Perché il caso Bankitalia rafforza Gentiloni e indebolisce Renzi

Dal caso Bankitalia, il segretario del PD, Matteo Renzi, ne sta uscendo male. A guadagnare d'immagine è il premier Paolo Gentiloni, e anche Silvio Berlusconi avanza a Bruxelles.

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Dal caso Bankitalia, il segretario del PD, Matteo Renzi, ne sta uscendo male. A guadagnare d'immagine è il premier Paolo Gentiloni, e anche Silvio Berlusconi avanza a Bruxelles.

Il treno del PD di Matteo Renzi è partito da poco in giro per l’Italia, ma rischia già di deragliare. Con la mozione presentata e approvata dalla Camera il martedì scorso sul caso Bankitalia, si è sollevato un polverone mediatico e istituzionale forse imprevisto per la sua intensità. E’ accaduto che i renziani abbiano forzato il governo a rilasciare parere favorevole sulla mozione con la quale il principale partito della maggioranza intende negare un secondo mandato al governatore Ignazio Visco, sostenendo che servirebbe una nuova figura autorevole e che l’istituto non avrebbe ben vigilato in questi anni di crisi delle banche italiane. Dalla pubblicazione delle chat su Whatsapp tra gli esponenti del PD facenti capo ad Andrea Orlando, ministro della Giustizia, tra cui Anna Finocchiaro, ministro per i Rapporti con il Parlamento, si evince quanto il Nazareno abbia “estorto” il sì di Palazzo Chigi, minacciandolo altrimenti di fare passare la mozione lo stesso, aprendo nei fatti una crisi di governo.

Gentiloni sarebbe solamente riuscito ad ottenere un ammorbidimento di alcune parti del testo, ma ciò non ha contenuto le ire del Quirinale, che ha visto in questo atto una intromissione della politica nella gestione di un’istituzione indipendente. Lo stesso premier, notevolmente imbarazzato, ha preso le distanze dalla mozione, sentendosi ribattere da Renzi di averla condivisa. (Leggi anche: Caso Bankitalia, su Visco Renzi ha trasformato in tifo una riflessione necessaria)

Sul piano istituzionale, accademico e mediatico, il segretario del PD è stato isolato e si è arrivati a definire il suo gesto “eversivo”, per dirla con un termine evocato dall’ex direttore del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli. A dire il vero, le critiche sono parse senz’altro esagerate, perché se è vero che Bankitalia sia un’istituzione indipendente, è indubbio che i partiti in Parlamento abbiano il diritto di discuterne eventuali inadempienze, per quanto la nomina spetti formalmente al governo. Che forse l’esecutivo non sia un organo politico?

Sta di fatto, che se Renzi sperava di ottenere un effetto mediatico a sé favorevole, non pare che abbia raggiunto l’obiettivo. Al contrario, egli avrebbe corroborato la sua immagine di leader inaffidabile, isterico, in balia di un carattere irruento che non riuscirebbe a domare. Lo scrive apertamente su Repubblica Eugenio Scalfari, che pure sostiene che fino al giorno prima della mozione gli avesse concesso nuovo credito con la ricorrenza dei 10 anni dalla nascita del PD. Più che di difendere Visco, nel panorama politico-istituzionale si starebbe diffondendo la convinzione che Renzi non sia più un leader con cui poter trattare, in quanto non solo esprimerebbe solamente una bramosia di potere come pochi, ma non avrebbe nemmeno conoscenza dell’Abc del galateo istituzionale.

Immagine di Gentiloni ne esce rafforzata

A giovarsi di questo veloce deterioramento dell’immagine renziana è il pacato Gentiloni, che in questi 10 mesi al governo sta dimostrando di essere in grado di fare almeno non peggio del suo predecessore, generando un clima politico del tutto differente, caratterizzato da un tasso di scontro con le opposizioni di gran lunga inferiore e da personalismi ridotti ai minimi termini. Le uniche frizioni che vi sono state in Parlamento e nel dibattito pubblico hanno avuto un’unica origine: Renzi. Si pensi allo “ius soli”, la proposta di legge con la quale il segretario democratico vorrebbe concedere la cittadinanza automatica agli stranieri nati in Italia. Il premier voleva rinviarne la discussione alla prossima legislatura, ma il Nazareno l’ha riesumata con l’obiettivo preciso di sbandierare in campagna elettorale un vessillo di sinistra, a tutto danno degli “scissionisti” bersaniani. (Leggi anche: Visco sfiduciato da Renzi potrebbe parlare e sarebbero guai)

Stesso discorso sull’istituzione della Commissione d’inchiesta sulle banche. Renzi ha preteso che nascesse adesso, in modo da rispondere con i fatti alle critiche del Movimento 5 Stelle, in particolare. E adesso arriva la tegola di Bankitalia, che crea più di un problema al premier, essendo il responsabile della proposta di nomina al capo dello stato. Renzi ambisce esplicitamente a uscire dal cono d’ombra in cui si è cacciato da mesi, nonché a reagire alla sconfitta molto probabile del PD alle regionali in Sicilia di novembre. Lo sta facendo, tuttavia, nel peggiore dei modi, ovvero senza smuovere in suo favore l’opinione pubblica e quasi rendendosi patetico rispetto al resto del mondo politico e istituzionale.

UE punta su Berlusconi?

Addirittura, ha regalato l’ennesimo assist a Silvio Berlusconi, che sul caso Visco, pur senza lesinare critiche all’operato carente di Bankitalia di questi anni, si sta mostrando molto più cauto e rispettoso delle procedure di nomina da lui stesso modificate nel 2005. Tanto che a Bruxelles, dove ha partecipato alla riunione del PPE, ha ricevuto l’esplicita benedizione del capogruppo all’Europarlamento, Manfred Weber, fedelissimo di Angela Merkel, il quale si è augurato la vittoria del centro-destra in Italia, a patto che venga guidato dall’ex premier. Parole impensabili fino a poco tempo fa, segnale che le istituzioni europee non nutrirebbero più fiducia verso il PD renziano, confidando semmai in uno scenario più magmatico, in cui magari il governo uscente (alias, Gentiloni) fosse in grado di proseguire l’operato nella prossima legislatura con l’avallo di Forza Italia. (Leggi anche: Dubbi su Visco anche da Berlusconi)

Se Gentiloni riconfermasse Visco alla guida di Bankitalia, si aprirebbe una lotta più o meno palese per la successione nel centro-sinistra. Sarebbe percepita da Renzi come una sfida alla sua leadership, un tentativo del premier di candidarsi al suo posto per Palazzo Chigi. Improbabile che il premier aspiri a tanto, non fosse altro perché con i numeri vantati dal PD nei sondaggi, sarebbe più semplice imboccare la strada della sconfitta, che verrebbe addebitata interamente al segretario, a cui verrebbe subito offerto il benservito. Quanto ai riflessi sul governo di questo ennesimo scontro tutto interno al PD, ricordiamo che siamo ormai a fine legislatura e che dopo l’approvazione della legge di Stabilità e della riforma elettorale, l’attenzione dei partiti sarà interamente concentrata sul voto. E Renzi deve solo sperare che Visco, chiamato a testimoniare a fine mese dalla Commissione sulle banche – quella che egli stesso ha voluto subito – non sganci qualche ordigno nucleare, trascinando nelle sabbie mobili dell’inchiesta mediatico-parlamentare la figura dell’ex premier e di qualche suo illustre ministro (Maria Elena Boschi?).

 

 

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