Perché Renzi ha già perso e il ceto medio voterà Berlusconi e Grillo

Matteo Renzi sarà lo sconfitto delle elezioni politiche prossime. Il ceto medio, che già gli ha voltato le spalle a dicembre, gli preferirà Beppe Grillo e Silvio Berlusconi. Il PD, al governo già da oltre 5 anni, è percepito come il partito dell'establishment.

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Matteo Renzi sarà lo sconfitto delle elezioni politiche prossime. Il ceto medio, che già gli ha voltato le spalle a dicembre, gli preferirà Beppe Grillo e Silvio Berlusconi. Il PD, al governo già da oltre 5 anni, è percepito come il partito dell'establishment.

Scordate i sondaggi elettorali e più che mai il poco appassionante dibattito sulle primarie del PD. Matteo Renzi perderà le prossime elezioni politiche e a voltargli le spalle sarà proprio il ceto medio, quello che già al referendum costituzionale del 4 dicembre scorso gli ha segnalato di non gradirlo più alla guida del governo. Vi ricordate quel 40,8% incredibilmente conquistato dal PD alle elezioni europee del maggio 2014, quando Renzi era premier da appena tre mesi? Si trattò di un credito di vaste fette dell’elettorato italiano, che dopo avere provato sulla propria pelle il fallimento degli esecutivi a guida centro-destra e centro-sinistra nel corso della Seconda Repubblica e dopo essere rimaste scottate dall’ultimo governo tecnico di Mario Monti, adesso quanto meno assegnava all’allora premier il compito di sbarazzarsi di tutta la classe politica inetta degli ultimi decenni, auspicando che sarebbe stato anche in grado di fare ripartire l’economia italiana.

La speranza durò poco, perché già alle regionali della primavera seguente, i numeri furono molto meno trionfanti per il PD, nonostante un centro-destra all’apice del suo sfaldamento e un Movimento 5 Stelle intontito dal KO subito appena un anno prima. Poi, vennero le amministrative del 2016, che sancirono il divorzio tra lo “story-telling” renziano e il paese reale, ma il capitombolo arrivò solo tre mesi e mezzo fa, quando in una sera di dicembre, Renzi scoprì che 6 italiani su 10 lo avevano sfiduciato, nonostante avesse occupato tutti gli spazi immaginabili e non dell’informazione cartacea e televisiva. (Leggi anche: Sondaggi ancora giù per Renzi, adesso c’è una maggioranza sovranista)

Economia italiana ferma dopo Berlusconi

Cosa ha provocato la sua uscita da Palazzo Chigi? La risposta sta nei numeri, che hanno la testa dura, come dichiarò quasi un secolo fa Lenin. Il partito di Renzi, il PD, governa ininterrottamente l’Italia dalla fine del 2011, quando l’allora premier Silvio Berlusconi dovette dimettersi tra i fischi di centinaia di cittadini imbufaliti per la crisi economica, che lo attendevano nel piazzale antistante Palazzo Chigi, salutando la sua caduta stappando bottiglie di spumante.

Da allora, però, che sia o meno responsabilità di chi succedette al Cav, di miglioramenti l’economia italiana non ne ha fatti. Anzi, il debito pubblico, la cui crisi sui mercati finanziari fu proprio alla base della “cacciata” di Berlusconi, non ha fatto che salire di anno in anno, passando dai meno di 1.900 miliardi di fine 2011 ai 2.250 miliardi del gennaio scorso, crescendo di ben circa 350 miliardi, il 18,5%. (Leggi anche: Debito pubblico record e crescita più bassa d’Europa)

Niente crescita economica, ma boom del debito

Il disavanzo fiscale, che il governo Berlusconi lasciò al 3,9% del pil, è sceso solamente al 2,5% e per giunta quasi essenzialmente per mezzo dei minori rendimenti dei BTp, grazie all’opera della BCE, che varando il “quantitative easing”, acquista da due anni i titoli di stato dell’Eurozona. Il risanamento fiscale, insomma, non c’è stato; semmai, ad essere colpiti sono stati solo i lavoratori in attesa della pensione, per effetto della Riforma Fornero. E ciò, nonostante il balzo delle tasse, dagli immobili alle auto, passando per il risparmio.

A fronte di questo boom del debito, la crescita italiana non s’è vista. Dall’addio di Berlusconi al governo alla caduta di Renzi, il pil nominale è cresciuto di appena il 3,8%, che tolta l’inflazione si riduce ad appena lo 0,6%, pari a una crescita annua media dello 0,1%. Insomma, siamo rimasti totalmente fermi in un quinquennio. Già, ma l’Italia sotto Renzi è un po’ ripartita, si dirà, con il pil a crescere dello 0,8% nel 2015 e dello 0,9% lo scorso anno. In più, il Jobs Act ha ridotto la disoccupazione dai massimi storici, anche se gli italiani in cerca di un lavoro restano a ridosso del 12% del totale degli occupati. (Leggi anche: Disoccupazione reale in Italia al 24%)

Renzi è e sarà sempre meno credibile

Vero, ma i numeri sono così deboli, che non vengono percepiti come un reale miglioramento delle condizioni di vita. Dopo due anni e mezzo di governo, il “rottamatore” si è mostrato incapace di invertire la rotta, persino di rivoluzionare la classe dirigente del paese, che è rimasta intatta, avendo semplicemente cambiato casacca. E quando, con ogni probabilità nel 2018, gli italiani torneranno a votare, il PD e il suo segretario porteranno su di loro la responsabilità di oltre 6 anni di governo, i cui risultati sono scarsi, se non nulli.

Difficile per Renzi, ammesso che arriverà alle elezioni da segretario del PD e anche candidato premier, spacciarsi come il rottamatore di un tempo; poco credibili le promesse di un rapporto muscolare con l’Europa, quando il suo è il principale partito di riferimento dell’establishment a Bruxelles. A quel punto, il ceto medio gli preferirà Beppe Grillo e Berlusconi. (Leggi anche: Primarie PD il vero incubo di Renzi)

Ceto medio volta le spalle a Renzi e PD

Sì, il ceto medio in via d’impoverimento progressivo non ha più alcuna ragione per difendere lo status quo e votare formazioni politiche rassicuranti. Lo ha capito, in verità, lo stesso Renzi, che da circa un anno ha cambiato toni, passando allo scontro con la Commissione europea, nel tentativo di essere percepito quale difensore degli interessi nazionali.

Le tensioni dentro il Movimento 5 Stelle non interessano nessuno, tranne qualche internauta militante. Un terzo o forse più degli italiani voterà i grillini per cacciare l’establishment dai palazzi del potere. E per quanto piaccia o meno, sarà sempre più credibile che a intestarsi una simile battaglia sia un Grillo che non un Renzi. D’altra parte, il centro-destra ha già dimostrato, tramite i demeriti dei successori, di avere fatto meno pena al governo di quanto si pensasse un tempo. (Leggi anche: Elezioni, Berlusconi punta al 40%)

Tutto questo, al netto dei tecnicismi sulla legge elettorale e le possibili alleanze post-voto. Di Renzi non si fida la destra dopo l’elezione in solitaria di Sergio Mattarella alla presidenza della Repubblica; non si fida la sinistra, che è stata azzerata dentro al PD senza alcun compromesso; non vuole sentir parlare l’M5S, che contro di lui ha puntato la sua campagna dal 2014. O prende il 40% dei consensi, in modo da conquistarsi il premio di maggioranza e governare da solo, oppure il suo nome non comparirà in alcuna rosa di papabili nuovi premier.

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