Perché ci si commuove per Parigi e si ignorano le altre stragi?

Ci si è commossi più per i 130 morti di Parigi che per i 2000 morti in Nigeria: perché ignoriamo così tante stragi e che ruolo devono avere Facebook e i media in questo contesto?

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Ci si è commossi più per i 130 morti di Parigi che per i 2000 morti in Nigeria: perché ignoriamo così tante stragi e che ruolo devono avere Facebook e i media in questo contesto?

Nigeria, Libano, Afghanistan, Iraq, la stessa Siria, Russia, Pakistan e molto altro ancora. Eppure Parigi riesce a commuovere di più il mondo occidentale, quello che si muove con bandiere francesi da applicare alle proprie foto profilo, o quello che si sveglia e, dopo aver temporeggiato, decide che è giunto il momento di attaccare i punti nevralgici dello Stato islamico. Ma davvero ci si commuove di più per Parigi e si ignorano le altre stragi? Sì, in un certo senso è così, è innegabile. Ma sul banco degli imputati, non devono andare le persone comuni, quelle che giustamente si sentono più vicine a Parigi e meno a Beirut o alla Nigeria. Chi forse ha qualche responsabilità in questo contesto sono proprio quelli che dovrebbero sensibilizzare di più  l’opinione pubblica su determinati argomenti: l’informazione, che comunque fa trapelare le notizie, e i nuovi media di oggi, che alla fine ci coinvolgono tutti, come Facebook: il social network, dopo le polemiche per aver inserito l’app di inserimento della bandiera di Parigi, ha attivato anche il Safety Check per la Nigeria, dove martedì scorso Boko Haram ha fatto strage di almeno 30 civili inermi. Eppure, anche in questo contesto la questione risulta complessa.  

La disparità solidale dopo l’11 settembre 2001

In realtà, quella della disparità solidale è una storia vecchia: l’argomento è emerso infatti anche dopo l’attentato alle Torri Gemelle a New York dell’11 settembre 2001. Solo che in quell’anno Facebook non era ancora nato, internet non era ancora quello che conosciamo oggi e le televisioni erano il principale mezzo d’intrattenimento e informazione. Eppure, nelle chiacchiere tra amici e parenti, vi era sempre quel tarlo a rovinare la commozione solidale delle comunità occidentali: perché piangiamo solo per New York e non per i Paesi del Medio Oriente o per quelli africani? La risposta è semplice, lapalissiana: perché noi siamo più Parigi e New York che Beirut o Kabul o Karachi.

Perseguiamo lo stesso stile di vita, in vacanza andiamo in questi luoghi, ci sentiamo più vicini, anche culturalmente, a questo popolo, che rappresenta identitariamente il nostro fratello (o cugino) più vicino. Come avete visto, la storia della disparità solidale non è solo di quest’anno: è vecchia, già raccontata, già ascoltata. E chi la rivela, rischia di apparire cinico agli occhi del mondo occidentale.  

Siamo tutti parigini e newyorchesi

In questi giorni, molti giornali hanno tentato di entrare nella polemica della disparità solidale esprimendo il proprio punto di vista: l’affermazione comune sta nel fatto che noi ci sentiamo più vicini a Parigi, perché Italia e Francia, storicamente, sono molto più vicini che Italia e Libano, e anche perché la Francia, geograficamente, è a uno sputo dal nostro Paese, e così New York, a suo tempo, almeno culturalmente, era decisamente vicina alla nostra identità, avendola colonizzata da un punto di vista culturale. In tutto questo c’è qualcosa di male? Assolutamente no. Ma possiamo comunque definire questa disparità di giudizio una cosa positiva? A nostro avviso, la risposta è uguale: assolutamente no. Perché è proprio da questa disparità che nasce tutto.  

I morti per terrorismo nel mondo

Andando a estrapolare alcune interessanti infografiche di Statista, scopriamo ad esempio il numero di morti che la violenza jihadista ha disseminato nel mondo nel solo novembre 2014:   infografica-statista   In un mese l’Iraq ha registrato circa 1.770 morti, seguito dalla Nigeria (786), dall’Afghanistan (782), dalla Siria (693) e dallo Yemen (410). Tutti Paesi per cui, nel lontano novembre 2014, ovvero solo 1 anno fa, non abbiamo versato una lacrima, né issato bandiere su Facebook. I Paesi sopraccitati, peraltro, sono tra i più bersagliati dagli attacchi terroristici. Un’altra infografica firmata sempre Statista, informa come l’80%  degli attacchi terroristici globali sia concentrato in soli 5 Paesi (dati relativi al 2013).

  infografica-statista-3  

Una serie di domande

Certo, ragioniamo, è ovvio che quei Paesi siano i più bersagliati, lì è in corso una guerra. Ma chi sa veramente cosa sta accadendo lì? Che cosa ne pensate di Assad? A quale anno è rimasta la vostra capacità di informarvi su cosa avviene in Afghanistan? E  tutti gli attacchi terroristici rappresentati nell’infografica soprastante, sono tutti a matrice ISIS?  Tornando invece alla questione attuale: voi siete con o contro Putin? E qual è la vera ragione per la quale sembra così difficile sconfiggere l’ISIS? Siete al corrente che in Siria vi è una ingente comunità di civili non schierata che, se attaccata, potrebbe allearsi con lo Stato islamico? Siete al corrente che il vero obiettivo degli attentati terroristici di Parigi sia quello di mettere gli occidentali contro i musulmani affinché questi ultimi, discriminati, si decidano a schierarsi dalla parte dell’IS?   Tutte queste sono domande (e risposte) che le persone dovrebbero porsi per comprendere cosa sta accadendo in questo momento nel mondo, e non solo a Parigi. Questo relativismo contrasta fortemente contro lo spirito di pace che in molti auspicano. Così come di cattivo gusto è stata la decisione di Facebook di dare la possibilità ai suoi utenti di mettere la bandiera francese. E sapete perché? Perché Facebook afferma di essere un social network di tutti, in grado di mettere in contatto persone lontane. Tra i suoi iscritti, oltre ai francesi, agli americani e agli italiani, figurano anche siriani, iracheni, russi… Facebook non può essere di tutti solo nel momento in cui ha bisogno di soldi e schierarsi solamente da una parte quando si tratta di piangere una tragedia. La sua responsabilità, per il ruolo che ricopre a livello internazionale, va molto oltre quella di essere un semplice social network nato in un college americano.  

Il ruolo dell’informazione (e del lettore)

Allo stesso tempo l’informazione ha una grande responsabilità in tal senso: il suo dovere è quello di informare e certamente lo fa. Ma la colpa di questa disparità solidale è anche loro? I titoli degli attacchi in Nigeria hanno avuto gli stessi caratteri cubitali di quelli che parlavano degli attentati di Parigi? La risposta la conosciamo tutti, e ovviamente, anche qui, ci sono diverse correnti di pensiero. Se dovessimo davvero piangere per ogni strage e auspicarci che ogni giornale riporti a caratteri cubitali una tragedia avvenuta in un altro Paese, allora forse si entrerebbe in un corto circuito paradossale. La verità è che oggi l’informazione è cambiata. I lettori occasionali rappresenteranno sempre l’80-90%  degli utenti della rete, ma la responsabilità, oggi, ricade su quel 10% che desidera informarsi. Oggi le informazioni non vengono spiattellate davanti: oggi le informazioni, se ben cercate, si trovano. Perché oggi il lettore ricopre un ruolo attivo e non più passivo.

A lui, dunque, la responsabilità della conoscenza, non più parziale come una volta, ma ormai diffusa a macchia d’olio.  

Lontano dagli occhi, lontano dal cuore

Torniamo dall’affermazione di qualche riga sopra: “è da questa disparità che nasce tutto“, dalla disparità di trattamento e di giudizio. Dal fatto che oggi, in un mondo globalizzato, l’Occidente non può più voltare le spalle o fare finta di non vedere, anche perché la maggior parte delle conseguenze che oggi viviamo sulla nostra pelle, sono frutto di un passato caotico, di decisioni sbagliate, di un retaggio coloniale ancora vivo e che non si può dimenticare – ieri su Twitter un utente ha postato la foto di soldati francesi in posa per una foto: sotto di loro, i cadaveri degli algerini – e di un senso comune che ci riguarda tutti e che non può lasciarci indifferenti. Ciò che è vero, è che quello che sta accadendo in Siria, in Iraq, in Afghanistan e in Libano, ci coinvolge quanto gli attentati di Parigi. Ora che il terrore è venuto a farci visita, forse comprendiamo meglio la situazione da cui scappano i rifugiati. E nonostante qualcuno cerchi di generalizzare per meri interessi personali, il lettore attivo è chiamato a diventare responsabile e farsi una propria idea. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore è un motto che non funziona più. In gioco ci sono troppi interessi personali (ancora): a noi resta solo da imbracciare l’arma più pericolosa: il comprendere. E soprattutto il non perdere giornate intere in polemiche sterili, tra radical chic e militanti dell’ultima ora, che le loro guerre da tastiera le fanno solo su Facebook.

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