Perché alla Germania di Frau Merkel conviene un accordo con i “populisti” euro-scettici

La Germania farebbe asse con i "populisti" alla Matteo Salvini per convenienza e non solo e tanto per resa. Ecco lo scenario che avremmo davanti e perché lo sconfitto sarebbe il presidente Macron.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
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E’ notizia di qualche settimana fa che la cancelliera tedesca Angela Merkel non punterebbe più a ottenere per la Germania la presidenza della BCE, quanto quella della Commissione europea. Una novità dirompente, che avrà effetti politici rilevanti nel continente e, soprattutto, nell’Eurozona. Da anni per la successione di Mario Draghi si scaldava il governatore della Bundesbank, Jens Weidmann, che si ritrova adesso ad essere mollato dal suo stesso paese, frustrando le aspettative del sistema bancario-finanziario teutonico, il quale si attendeva finalmente la possibilità di attuare una politica monetaria a Francoforte più in linea con la tradizione e gli interessi della locomotiva d’Europa. Il candidato alla successione di Jean-Claude Juncker dovrebbe essere il capogruppo all’Europarlamento per il PPE, il bavarese Manfred Weber.

Come Salvini diventerà un prezioso alleato dell’Europa di Frau Merkel

Sulle ragioni di questo cambio di obiettivo vi abbiamo già spiegato, così come abbiamo scritto negli ultimi giorni di come la Germania vorrebbe scendere a patti con Matteo Salvini, l’uomo forte della politica italiana, vero “dominus” del governo Conte, tanto che sembra esercitarne le funzioni di premier. La sua Lega raccoglie i consensi di un centro-destra “sovranista”, euro-scettico e “populista”, ma sta inquietando meno di una Marine Le Pen in Francia, la cui vittoria alle presidenziali determinerebbe la fine della UE. Nonostante le forti tensioni tra Roma e Bruxelles con la nascita della maggioranza giallo-verde, il dialogo tra le due parti sta avviandosi, in vista della presentazione della manovra finanziaria per il 2019.

La Germania teme che l’Italia deragli dagli obiettivi fiscali concordati con il Fiscal Compact e annualmente disattesi da tutti i governi che si sono succeduti nell’ultimo quinquennio. Il pareggio di bilancio, ad esempio, è stato rinviato di anno in anno e adesso formalmente dovrebbe essere centrato nel 2020, ma nessuno crede, a maggior ragione con la nascita del governo penta-leghista, che sarà perseguito in un arco di tempo breve o medio. Bruxelles sa di non potere tirare troppo la corda, che non potrà pretendere che il rapporto deficit/pil per l’anno prossimo scenda allo 0,8%, quando la disoccupazione in Italia resta a doppia cifra, la crescita del pil rallenta già a poco sopra l’1% e il disagio sociale è fortissimo, specie tra i giovani, come dimostrano i risultati elettorali. Per questo, punta a portare a casa il miglior risultato compatibile con il realismo politico. Un deficit attorno al 2%, come si discute in questi giorni a Roma, non sarebbe così malvagio per i commissari, specie considerando che la stessa Francia di Emmanuel Macron ha alzato il suo target al 2,6% per quest’anno e che il rapporto debito/pil italiano scenderebbe, pur di poco, lo stesso.

La paura della Germania per le proposte di Macron

Tuttavia, per Berlino il possibile asse con la Lega sarebbe tutt’altro che un ripiego o una resa dinnanzi alla realtà. Esso presagirebbe un cambio di strategia per continuare a mantenere saldi i principi su cui la Germania ha modellato la UE e l’euro. In che senso? La scorsa estate, subito dopo la vittoria, con un famoso discorso alla Sorbona, Macron ha lanciato le sue proposte per riformare l’Eurozona. Esse essenzialmente consistono nella istituzione di un ministro delle Finanze e di un bilancio comuni nell’area, oltre che il completamento dell’unione bancaria con la condivisione dei rischi. Sapete chi non l’ha presa per niente bene? Proprio l’alleato tedesco. A Berlino di accollarsi rischi e oneri della costruzione monetaria non ne vuole sentire parlare nessuno, perché tutti sembrano più o meno convinti che l’euro non debba trasformarsi in una “Schuldenunion”, una temuta unione di debiti. La posizione della politica e dell’establishment industriale, finanziario e bancario tedeschi resta la stessa: prima di condividere i rischi, questi vanno minimizzati. In altre parole, prima si tagliano i debiti degli stati e si abbattono i crediti deteriorati delle banche e dopo ne discutiamo.

Logico che i tedeschi la pensino così: per un Bund a 10 anni pagano ancora oggi lo 0,4%, quando l’Italia sulla stessa scadenza è arrivata a offrire all’ultima asta di fine agosto il 3,25%. Emettere debiti in comune significherebbe per la Germania spendere di più e per noi di meno, insomma vi sarebbe un “trasferimento di ricchezza” dal sud al nord dell’Europa. Lo stesso dicasi per le banche: quelle italiane risultano gravate da prestiti a rischio per una percentuale sulle erogazioni totale di 5 volte superiore a quelle tedesche. La cosiddetta “unione politica” celerebbe per i tedeschi rischi e costi, come se a una famiglia senza debiti venisse richiesto di apporre la firma a garanzia di un parente squattrinato ed esposto con le banche. Se tutto ciò è vero, la Germania non potrà accettare dibattiti sulle riforme europee che vadano in questa direzione. Per uccidere in culla tale scenario senza formalmente passare per “assassino”, avrebbe bisogno di un sostegno “esterno”: i sovranisti.

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L’asse possibile tra Salvini e tedeschi

Cosa hanno in comune i conservatori tedeschi e i populisti alla Salvini? Non scandalizzatevi: entrambi vogliono minori poteri accentrati nelle mani dei commissari e respingono per ragioni diverse l’idea di una Europa solidale. Un’alleanza all’Europarlamento tra PPE e sovranisti, dichiarata o sottobanco che fosse, porterebbe come naturale conseguenza alla fine del progetto macroniano di riforma dell’euro. Sì, ma un Salvini cosa ci guadagnerebbe dal rafforzare la posizione “egoista” della Germania in Europa? In teoria, sarebbe un boomerang per uno stato indebitato e poco credibile per le agenzie di rating come il nostro, a meno che non vi fosse alla base dell’accordo un baratto di più ampio respiro: nessuna condivisione dei rischi in prospettiva, purché all’Italia venga riconosciuta, nei limiti della sostenibilità, quella flessibilità fiscale necessaria per realizzare gli interventi a sostegno dell’economia, tra cui il taglio delle tasse.

Per i rigoristi alla Weber, sarebbe una richiesta indecente, non se venisse meno il rischio per gli stati virtuosi di doversi accollare gli oneri dei partner più “cicale”. Vi chiederete che senso abbia una unione monetaria in cui ciascuno faccia un po’ come crede sui conti pubblici, nei limiti delle regole auree di bilancio. Giusta osservazione, ma tant’è. La Germania calcia il barattolo da un decennio e di volta in volta rinvia alle calende greche ogni discussione sulle riforme per l’Eurozona. E contrariamente alla sua impostazione ideologico-culturale, sta arrivando ad accettare l’idea che a farsi carico di salvare l’euro di crisi in crisi sia (solo) la BCE, fungendo da pompiere a ogni incendio appiccato sui mercati. Sarà anche per questo che non vogliano mandarci un tedesco a Francoforte!

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Argomenti: austerità fiscale, Economia Italia, Fiscal Compact, Germania, Politica Europa, Politica italiana

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