Perché il dollaro tornerà a rafforzarsi dopo il “sell off” degli ultimi 3 mesi

Dollaro in picchiata da mesi, ma questo dato lascia intendere che una risalita sarebbe vicina.

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Dollaro in picchiata da mesi, ma questo dato lascia intendere che una risalita sarebbe vicina.

E’ stato l’ultimo board presieduto dal governatore Janet Yellen quello della Federal Reserve conclusosi ieri con tassi lasciati invariati. Tra quattro giorni, al suo posto s’insedierà ufficialmente Jerome Powell, nominato dal presidente Donald Trump nei mesi scorsi e confermato dal Senato pochi giorni fa. L’istituto ha rimosso dal comunicato ufficiale alcune delle espressioni utilizzate per esprimere preoccupazione sull’assenza di inflazione. Al contrario, ha chiarito di attendersi che la crescita dei prezzi acceleri e si stabilizzi intorno al 2%. Prima di dare l’addio alla carica e alla stessa Fed, la Yellen si è mostrata ottimista sull’economia americana, sostenuta dai consumi delle famiglie e dagli investimenti delle imprese. E pur non avendo alzato i tassi USA (lo aveva fatto a dicembre), la “forward guidance” è stata mutata, se è vero che si è passati da quel “graduali aggiustamenti” inserito nel testo per riferirsi ai cambiamenti in vista per la politica monetaria a “ulteriori graduali aggiustamenti”, come dire che l’istituto segnalerebbe l’intenzione di procedere nei prossimi mesi con una stretta più spedita rispetto a quella sinora ipotizzata. (Leggi anche: Oro, bond, azioni e dollaro: cosa succede)

I mercati stanno scontando tre rialzi dei tassi quest’anno e un paio per l’anno prossimo. Un dato, tuttavia, dovrebbe indurci a pensare che i tassi americani potrebbero salire più di quanto non sia stato scontato dai mercati. Prendiamo il differenziale di rendimento tra i rendimenti dei Treasuries a 5 anni con cedola fissa e quelli con la stessa scadenza, ma con cedola legata all’inflazione. Esso indicherebbe le aspettative d’inflazione negli USA da parte degli investitori per il medio termine. Il cosiddetto “breakeven” si è spinto ormai intorno al 2%, che è anche il target d’inflazione fissato dalla Fed.

Alla fine dell’agosto scorso, era sceso all’1,54%, mentre al momento è risalito ai massimi dal luglio 2014, mese in cui le quotazioni del petrolio avevano iniziato ad arretrare, ma si attestavano ancora sopra i 100 dollari al barile.

Aspettative d’inflazione si surriscaldano

Il differenziale di cui sopra sembra segnalare un trend coincidente con quello delle quotazioni petrolifere, a conferma di come le aspettative d’inflazione siano da queste direttamente influenzate. In effetti, due anni fa era crollato sotto l’1%, quando un barile era arrivato a costare meno di 30 dollari. E si era portato nuovamente a ridosso del 2% un anno fa, nei primi giorni della presidenza Trump, quando i mercati avevano iniziato a scontare gli effetti di una politica economica pro-crescita e il suo impatto sui prezzi domestici (cosiddetta “Trumpflation”).

La crescita del “breakeven”, in effetti, sembra legata anche alla riforma fiscale, i cui dettagli sono stati svelati gradualmente dalla fine dell’agosto scorso e che è stata approvata dal Congresso negli ultimissimi mesi dell’anno. Il robusto taglio delle tasse, in deficit per 1.400 miliardi in 10 anni, spinge a prevedere un’accelerazione dell’inflazione, visto che l’economia americana è già in piena occupazione (disoccupazione scesa al 4,1%, dato minimo dal 2000) e cresce al ritmo medio di quasi il 3% negli ultimi trimestri. Inflazione più alta implicherebbe tassi reali maggiori, perché la Fed dovrà mantenere fede all’impegno di perseguire la stabilità dei prezzi. E tassi più alti rafforzerebbero il dollaro, che negli ultimi tre mesi si è indebolito mediamente del 6,5%, scendendo ai livelli minimi da 39 mesi. (Leggi anche: Gli effetti del dollaro debole sull’economia mondiale)

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