Pensioni: quota 100 cara? Nel 2019 il governo spenderà di più per un’altra voce previdenziale

Il decreto sulle baby pensioni costa alle casse dello Stato lo 0,4 per cento del prodotto interno lordo italiano.

di Chiara Lanari, pubblicato il
Il decreto sulle baby pensioni costa alle casse dello Stato lo 0,4 per cento del prodotto interno lordo italiano.

Uno degli aspetti presi in maggiore considerazione dall’Unione Europea nella bocciatura della manovra finanziaria del governo M5S-Lega è quello previdenziale, con la lente d’ingrandimento su quota 100. I costi previsti nel 2019 per la nuova forma di pensione anticipata sono stimati in 6,7 miliardi di euro. Forse anche qualcosa in meno, sempre che le previsioni di Claudio Durigon (Lega Nord, sottosegretario Ministero Lavoro e Politiche Sociali) si avverino (la settimana scorsa vi abbiamo riportato le dichiarazioni dell’onorevole, secondo cui il divieto del cumulo dei contributi porterà – tra i 400 mila lavoratori potenzialmente beneficiari della misura – diverse persone a scegliere di restare al lavoro fino alla pensione di vecchia (dal 2019 l’età minima sarà di 67 anni).

La spesa di 7,5 miliardi per le baby pensioni

Dal 1973 ad oggi sono trascorsi 45 anni. Ad oggi, il decreto sulle baby pensioni costa alle casse dello Stato qualcosa come lo 0,4 per cento del prodotto interno lordo italiano. Tradotto in cifre concrete significa 7,5 miliardi di euro. A conti fatti dunque più del provvedimento quota 100.

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Che cosa sono

Che cosa sono le baby pensioni? Il trattamento previdenziale rimasto in vigore dal 1973 al 1992 (fu il governo Amato ad abolirlo) consentiva agli uomini di andare in pensione dopo 19 anni, 6 mesi e 1 giorno di contributi, per le donne invece 14 anni, 6 mesi e 1 giorni. Non era raro vedere decine/centinaia di persone ogni anno scegliere la baby pensione prima ancora di compiere 30 anni di età. Il numero di lavoratori che ha potuto usufruire del decreto baby pensioni è pari a circa 400 mila persone. Come detto, la spesa è superiore di quasi 1 miliardo rispetto a quella destinata a quota 100 nel 2019, con cui i lavoratori potranno richiedere il pensionamento a 62 anni di età e 38 di contributi. Il doppio, di fatto, rispetto a quanto richiesto invece tra il 1973 e 1992 ai baby pensionati. Per non parlare di chi oggi non può andare in pensione nonostante gli oltre 40 anni di contributi.

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Argomenti: Economia Italia, Pensioni, Politica, Politica italiana