Perché abbiamo bisogno di oro contro la pazzia di governi e banche centrali

Stimoli monetari e fiscali senza precedenti tra i paesi avanzati mettono a rischio la credibilità delle principali valute. E l'oro delle riserve ci darebbe una mano a recuperarla.

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Stimoli monetari e fiscali senza precedenti tra i paesi avanzati mettono a rischio la credibilità delle principali valute. E l'oro delle riserve ci darebbe una mano a recuperarla.

Negli USA, il Congresso ha approvato sinora un piano di stimoli fiscali per 3.000 miliardi di dollari, che quasi certamente verrà potenziato già dalle prossime settimane. La Federal Reserve dal canto suo ha già iniettato sui mercati finanziari liquidità per un controvalore simile, per gli stimoli complessivi a sostegno dell’economia americano sono valsi per quasi il 20% del pil. I piani fiscali di Tokyo prevedono, invece, qualcosa come il 40% del pil di aiuti, mentre la Banca del Giappone continua ad acquistare bond sovrani come se non vi fosse un domani e si sta dirigendo a detenere assets pari al 100% del pil.

Nell’Eurozona, i piani fiscali variano da governo a governo, ma risultano in ogni caso imponenti. La sola Germania ha messo a disposizione fino al 20% del pil tedesco per sostenere imprese e famiglie, mentre la BCE ha varato piani di acquisto straordinari per 870 miliardi di euro, che si affiancano al classico “quantitative easing” da 20 miliardi di euro mensili. Quasi certamente, queste operazioni sono destinate a lievitare d’importo dal board di giugno.

Frustrate da circa un decennio di bassa inflazione e, adesso, dall’imprevista implosione delle economie a causa del Coronavirus, governi e banche centrali stanno ipotizzando soluzioni estreme, come il ricorso alla monetizzazione dei debiti più o meno diretta e l’utilizzo del cosiddetto “helicopter money” per surriscaldare le aspettative d’inflazione degli attori economici e la crescita del pil. Di questo passo, ci chiediamo se si possa ancora continuare ad assegnare valore alle monete fiat, quelle a corso forzoso e ormai da quasi mezzo secolo del tutto sganciate da un asset sottostante.

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Il collasso di Bretton Woods

Fino al 1971, le monete degli stati occidentali avevano tassi di cambio fissati contro il dollaro, che a sua volta risultava convertibile in oro secondo un rapporto di 35 dollari per un’oncia.

Era l’Accordo di Bretton Woods, siglato nel 1944 tra oltre una quarantina di paesi che successivamente avrebbero aderito al sistema economico-finanziario del mondo libero. Bretton Woods finì a inizio anni Settanta per l’impossibilità riscontrata dall’America di continuare a garantire la convertibilità del dollaro in oro. Gli USA avevano sete di liquidità per via della costosissima guerra del Vietnam, mentre Giappone e Germania squilibravano le bilance commerciali con il boom delle esportazioni.

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Da quell’anno in poi, accaddero due fatti: i tassi di cambio andarono ciascuno per conto proprio, riflettendo i fondamentali delle sottostanti economie; le quotazioni dell’oro esplosero. Se calcolassimo l’inflazione americana dal 1970 ad oggi, otteniamo che sia stata pari al 344%. Crescendo esattamente della stessa percentuale, un’oncia di oro dovrebbe essere passata in mezzo secolo da 35 a circa 230 dollari. Invece, oggi vale oltre 1.700 dollari. Come mai? Premesso che le variazioni dei prezzi riflettano sempre quelle di domanda e offerta, con la seconda che nel caso del metallo è caratterizzata da una certa rigidità, date le estrazioni fisicamente contenute nel tempo, è pur vero che il boom dell’oro sarebbe anche lo specchio di una crescente sfiducia verso il sistema monetario globale, dove le banconote emesse non sembrano più avere uno stresso nesso con i fondamentali economici.

Moneta in fuga dall’oro

Qualche numero ci aiuta a capire meglio. I paesi dell’Eurozona posseggono complessivamente riserve auree per oltre 10.272 tonnellate, a cui si aggiungono le 505 tonnellate direttamente detenute dalla BCE. In totale, il valore dell’oro che risulterebbe “a garanzia” della moneta unica oggi viaggia nell’ordine dei 590 miliardi di euro. Poiché il totale di banconote e monetine circolanti nell’Eurozona è pari a 1.334 miliardi di euro, sarebbe come dire che abbiamo in cassa un euro di oro per ogni 2,5 euro di valuta emessa.

Il rapporto si attestava a 2,3 10 anni fa, mentre a inizio 2002, quando l’euro venne immesso in circolazione, risultava di 1,94.

Negli USA, dove le riserve ammontano a 8.133,50 tonnellate, abbiamo oggi 4,2 dollari in circolazione per ogni dollaro aureo, un rapporto in crescita dal 3,4 del 2007, pur in calo dal 5,7 del 1970, prima che cessasse di funzionare Bretton Woods. Non è forse un caso che Judy Shelton, membro della Federal Reserve nominato dal presidente Donald Trump, sia una sostenitrice del ritorno all’ancoraggio del dollaro all’oro, un modo per legare le mani alla prima banca centrale del mondo e, a cascata, a tutte le altre. Peccato che la sua sia una posizione quasi isolata nel panorama istituzionale e finanziario.

Sta di fatto che se oggi l’oro vale sul mercato oltre 7 volte di quanto dovrebbe rispetto all’andamento della sola inflazione negli ultimi 50 anni, è perché specialmente nell’ultimo decennio gli investitori hanno capito che l’unico asset che le banche centrali non possono stampare a piacimento, distorcendone i prezzi, è proprio il metallo. E guarda caso i banchieri centrali detestano l’oro, seguendone con irritazione gli eccessivi apprezzamenti nelle fasi di tensioni internazionali come questa, in quanto svelano il grado di sfiducia verso il loro sistema di gestione della moneta e al contempo ne rappresentano una limitazione. Per ipotesi, se nessuno avesse più fiducia nel dollaro, nell’euro, nello yen, nella sterlina, etc., il mercato correrebbe a comprare oro e le banche centrali sarebbero costrette ad ancorare le emissioni monetarie proprio alla detenzione di questo asset.

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Governi e banchieri centrali ostili all’oro

Qualcuno potrebbe eccepire che le banche centrali potrebbero stampare denaro per comprare oro, “gonfiandone” le riserve con lo stesso artificio contro cui ufficialmente verrebbe reintrodotto il “gold standard”.

Ma se così fosse, il prezzo dell’oro esploderebbe e la sfiducia nella moneta diverrebbe definitiva, perché il rapporto tra quantità di moneta e di metallo salterebbe. L’accumulo di riserve sarebbe possibile solo per quelle economie con una bilancia dei pagamenti in attivo, cioè capaci di esportare merci, servizi e capitali in quantità superiore alle importazioni. Il surplus si tradurrebbe in un aumento delle riserve valutarie, una parte delle quali potrebbe essere investita in oro per consentire all’istituto di iniettare maggiore liquidità. A quel punto, essa risulterebbe giustificata dai fondamentali e non creata dal nulla, come sta avvenendo con l’allentamento monetario di questi anni, in accelerazione dal marzo scorso.

Non illudiamoci, perché, senza un evento traumatico, né i governi e né le banche centrali desidereranno mai tornare alla moneta sorretta dall’oro. Quel sistema limiterebbe gli eccessi di spesa dei primi e le stamperie delle seconde. I governi non potrebbero più confidare nell’onnipotenza degli istituti per coprire i “buchi” di bilancio e sarebbero costretti a indebitarsi sul mercato ai tassi vigenti, non più repressi da continue maxi-iniezioni di liquidità. E all’impatto, entrambi i protagonisti diverrebbero molto impopolari agli occhi di famiglie, imprese e investitori, ormai abituati in misura crescente all’assenza di priorità di spesa nei programmi politici e ai tassi bassissimi con cui prendere a prestito il denaro. Se il “gold standard” tornerà di moda, sarà per assenza di alternative, cioè un attimo prima che si fiuti la fine imminente del capitalismo.

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