Perché Draghi è stato costretto a varare nuovi stimoli, ma non può spingersi oltre

La BCE ha appena annunciato nuovi prestiti mirati alle banche e il rinvio del primo rialzo dei tassi dal 2011, ma non può fare più di tanto senza minacciare l'economia dell'Eurozona. Ed ecco la vera ragione che ha spinto Draghi a una veloce inversione di marcia.

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La BCE ha appena annunciato nuovi prestiti mirati alle banche e il rinvio del primo rialzo dei tassi dal 2011, ma non può fare più di tanto senza minacciare l'economia dell'Eurozona. Ed ecco la vera ragione che ha spinto Draghi a una veloce inversione di marcia.

Inversione a U per la BCE, che alla fine di dicembre – appena due mesi e mezzo fa – cessava gli acquisti netti di assets con il “quantitative easing” e una settimana fa rinviava il primo rialzo dei tassi dal 2011 verso la fine dell’anno e al contempo annunciava il varo di nuove aste T-Ltro, prestiti mirati alle banche dell’Eurozona fino al marzo del 2021.

Una contraddizione palese, che non è sfuggita ai mercati, i quali non hanno reagito granché bene, intravedendo in questa retromarcia non dichiarata un’ammissione di fatto dell’errore commesso negli ultimi mesi dello scorso anno, quando in pieno rallentamento economico dell’area, l’istituto non ha voluto cambiare i propri piani. Tuttavia, adesso gli analisti non solo non vedono come imminente l’arrivo della stretta monetaria, ma stentano a credere che questa si materializzi da qui alla fine dell’anno prossimo. Secondo il chief global economist di BNP Paribas, Luigi Speranza, la BCE avrebbe perso il treno della normalizzazione monetaria e non sarà in grado di alzare i tassi da qui alla prossima crisi.

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In effetti, la lentezza con cui si muove l’Eurotower è diventata un problema. Le condizioni minime per iniziare ad alzare i tassi, magari partendo dai depositi overnight, vi erano due anni fa, quando l’economia dell’area sorprese in positivo. Invece, Draghi e il suo board hanno optato per rinviare di mesi e anni, con la conseguenza che sono finiti per annunciare il ritiro degli stimoli nella fase meno opportuna, trovandosi costretti dopo pochissime settimane alla parziale e imbarazzante marcia indietro.

Il problema della successione a Draghi

Tuttavia, il rallentamento non sarebbe stato l’unico motivo ad avere ispirato l’inversione a U di Francoforte. Il mandato di Draghi scade alla fine di ottobre e si avverte l’esigenza di non lasciare al successore la patata bollente di una seconda indecorosa retromarcia, come quella di 8 anni fa, quando l’attuale governatore esordì tagliando i tassi e smentendo praticamente l’operato del predecessore Jean-Claude Trichet, che in scia ad allucinazioni li aveva alzati due volte nei mesi precedenti, in piena tempesta finanziaria; a maggior ragione, considerando che Draghi potrebbe essere succeduto da un “falco” monetario, formalmente ostile agli stimoli, come il tedesco Jens Weidmann.

Ma nemmeno nel caso più probabile di nomina di un Erkki Likanen o di un francese tra Benoit Coeuré e François Villeroy sarebbe opportuno che si assumesse la responsabilità del disfacimento dei piani di uscita dall’accomodamento, anche perché verrebbe sconfessata la continuità della politica monetaria, che dovrebbe trascendere dalle persone che ci mettono la faccia.

Non si pensi, però, che il dietrofront possa portare a un ritorno in pompa magna degli stimoli tout court. Chi auspica o prevede un nuovo ciclo di QE sarebbe destinato a rimanere deluso, non fosse altro per la necessità della BCE di non contribuire ad alzare il livello dello scontro con l’America di Donald Trump. Il presidente americano chiede da tempo che l’euro venga rafforzato e non tenuto artificiosamente basso contro il dollaro a colpi di stimoli e tassi azzerati. Vero, Francoforte non segue i desiderata dei governi europei, figuriamoci quelli della politica a stelle e strisce, ma se la Casa Bianca s’indispettisse per un nuovo allentamento nell’Eurozona, quelle tensioni commerciali, che ad ogni conferenza stampa post-board Draghi inserisce tra i rischi al ribasso per l’economia nell’area, diverrebbero ancora più acute e preoccupanti.

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Il fragile equilibrio con gli USA di Trump

Non dimentichiamoci che Trump minaccia ormai apertamente di imporre dazi più alti sulle auto importate dalla UE. Se li innalzasse, sarebbe un duro colpo per la Germania, prima economia continentale. Bruxelles reagirebbe con ritorsioni, ma è proprio lo scenario che andrebbe evitato il più possibile, perché l’unione monetaria è esportatrice netta, contrariamente all’America che importa beni e servizi per oltre mezzo trilione di dollari all’anno in più di quanto non ne esporti.

In sostanza, la “guerra” commerciale farebbe male a tutti, ma specie a chi fonda la sua economia sulle esportazioni, avendo al suo interno una domanda relativamente debole. Senza il contributo positivo dei mercati esteri, l’unico stimolo dovrebbe arrivare dai consumi interni e dagli investimenti privati e pubblici. A quel punto, l’attenzione e la pressione si sposterebbero sui governi, affinché contribuiscano alla crescita tramite la leva fiscale. E sappiamo quanto la Germania sia contraria al solo pensiero.

Dunque, Draghi ha fatto un passo indietro, rimangiandosi la parola sui tassi, sia per la velocità con cui l’Eurozona rischia di piombare in recessione, sia per lasciare in eredità al successore un quadro chiaro sulla rotta da assumere, evitando imbarazzanti cesure. Al contempo, non può spingersi oltre con gli stimoli, vuoi perché già il grado di accomodamento nell’area sia già elevato, vuoi anche per il timore di urtare gli USA, i quali già lamentano con Trump di avere tassi molto più alti di quelli del resto del mondo avanzato e tali da avere rafforzato eccessivamente il dollaro contro le altre principali valute. La BCE non può ambire alla parità euro-dollaro, perché sotto elezioni il presidente americano scatenerebbe l’inferno contro l’area, a partire dai dazi, e verosimilmente accrescendo la pressione al massimo sulla Federal Reserve, affinché tagli i tassi e magari riprenda ad acquistare Treasuries con un quarto ciclo di QE.

Detto fuori dai denti, la BCE si trova in trappola. Deve confidare che i passi annunciati bastino ad evitare la recessione e non indispongano l’America. Serve la massima calma sui mercati, per cui difficile che a Bruxelles qualche commissario matto, specie sotto elezioni, abbia voglia di riaprire il dossier Italia con la richiesta di una super manovra correttiva dei conti pubblici. L’ultima cosa che a Francoforte vorrebbero, in questa fase ,sarebbe il riaccendersi di tensioni finanziarie, che già nei mesi scorsi avrebbero contribuito al rallentamento di tutta l’area, oltre che dell’economia italiana nello specifico.

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