Perché Facebook sta crollando in borsa e cosa c’entrano Trump e la Russia

Cosa sta accadendo a Facebook, che perde a Wall Street più del 6%? Il crollo si spiega con Donald Trump e la Russia. Mark Zuckerberg è nel mirino dei suoi ex "amici".

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Cosa sta accadendo a Facebook, che perde a Wall Street più del 6%? Il crollo si spiega con Donald Trump e la Russia. Mark Zuckerberg è nel mirino dei suoi ex

In questo momento, quando siamo nel tardo pomeriggio e Wall Street ha aperto le contrattazioni da quasi un’ora, le azioni Facebook stanno perdendo il 6,3%. Un avvio drammatico, che ha a che vedere con il presidente Donald Trump e la Russia di Vladimir Putin. Vi chiederete cosa c’entrino i due con l’affossamento in borsa del titolo. Ve lo spieghiamo molto brevemente. Due quotidiani internazionali, il britannico The Guardian e l’americano New York Times, entrambi di sinistra e ostili all’amministrazione USA, hanno riportato in questi giorni la notizia, secondo la quale la società di consulenza Cambridge Analytica avrebbe aiutato l’attuale presidente americano a vincere le elezioni del 2016, attingendo a milioni di dati dal social senza che nemmeno gli utenti ne fossero al corrente.

In estrema sintesi: l’app thisisyourdigitallife dal 2015 consente agli utenti di ottenere un loro profilo psicologico, accedendovi da Facebook. Risultano esservi iscritti 270.000 persone, che in cambio del servizio hanno autorizzato la società a utilizzare parte dei dati e delle informazioni ottenibili dalle loro attività online. Fino a qualche anno fa, Facebook consentiva a simili “data center” di raccogliere anche info e dati degli amici. Grazie a questa policy a dir poco generosa e che nei fatti dribblava il rilascio del consenso al trattamento da parte degli utenti, pare che l’app sia stata in grado di raccogliere dati su ben 50 milioni di profili social. Questi sarebbero stati successivamente condivisi con Cambridge Analytica, contravvenendo alle direttive del social, che vietano di cedere a terzi i dati raccolti.

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Fin qui, quasi nulla di anomalo. Senonché, di Cambridge Analytica è stato vice-presidente Steve Bannon, ex strategist della campagna elettorale di Trump e a capo di Breitbart News, l’organo di informazione della destra nazionalista americana o anche detta “alt right”. Queste informazioni sarebbero servite all’ex braccio destro del presidente per fare pubblicità politica molto mirata, personale e tale da segmentare gli utenti in maniera molto puntuale. Inoltre, Cambridge Analytica avrebbe orchestrato una campagna “fake” per prender di mira la candidata democratica Hillary Clinton, cercando di favorire così Trump nella corsa per la Casa Bianca. Lo stesso meccanismo sarebbe stato messo in atto in occasione del referendum sulla Brexit nel Regno Unito e in favore del comitato dei “Leave”, ovvero di quanti volevano lasciare la UE. Infine, non si sia per causa di chi e come, pare che questi dati siano arrivati in possesso di società russe, che li avrebbe utilizzati per interferire nella campagna presidenziale e sempre ai danni della Clinton, ad esempio, “trollandola”, ovvero creando commenti di puro disturbo.

I riflessi su Facebook

Perché la vicenda rischia di diventare seria per Mark Zuckerberg, fondatore del social più popolare al mondo? Perché rischia di rendere conto davanti alla giustizia del modo poco trasparente con cui i dati degli utenti vengono trattati e di finire nel mirino degli inserzionisti pubblicitari, che su pressione dell’opinione pubblica potrebbero fare quanto già avvenuto nei mesi scorsi con YouTube, controllata Google, ovvero sospendere i contratti fino a quando non venga attuata una policy di maggiore tutela dell’utente. Per non parlare del rischio per Facebook di ritrovarsi vittima, negli USA e/o in altre principali economie, di leggi più restrittive e favorevoli alla privacy, che metterebbero in crisi un business model incentrato essenzialmente sullo sfruttamento di dati ceduti dall’utente senza che nemmeno ne siano consapevoli.

Quanto alla vicenda Trump e dei russi, trattasi solo di fuffa politica di coloro, come i democratici e i filo-UE, che non riescono ancora ad accettare di avere perso rispettivamente le elezioni presidenziali del 2016 e il referendum sulla Brexit. E così, da paladino della sinistra mondiale filo-obamiana, Facebook si è trasformato in un nemico proprio dei progressisti per il suo presunto aiutino, pur non voluto e indiretto, alla campagna del repubblicano, come segnalano commenti piccati di esponenti dell’establishment liberal, tra cui George Soros, che al Forum di Davos, Svizzera, ha dichiarato che il social sarebbe sul viale del tramonto. Zuckerberg è accerchiato dagli stessi guru politici che lo osannavano fino a due anni fa.

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Argomenti: bolla finanziaria, Social media e internet

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