Perché i 5 Stelle al governo farebbero un grosso favore alle banche

Banche italiane spaventate da un governo dei 5 Stelle? Prima di pensare che sia così, leggiamo meglio il programma, da cui emerge un grosso favore dei grillini agli istituti.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Banche italiane spaventate da un governo dei 5 Stelle? Prima di pensare che sia così, leggiamo meglio il programma, da cui emerge un grosso favore dei grillini agli istituti.

Il Movimento 5 Stelle può adesso davvero aspirare ad andare al governo e, addirittura, a guidarlo. I risultati elettorali del 4 marzo hanno decretato il loro trionfo con quasi un terzo dei consensi presi, percentuale che sale al 50% in numerose aree del sud, dove i grillini hanno sbancato con i seggi all’uninominale. Se riuscissero a trovare alleati necessari per il raggiungimento della maggioranza assoluta dei seggi, Palazzo Chigi da miraggio diverrebbe alla portata di Luigi Di Maio. Male che vada, al movimento dovrebbe andare almeno una delle cariche dello stato più importanti da eleggere in questa legislatura, perché appare evidente come non risulti difficile escludere dalle nomine un gruppo politico che rappresenti un terzo dell’elettorato italiano. Vale la pena, quindi, spulciare meglio il programma pentastellato, che offre spunti di riflessione importanti su un tema molto sensibile come le banche.

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Ci sarebbero diversi elementi per pensare che i 5 Stelle al governo sarebbero un incubo per le banche italiane, viste alcune proposte dal sapore “punitivo” contenute nel loro programma. Ad esempio, l’M5S punta alla separazione tra banche commerciali e banche d’affari, un progetto che non è una loro esclusiva, anzi da anni è al centro del dibattito pubblico. Tornare alla legge bancaria del ’36 e in vigore fino alla riforma del ’92 viene spesso considerato da più parti un contrasto a quella speculazione finanziaria che mette a rischio la stabilità dello stesso sistema bancario, anche se bisogna ammettere che in Italia non ha ad oggi mai rappresentato una reale minaccia, se è vero che la crisi delle banche nel nostro Paese sia esplosa proprio per il deterioramento delle attività classiche, ovvero dei prestiti a famiglie e imprese.

Sempre restando in tema di banche, i 5 Stelle propugnano una vigilanza senza le famose “porte girevoli”, vietando ai funzionari degli enti di controllo di potere lavorare alle dipendenze degli istituti vigilati per almeno 6 anni dopo la cessazione della loro carica. E ancora, essi dovrebbero depositare almeno il 30% dei loro compensi a garanzia di eventuali future azioni di responsabilità nei loro confronti. Denaro, che verrebbe restituito in assenza di condanne o richieste. E la Banca d’Italia dovrebbe essere nazionalizzata per l’M5S, in modo da renderla davvero autonoma rispetto alle banche controllate, che ad oggi ne risultano azioniste. Si consideri che lo stesso ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, provò a ricondurre il capitale di Palazzo Koch allo stato per giungere alla nazionalizzazione.

L’abolizione del contante contro il nero

Si direbbe, quindi, che i 5 Stelle al governo non sarebbero proprio amiche delle banche italiane. Vero, fino a quando non spunta uno dei cardini del loro programma: l’abolizione del contante. Secondo i pentastellati, al fine di combattere l’evasione fiscale bisognerebbe eliminare la possibilità di pagare in contanti e sostenere i pagamenti elettronici e non, che sono tracciabili. Ecco, quindi, che in Parlamento si scagliarono contro il governo Renzi alla fine del 2015, quando elevò dall’anno successivo da 1.000 a 3.000 euro la soglia oltre la quale scatta il divieto di pagare in contanti. Secondo i grillini, quella misura sarebbe stata frutto del compromesso tra l’esecutivo di allora e i commercianti per abbassare la pressione sul fronte della lotta al nero.

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Eppure, lo stesso blog dei 5 Stelle nel 2012 aveva lanciato un sondaggio con cui aveva chiesto ai militanti cosa ne pensassero sull’abolizione del contante, trovando un 80% contrario. In effetti, il partito guidato ormai da Di Maio vorrebbe che le commissioni sui pagamenti con bancomat e carta di credito venissero azzerate, in modo che per i commercianti diventasse neutrale sul piano dei costi ricevere denaro contante o pagamenti elettronici. In apparenza, un altro bel colpo assestato alle banche italiane. Tuttavia, l’abolizione del contante è proprio sostenuta dall’Abi, ossia dalla lobby delle banche, nonché perseguita da Bankitalia.

Il contante si presterebbe ad essere utilizzato per attività criminali e alimenterebbe il sommerso. Queste le osservazioni di chi vorrebbe o eliminarlo o almeno contrastarne l’uso. L’evidenza empirica, anche recente, non supporterebbe tale tesi, se è vero che con l’introduzione del tetto dei 1.000 euro voluto dal governo Monti, il gettito fiscale non ha subito alcuna impennata, né si è ridotta la percentuale stimata di evasione fiscale. Anzi, la misura finì allora per deprimere i consumi, tanto che il governo Renzi allentò la stretta nel 2016 per sostenerne una ripresa. E qualche risultato positivo, in effetti, su quel versante arrivò.

Un colpo per le famiglie

L’abolizione del contante alle banche servirebbe, sarebbe un regalo gradito, nel caso in cui i 5 Stelle al governo realizzassero tale misura. Se tutti gli italiani fossero costretti ad aprire un conto corrente per utilizzarlo come appoggio per carte di pagamento, la liquidità media giornaliera degli istituti salirebbe e si allenterebbero eventuali tensioni nei casi di crisi di fiducia verso il sistema creditizio. Non solo, le banche farebbero il bello e il cattivo tempo anche sul fronte degli interessi, potendosi permettere, ad esempio, di remunerare i depositi meno di quanto non facciano già oggi, sia per la maggiore offerta di risparmio conseguente all’eliminazione del contante, sia anche per l’impossibilità dei clienti di sfuggire persino ad eventuali tassi negativi applicati ai loro conti, visto che questi sarebbero obbligatori per effettuare anche spese minute e di portata quotidiana.

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Per non parlare, infine, della possibilità per lo stato di fare cassa all’occorrenza con l’imposizione di un prelievo forzoso ai danni dei correntisti, come avvenne già nel 1992. Non essendo possibile portare il denaro fuori dalle banche, la protesta dei risparmiatori sarebbe sventata sul nascere, sebbene potrebbero, in teoria, portare sempre il loro denaro presso le banche estere, operazione non così immediata per chi detenesse pochi spiccioli. Un Di Maio premier non spaventerebbe forse così tanto le banche, dunque. La finanza a 5 stelle potrebbe risultare molto meno indigesta di quanto si pensi ai famosi “poteri forti”. E se i grillini accantonassero qualche misura estrema, come la separazione tra banche commerciali e banche d’affari, tanto meglio per i banchieri di casa nostra.

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Argomenti: Banche italiane, Economia Italia, Politica, Politica italiana