Pensioni, vediamo le storture della previdenza in Italia

Ecco alcuni dati sull'anomalia delle pensioni in Italia.

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Ecco alcuni dati sull'anomalia delle pensioni in Italia.

La spesa per le pensioni in Italia è stata di 277 miliardi nel 2014, l’ultimo anno di cui si hanno a disposizione i dati, pari al 17,17% del pil, in crescita dello 0,2% rispetto al 2013. I pensionati sono stati pari a 16,3 milioni di unità (-134 mila rispetto al 2013) e hanno ricevuto complessivamente 23,2 milioni di prestazioni assistenziali. La divergenza tra le 2 cifre sta nel fatto che uno stesso pensionato può ricevere più assegni (vecchiaia + reversibilità + invalidità, etc.

). Già questi numeri pongono il nostro paese ai vertici della classifica europea, perché più di noi nella UE spende solo la Grecia e ci supera per qualche decimale di punto in più. La media europea è di circa il 12,5% del pil. In valore assoluto, il numero dei pensionati italiani non è abnorme, dato che in Francia ammontano a 18,4 milioni e in Germania a 23,5 milioni. Tuttavia, quando si effettua il rapporto con il numero degli occupati, la percezione cambia: nel nostro paese esistono 74,3 pensionati ogni 100 lavoratori, mentre in Francia sono 72,4 e in Germania 61,6.

Investiamo troppo sugli anziani, poco sui giovani

Ma gli aspetti critici del nostro sistema previdenziale non si fermano qui. L’Italia ha il più alto rapporto tra spesa pensionistica e quella scolastica in Europa. Infatti, a fronte del 17,17% del pil erogato per la prima, alla seconda va appena il 4,1%, segnalando un rapporto superiore a 4 a 1 (4,19). La media europea è di 2,6. Cosa significa? Che nel nostro paese s’investe di gran lunga di più negli anziani, piuttosto che nei giovani. Ne consegue che l’Italia guarda poco al futuro, mentre è eccessivamente concentrata ad offrire attenzioni alla vecchia generazione. Certo, è vero che i conti dell’Inps comprendono la spesa di tipo assistenziale, che le statistiche degli altri paesi conteggiano a parte. Ma anche sottraendola dalla spesa pensionistica vera e propria, il nostro paese mostra un’incidenza di quasi il 15% del pil e il rapporto con la spesa scolastica resta superiore alla media europea, attestandosi intorno a 3,6.      

Spesa assistenziale concentrata al Sud

Se andiamo a calcolare il peso dell’assistenza all’interno di ciascuna macro-area geografica, si scopre che essa equivale ad appena il 13,3% del totale delle pensioni erogate in tutto il Nord, salendo al 19,1% al Centro, al 26,8% al Sud e arrivando al 28,6% nelle Isole.

In sostanza, le pensioni di invalidità e gli assegni sociali sono diffusi al Sud e nelle Isole con un’incidenza più che doppia che al Nord. Se parte della differenza può essere attribuita al tessuto socio-economico più debole, che impedisce a molti pensionati di raggiungere un importo mensile pari ad almeno il trattamento minimo, per il resto è evidente come le pensioni di invalidità siano state erogate, specie in passato, con una finalità puramente assistenziale e in maniera impropria, slegata dall’effettivo stato fisico del beneficiario. In alternativa, dovremmo credere che al Sud ci sia un’incidenza di gran lunga maggiore che altrove delle malattie invalidanti e inabilitanti al lavoro. Infine, il tasso di sostituzione, cioè il rapporto tra l’assegno pensionistico percepito e lo stipendio medio del lavoratore prima della pensione. Esso si attestava nel 2014 al 69,5% lordo, salendo all’80% netto. Si tratta di valori perfettamente in media con la UE, anche se nettamente superiori a quelli vigenti in alcuni paesi, come la Germania e la Francia, dove un pensionato percepisce rispettivamente il 37,5% e circa il 55% dello stipendio, al lordo delle tasse, mentre al netto i valori salgono al 53,4% e al 67%.      

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