Per rendere il debito pubblico sostenibile non serve che l’inflazione torni davvero

L'inflazione è una delle possibili soluzioni per rendere il debito pubblico sostenibile, anche se presenta costi sociali ed economici inaccettabili. Ma non serve rievocarla davvero.

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Inflazione soluzione reale contro il debito pubblico?

Il debito pubblico nel mondo supererà il 100% del PIL a fine 2020, secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale. Negli USA, dovrebbe arrivare al 130%, così come in Francia e Spagna. E in Italia supererà forse il 160%. Finita la pandemia, ci saranno tantissime macerie da rimuovere e il lavoro sarà lungo. Storicamente, una delle strade più facilmente battute per abbattere il rapporto debito/PIL è stata l’inflazione. Se i prezzi aumentano a ritmi veloci, il PIL nominale di un’economia si “gonfia” e il peso del debito si riduce nel corso degli anni. Non a caso, da anni tutte le principali banche centrali stanno facendo carte false per reflazionare un po’ le rispettive economie.

Perché il nuovo lockdown porterà al reset del debito pubblico nel mondo

Secondo voi, perché tengono così tanto a centrare i target anche quando la crescita appare soddisfacente? Esse sanno che più a lungo l’inflazione ristagna e più si “raffreddano” le aspettative future, le quali a loro volta trascineranno l’inflazione stessa ancora più in basso. E se i prezzi non crescono, il debito tende a rimanere elevato. A quel punto, per abbassarlo o l’economia si mette a crescere velocemente o i governi iniziano a implementare politiche di austerità fiscale, tagliando la spesa pubblica e/o aumentando le tasse. Ma la crescita non accelera come per magia, né è pensabile che un’economia avanzata torni a correre ai ritmi post-bellici di 50-60 anni fa. E l’austerità è impopolare, per cui presenta effetti collaterali da non sottovalutare.

Il falso obiettivo dell’inflazione

Per questo, resta la strada dell’inflazione. Ma attenzione, perché è essa stessa impopolare, pur non nell’immediato.

Inflazione significa perdita del potere di acquisto dei redditi. Immaginatevi se a un tratto essa accelerasse al 5% all’anno. Nel giro di 5 anni, 10 euro comprerebbero beni e servizi quanto 7,84 euro oggi. Tra 10 anni, quanto 6,13 euro. Il debito si sgonfierebbe un po’, ma le famiglie non sarebbero affatto contente, specie quelle con redditi esclusivamente fissi. E l’inflazione è stata storicamente sempre causa di instabilità politica e disordini sociali.

Certo, le banche centrali non stanno puntando a tassi d’inflazione del 5% o del 10%, bensì a centrare anche solo stabilmente il 2%. Ma siete sicuri che siano interessate realmente a tale obiettivo o piuttosto sono alla ricerca di un alibi per abbattere i debiti sovrani per altra via? Dopo la crisi finanziaria del 2008, a partire dalla Federal Reserve hanno iniziato ad acquistare titoli di stato e corporate con l’obiettivo dichiarato di iniettare liquidità sui mercati e sostenere i prezzi. Queste misure, che dovevano essere momentanee, sono diventate nei fatti definitive, tant’è che gli istituti hanno dovuto riesumarle dopo averle sospese per un certo periodo. E pur non essendo servite affatto a reflazionare le rispettive economie, hanno giovato ai governi, cioè allo scopo per cui nei fatti erano sorte: tagliare la spesa per interessi e ritirare dal mercato quote crescenti di debito, così da renderlo sostenibile per il semplice fatto che verrà rinnovato indefinitamente e senza passare per i capitali privati. Voilà! Non è necessario che l’inflazione ri-attecchisca davvero, serve solo fingere di volerla ringalluzzire per mettere sotto controllo il debito nei bilanci delle banche centrali.

Il Fondo Monetario consiglia all’Italia di chiedere aiuto sul debito pubblico

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