Perché all’Italia un tedesco alla BCE cambia poco, mentre punta alla Commissione UE

La Germania vorrebbe puntare contemporaneamente su Commissione UE e BCE, anche se dovrà rinunciare alla guida di una delle due cariche. E per l'Italia non sarebbe un problema un tedesco come governatore dopo Draghi.

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La Germania vorrebbe puntare contemporaneamente su Commissione UE e BCE, anche se dovrà rinunciare alla guida di una delle due cariche. E per l'Italia non sarebbe un problema un tedesco come governatore dopo Draghi.

C’è molta apprensione in Germania per l’esito delle elezioni europee di domenica prossima. I conservatori di Angela Merkel corrono ufficialmente dietro Manfred Weber, lo Spitzenkandidat del Partito Popolare Europeo. In caso di vittoria, sarebbe il prossimo presidente della Commissione UE. I sondaggi, però, dipingono una situazione fluida, con PPE e socialisti in calo e liberali dell’Alde, Verdi e, soprattutto, euro-scettici in crescita.

Riuscirà Weber a formare una maggioranza all’Europarlamento? E quale? Mentre gli scenari si sprecano, il rischio per Berlino consiste nel ritrovarsi senza la guida della Commissione e al contempo senza quella della BCE. E trattandosi delle due posizioni apicali più interessanti sotto il profilo politico, per le implicazioni concrete che esse rivestono nell’ambito fiscale e in quello monetario dell’Eurozona rispettivamente, i tedeschi non sembrano disposti a voler correre tale rischio.

C’è pressione sulla cancelliera, affinché formalizzi al più presto anche la candidatura di Jens Weidmann, presidente della Bundesbank, come successore di Mario Draghi. Il timore del centro-destra tedesco è che la sua ufficializzazione arriverebbe troppo tardi, qualora fallisse l’obiettivo di piazzare Weber a capo dei commissari. La Germania rimarrebbe senza un proprio uomo ad orchestrare direttamente i giochi su conti pubblici e tassi nell’unione monetaria. A inizio anno, proprio l’Italia aveva rinvigorito con il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, le credenziali di Weidmann, sostenendo di essere pronta a valutarne la candidatura senza preclusioni.

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In teoria, nessuno più di lui appare lontano dalle richieste di Roma su tassi e “quantitative easing”, espressione di quella impostazione monetaria ortodossa, che lo ha reso un celebre “falco” nel board di Francoforte. E se la BCE alzasse i tassi prima e/o più del necessario, l’economia italiana risulterebbe tra le più colpite, essendo da anni quella che cresce meno e che mostra una capacità minore di sostenere un aumento del costo del denaro, a causa del suo immenso debito pubblico, il secondo più alto dopo la Grecia in rapporto al pil nell’area.

I giochi su BCE e Commissione

Tuttavia, il problema dell’Italia non è da tempo la politica monetaria della BCE, fin troppo accomodante. Prendete i rendimenti sovrani: sono i secondi più alti dopo quelli greci, sovrastando quelli spagnoli fino a 180 punti base e quelli portoghesi tra 150 e 160 bp per la scadenza decennale. E’ come se già scontassimo tassi d’interesse ben più alti di quelli nulli effettivi, il segno tangibile dei rischi sovrani percepiti sul mercato del nostro debito. Certo, se un eventuale governatore Weidmann confermasse la sua inclinazione da falco, potrebbe andare anche peggio ai BTp, ma il vero obiettivo del governo italiano nei prossimi mesi sarà di recuperare la fiducia perduta sui mercati con le sparate relative al deficit e con una legge di Stabilità che ha ignorato “sic et simpliciter” la crescita.

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Bisogna riallacciare il filo del dialogo con i commissari, quelli nuovi. Matteo Salvini ci punta più di tutti, pur consapevole che proprio i suoi alleati “sovranisti” del nord gli si mostrerebbero più contrari a qualsiasi cedimento sui conti pubblici. Serve uno scambio politico con Berlino: BCE versus Commissione. In quali termini? Politica fiscale meno opprimente, a partire dalle clausole di salvaguardia per il 2020, in cambio di una politica monetaria gestita da un tedesco secondo canoni più ordinari, insomma, tesa alla normalizzazione. In fondo, se riusciamo a guadagnarci nuovamente la fiducia degli investitori, quand’anche il nuovo corso a Francoforte spingesse i rendimenti tedeschi verso l’alto, avremmo modo di non subire alcun aggravio di costo per il rifinanziamento del debito, dati gli alti spread di partenza. Anzi, potremmo convergere ai livelli spagnoli e portoghesi, a tutta riduzione dei rendimenti italiani.

Il problema è semmai su chi puntare per questo baratto intergovernativo. Weber sarebbe propenso ad allearsi con Salvini in Europa, anche se in campagna elettorale si mostra contrario per pura facciata; ma se diventasse presidente della Commissione, un altro tedesco non potrebbe mai andare alla BCE.

Per questo, il piano vero della Germania sarebbe di piazzare il primo a Bruxelles e di portare a Francoforte un altro falco del nord, come il finlandese Olli Rehn, senza escludere i due francesi in corsa (Benoit Coeuré e François Villeroy de Galhau), così da accontentare Parigi nella spartizione delle cariche. E magari sarebbe anche meglio per i tedeschi, che non ci metterebbero direttamente la faccia per l’eventuale secondo giro di QE e il mantenimento ancora a lungo dei tassi a zero.

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