Perché desiderare il ritorno dell’alta inflazione significa scherzare con il fuoco

L'inflazione resta il grande obiettivo non raggiunto dalle principali banche centrali. Anche se è diventata popolare in politica, si tratta di un male economico con effetti boomerang per i governi.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'inflazione resta il grande obiettivo non raggiunto dalle principali banche centrali. Anche se è diventata popolare in politica, si tratta di un male economico con effetti boomerang per i governi.

Sono passati 10 anni dall’esplosione della crisi finanziaria mondiale, sorta negli USA con il collasso del mercato dei mutui “subprime” e propagatasi a macchia d’olio nel resto del pianeta, travolgendo particolarmente l’Europa. Da allora, il mondo è cambiato. Le banche centrali hanno iniziato ad adottare stimoli monetari non convenzionali e senza precedenti sul piano quantitativo. I tassi sono stati azzerati e sono stati acquistati sui mercati bond sovrani, corporate, persino azioni, tutto con un duplice obiettivo: iniettare liquidità per difendere la stabilità dei prezzi contro il rischio di deflazione, come si verificò negli anni Trenta, nonché per sostenere la ripresa economica. Quest’ultimo obiettivo è stato raggiunto: tutte le grandi economie – USA, UE e Giappone – hanno superato i livelli del pil del 2007, anche se l’Italia e, soprattutto, la Grecia sono rispettivamente indietro del 5% e del 25% rispetto ai picchi pre-crisi. Quanto all’inflazione, i risultati non appaiono entusiasmanti.

Ecco la scusa delle banche centrali per tenere bassi i tassi a lungo

Se negli USA la crescita tendenziale dei prezzi si è portata attorno o sopra il target del 2% solo da pochi mesi, in gran parte di Europa e nel Giappone resta decisamente al di sotto. Frustrati dall’incapacità di centrare l’obiettivo, i governatori centrali di BCE, SNB e BoJ, in particolare, non riescono a porre fine ai rispettivi stimoli e all’era dei tassi zero o negativi. Vero, Mario Draghi ha annunciato che il “quantitative easing” cesserà di esistere dalla fine di quest’anno, ma ciò non toglie che nei prossimi anni la BCE continuerà ad acquistare titoli di stato e privati reinvestendo i proventi dei bond in scadenza e che i tassi restino sottozero sui depositi overnight delle banche, con quelli di riferimento attesi ancora poco meno che nulli da qui a un paio di anni.

I danni dell’inflazione

Ma perché l’inflazione è così importante? Le banche centrali difendo il loro concetto di stabilità dei prezzi, che nella stragrande maggioranza dei casi contempla un rialzo medio annuo dei prezzi fino al 2%. In realtà, prezzi crescenti del 2% o poco meno all’anno non significano esattamente stabilità, ma nelle convinzioni dei governatori, messe nero su bianco nei rispettivi statuti, “un po’ d’inflazione” serve per stimolare l’economia. Prezzi assolutamente piatti indurrebbero i consumatori a rinviare al futuro diverse spese, con ciò rallentando la crescita economica. E, soprattutto, dalla crescita zero a una decrescita dei prezzi il passo sarebbe breve: le imprese inizierebbero a tagliare i prezzi per attirare domanda o rinvierebbero parte della produzione per non incorrere in un eccesso di offerta, finendo per deprimere salari e prezzi.

Eppure, l’inflazione, così tanto invocata dai politici negli ultimi anni, non è qualcosa che dovrebbe far felice nessuno. Essa segnala la perdita di potere d’acquisto della moneta. Un’inflazione anche solo al 2% implica che il valore di una banconota da 100 euro si annulla dopo 35 anni. Con un’inflazione al 3%, l’azzeramento si verifica già solo dopo meno di 24 anni, mentre con un’inflazione all’1% di anni per perdere tutto ne servirebbero 70. Dunque, se al netto della componente energetica e degli alimentari freschi, l’inflazione di fondo nell’Eurozona oggi viaggia intorno all’1% e la BCE punta quasi a raddoppiarla, significa che Francoforte starebbe lavorando per accelerare di 35 anni la perdita totale del potere di acquisto di salari e stipendi.

Mentre le economie avanzate fanno di tutto per rinvigorire i prezzi, il Venezuela corre verso un’iperinflazione al milione percento e i turchi devono vedersela con un tasso di crescita dei prezzi ormai superiore al 15%, mentre gli argentini da anni vivono sotto tassi al 40% e oggi ancora subiscono un deprezzamento dei salari nell’ordine del 25%. E non sono così lontani i tempi in cui anche noi italiani vedevamo sciupare il nostro potere di acquisto di mese in mese. Negli “mitici” anni Ottanta, la crescita cumulata dei prezzi fu di ben il 190%, pari a un tasso medio annuo di oltre l’11%, pur in calo dal 12,3% medio degli anni Settanta. C’è chi, in politica come tra i cittadini, rimpiange quel periodo, se non altro perché lo associa a una fase ancora di crescita dell’economia, seguita da una crisi praticamente perenne. In pochi notano come proprio quell’inflazione a doppia cifra preparò le condizioni per una caduta dell’Italia sul piano economico, sociale e politico.

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Gli effetti destabilizzanti dell’inflazione

Senza volere comparare la situazione italiana con quella devastante di economie alle prese con l’iperinflazione, non possiamo non notare come la crescita elevata dei prezzi nella storia abbia alimentato rivolte politiche dirompenti. Nella Repubblica di Weimar si arrivò a vendere un chilo di pane a 4.500 miliardi di marchi, un decennio dopo saliva alla cancelleria un tale Adolf Hitler. E nel lustro precedente alla Marcia su Roma, i prezzi in Italia erano esplosi di oltre il 210%, facendo esplodere tensioni sociali e preparando il terreno per l’ascesa del fascismo. Sarà un caso, ma quando gli effetti dell’alta inflazione si mostrarono in forma di salari insufficienti, perdita di competitività internazionale, lira flagellata e tassi necessariamente elevati per combatterla, l’arco costituzionale che aveva retto le sorti democratiche post-belliche fu spazzato via da un’ondata di riflusso elettorale. La stessa Turchia ha subito nel corso dei decenni passati diversi colpi di stato e si consegnava all’inizio del Millennio al presidente Erdogan, successivamente a fasi di esplosione dei prezzi. Ciò segnerebbe il destino anche del regime “chavista” di Nicolas Maduro a Caracas.

In altre parole, l’inflazione è un male economico, che si traduce negli anni in un boomerang politico, nonostante siano proprio i governi ad ambire, chi apertamente e chi no, a una crescita almeno moderata dei prezzi, al fine di gonfiare le entrate fiscali e di sgonfiare il rapporto tra deficit e pil, nonché di garantire ai ceti meno abbienti l’illusione di una crescita del loro benessere. Col tempo, il trucco si svela da solo e alla politica viene presentato il conto delle proprie irresponsabilità.

Certo, un’inflazione al 2%, come perseguita dalle principali banche centrali, non sarebbe tale da destabilizzare le economie sul piano socio-economico, ma il punto è che le azioni messe in atto dagli istituti per tendere all’obiettivo sembrano essere andate ben oltre il ragionevole e il rischio che la situazione sfugga di mano è alto. Se i 12.000 miliardi di liquidità iniettata sui mercati dalle principali sei banche centrali iniziassero ad entrare nel circuito dell’economia reale, uscendo da quello finanziario, cosa accadrebbe ai prezzi? Parliamo di una quantità di denaro, che corrisponde al 60% del pil americano e al 100% di quello dell’Eurozona e al doppio del pil in Giappone. Altro che “populismo”, se oltre a lamentare una carente performance dell’occupazione, di salari e stipendi, gli elettori dovessero anche iniziare a fare i conti con prezzi sempre più alti. A rischio vi sarebbe la pace sociale, se tali flussi di denaro si dirigessero sui mercati immobiliari, rendendo più proibitivo per la classe media comprare casa.

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Argomenti: bolla finanziaria, Inflazione