Perché da giovedì Italia e Commissione europea rischiano di tornare ai ferri corti sul deficit

Gennaio è stato un buon mese per i nostri titoli di stato, ma la tregua concessaci dai mercati potrebbe finire già dopodomani. Ecco perché si rischiano nuove tensioni tra Italia e Commissione europea.

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Gennaio è stato un buon mese per i nostri titoli di stato, ma la tregua concessaci dai mercati potrebbe finire già dopodomani. Ecco perché si rischiano nuove tensioni tra Italia e Commissione europea.

E’ stato un buon mese per l’Italia sul fronte finanziario. La curva dei tassi si è sgonfiata e Piazza Affari ha messo a segno un rialzo di quasi l’8%, portandosi ai massimi da tre mesi e mezzo. L’ultima asta dei BoT a sei mesi di oggi è stata molto positiva, con i rendimenti scesi al -0,025% dal +0,215% del mese scorso, al livello più basso dall’aprile scorso, vale a dire da quando Movimento 5 Stelle e Lega hanno avviato le trattative per la nascita del governo Conte.

Buona parte di questi ribassi si deve alla previsione da parte dei mercati di un rinvio della stretta BCE all’anno prossimo, come dimostra il fatto che anche i prezzi degli altri bond dell’Eurozona stiano salendo. Innegabile, però, che un ruolo positivo lo abbia giocato la tregua siglata tra Italia e Commissione europea sul deficit, con la prima ad avere accettato di tagliarlo al 2% dal 2,4% inizialmente fissato e la seconda ad avere ritirato la minaccia della procedura d’infrazione.

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Da dopodomani, però, l’umore sui mercati rischia di mutare a sfavore dei nostri BTp. L’Istat diramerà i dati preliminari sulla crescita del pil nel quarto trimestre e le attese sono per una contrazione dello 0,1% rispetto ai tre mesi precedenti. Se il consensus fosse confermato, l’economia italiana sarebbe entrata tecnicamente in recessione, essendosi contratta già nel terzo trimestre dello 0,1%. A quel punto, sempre più difficile per il governo tenere inalterata la stima di crescita dell’1% per quest’anno, quando già la Banca d’Italia e il Fondo Monetario Internazionale l’hanno tagliata allo 0,6% entrambe. Il punto è che su quell’1% si è costruito il bilancio per il 2019. Anzi, fino a quando la Commissione europea non ha chiesto e ottenuto una revisione delle stime in senso più realistico, il Tesoro metteva nero su bianco una crescita dell’1,5%.

Perché l’ingresso formale dell’Italia in recessione sarebbe un problema? Esso aumenterebbe le probabilità di una ulteriore limatura delle stime per l’anno in corso.

A quel punto, anche i conti pubblici dovranno essere rivisti, in quanto le entrate fiscali sarebbero una cosa con un pil a crescere dell’1%, un’altra se crescesse della metà. Considerando che la nostra pressione fiscale viaggia intorno al 43%, possiamo stimare in 4 decimali di punto percentuale il maggiore gettito per ogni +1% segnato dal pil. Viceversa, se la crescita economica, per ipotesi, fosse disattesa al ribasso di mezzo punto percentuale, il minore gettito sarebbe di circa lo 0,2%, pari a circa 3,5-3,6 miliardi. In altre parole, il deficit salirebbe al 2,2%, fermo restando il costo del debito, per cui occorrerebbe varare una manovra correttiva.

Rischio di nuove tensioni sul deficit

Il governo ha sinora segnalato l’indisponibilità a una simile operazione, mentre i commissari hanno dal canto loro reso evidente nelle trattative sulla manovra, che di concedere nuovi margini di flessibilità all’Italia non ci pensano nemmeno, ancor di più considerando che a Roma vi sia un governo euro-scettico, di cui non si fidano per la conduzione della politica economica. Il governo e i due partiti che lo sorreggono, al contrario, proprio con l’ufficializzazione della recessione avrebbero ragioni per chiedere di evitare una ulteriore manovra restrittiva sul piano fiscale, invocando misure anti-cicliche per sostenere l’economia, specie adesso che si sta indebolendo la congiuntura internazionale e che le esportazioni potrebbero divenire sempre meno trainanti.

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Si rischia di tornare al dialogo tra sordi e di trascinare la questione fino alle elezioni europee, quando 5 Stelle e Lega ritengono e sperano di ottenere una buona affermazione e a discapito delle opposizioni europeiste. Lo scenario più sgradevole sarebbe quello di 4 mesi di campagna elettorale degli uni e degli altri sulla pelle dei titoli di stato, con Bruxelles a minacciare ritorsioni e Roma a replicare picche. Il teatrino, allestito nell’autunno appena trascorso, ha provocato l’esplosione dello spread fino a circa 330 punti base, rientrato al momento sotto i 250 bp.

I rendimenti a 10 anni sono arrivati a superare il 3,70%, mentre adesso si attestano a circa 100 bp sotto. Gli stessi BoT a un anno salivano sopra lo 0,6%, ripiegando a meno dello 0,10% di questa fase. Insomma, il danno che si rischia di provocare sarebbe alto, azzerando i miglioramenti visibili degli ultimi 2 mesi. E, soprattutto, i mercati avrebbero conferma che nell’Eurozona non vi sia alcun dialogo costruttivo tra le parti, bensì pura propaganda e indifferenza per le condizioni reali dell’economia e delle finanze pubbliche.

Ci sarebbe modo di evitare tutto questo? In teoria, sì. E la risposta l’ha offerta ieri il governatore Mario Draghi, quando ha spiegato agli europarlamentari che la strada migliore per abbattere il rapporto debito/pil sarebbe non l’austerità fiscale, bensì quella delle riforme economiche per stimolare la crescita economica. E qui ci infiliamo in un nuovo tunnel, perché il governo penta-leghista di varare riforme non sembra volere sentire e, anzi, dimostra con il “Decreto dignità”, il reddito di cittadinanza, quota 100 e la proposta grillina del salario minimo legale di 9 euro all’ora di andare in tutt’altra direzione. A meno che non rinsavisca di fronte allo scenario di una manovra correttiva altrimenti obbligata. E, però, la tentazione di giocare d’azzardo e confidare sul buon esito elettorale a maggio potrebbe rivelarsi superiore a qualche buon consiglio.

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