Pensioni quota 100, il governo Conte 2 la eliminerà o come la cambierà?

Quota 100 per le pensioni sparirà con il nuovo governo di 5 Stelle e PD? Ecco le ipotesi di cui si rumoreggia e che puntano tutte almeno a rivedere la misura voluta da Matteo Salvini.

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Quota 100 per le pensioni sparirà con il nuovo governo di 5 Stelle e PD? Ecco le ipotesi di cui si rumoreggia e che puntano tutte almeno a rivedere la misura voluta da Matteo Salvini.

Quota 100 per le pensioni e reddito di cittadinanza sono state le due misure clou del governo giallo-verde, quello retto fino a pochi giorni fa da Movimento 5 Stelle e Lega. Il sussidio ai redditi più bassi è la misura sbandierata dai grillini, mentre il Carroccio aveva preteso da quest’anno la possibilità per chiunque possedesse 100 anni, tra età anagrafica e contributi versati, di andare in pensione con qualche anno di anticipo rispetto all’età ufficiale dei 67 anni.

Questa riforma è destinata con ogni probabilità a mutare, se non ad essere gradualmente soppressa. La nascita del governo Conte 2 o bis che dir si voglia ne segna, infatti, una pietra tombale. Il PD, nuovo alleato dei 5 Stelle, non può accettare che rimanga in piedi il monumento eretto da Matteo Salvini nei suoi 15 mesi in maggioranza. Con la scusa dei costi, farà di tutto per eliminarla.

Pensione quota 100 e crisi di governo: sono troppi i dubbi

Quali le possibili modifiche? Anzitutto, vediamo cosa prevedeva quota 100. Con essa, un lavoratore può andare in pensione se la somma tra i suoi anni di età e quelli di contribuzione fa 100, purché l’età anagrafica minima sia di 62 anni. In pratica, si può uscire anticipatamente dal lavoro a 62 anni con 38 di contributi, a 63 anni con almeno 37, a 64 con almeno 36, a 65 con almeno 35, a 66 con almeno 34. La misura venne introdotta a partire dall’aprile scorso e, in teoria, è stata sin qui finanziata per un solo triennio sperimentale, anche se la Lega aveva promesso che sarebbe stata prorogata e resa strutturale con l’introduzione di quota 41, cioè tutti sarebbero potuti andare in pensione a qualsiasi età, se in possesso di 41 anni di contributi. Oggi, la pensione anticipata è garantita con 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne. E con il tempo serviranno ancora più anni.

Le ipotesi di “restyling” di quota 100

Adesso, l’ipotesi che va per la maggiore tra i banchi del nuovo esecutivo sarebbe che quota 100 venga fatta morire al termine del triennio.

Dunque, nell’immediato non dovrebbe essere impedito ai lavoratori di approfittare dall’uscita anticipata dal lavoro rispetto all’età pensionabile ufficiale, ma dopo il 2021 questa alternativa verrebbe meno. Ma tra le ipotesi allo studio ve ne sarebbero altre, tra cui l’innalzamento dell’età minima per l’uscita anticipata a 64 anni. Ad oggi, non si sa se questo “scalone” di 2 anni sarebbe introdotto a parità di anni di contributi minimi necessari previsti per i 62 anni o se questi ultimi verranno eventualmente ridotti di 2 anni. Per intenderci, se oggi è possibile andare in pensione con quota 100 a 62 anni di età e 38 di contributi, nel caso un domani si prevedessero non meno di 64 anni, i contributi minimi resterebbero 38 o scenderebbero a 36? Nel secondo caso, non sarebbe più quota 100, bensì 102. Non possiamo escludere le solite soluzioni intermedie italiane, ovvero che si tenda a quota 101 (64+37 o 63+38).

Infine, quota 100 potrebbe essere mantenuta così com’è o con una qualche forma di “restyling” di cui sopra, ma l’assegno sarebbe sottoposto a penalizzazione. Qui dovremmo aprire una parentesi. Si è detto in questi mesi che quota 100 comporti una decurtazione della pensione, ma l’espressione risulta in sé falsa. L’assegno erogato al pensionato con quota 100 viene calcolato esattamente come quello di chi ha atteso l’età pensionabile ufficiale. Semmai, è ovvio che se un lavoratore decide di prendere la pensione a 62 anni, anziché attendere i 67, verserà 5 anni in meno di contributi e, pertanto, riceverà un assegno meno alto. Ma non si tratta di penalizzazione.

Invece, il governo Conte 2 potrebbe incamminarsi sulla stessa strada tracciata dalla legge Fornero, che prevede una penalizzazione sull’assegno dell’1% per il caso di uscita anticipata dal lavoro per la quota contributiva maturata prima del 2012 e fino a un anticipo massimo di 2 anni; del 2% per gli anni di anticipo eccedenti i 2. In pratica, verrebbe introdotto un sistema simile a quello in Germania, dove un lavoratore può decidere di andare in pensione senza penalizzazione già a 63 anni, purché in possesso di 45 anni di contributi, senza i quali scatta la decurtazione dell’assegno, calcolata in percentuale sul numero dei mesi che restano per arrivare all’età ufficiale.

In pratica, i tedeschi hanno la loro quota 108, al di sotto della quale scatta la tagliola.

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