere le luci dei riflettori sull’Italia, perché resterebbe vittima delle stesse ambiguità del suo governo, dovendo o rinunciare alla leadership della Germania o di quella europea.

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Argomenti: Crisi del debito sovrano, Crisi Euro, Crisi Eurozona, Economia Europa, Politica, Politica italiana