Pensioni minime e reddito di cittadinanza, gli italiani sono in cerca di sicurezza

Gli italiani chiedono sicurezza. E in questa campagna elettorale hanno dominato proprio i partiti che hanno saputo interpretare queste istanze. Ecco i dati che giustificano la paura diffusa.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Gli italiani chiedono sicurezza. E in questa campagna elettorale hanno dominato proprio i partiti che hanno saputo interpretare queste istanze. Ecco i dati che giustificano la paura diffusa.

Silvio Berlusconi cala l’asso e prima del silenzio elettorale annuncia che entro due mesi dall’arrivo al governo, se vincesse al voto di domenica prossima, le pensioni minime di chi ha 67 anni verrebbero portate a 1.000 euro al mese. Semplice boutade per evitare di restare schiacciato dal peso crescente dell’alleato Matteo Salvini o meno, una cosa è certa: i temi che ruotano intorno all’ampio concetto della sicurezza appaiono dominanti in questa campagna elettorale. Nella top 5 delle promesse dei partiti, troviamo flat tax, reddito di cittadinanza, pensioni minime, abrogazione della legge Fornero, lotta all’immigrazione clandestina. Ben quattro di questi, come noterete, hanno una forte impronta sociale e sono legati alla paura. Di cosa? Di perdere la dignità e/o la sicurezza.

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Non sappiamo come andranno effettivamente le cose il 4 marzo. I sondaggi ci hanno fornito un’idea verosimile, ma la realtà è spesso diversa. Tuttavia, una cosa con certezza ci sentiamo di dirla: se questa campagna elettorale è stata dominata dal centro-destra da una parte e dal Movimento 5 Stelle dall’altro, lo si deve alla maggiore capacità di questi due schieramenti di farsi interpreti delle paure serpeggianti tra ampie fette dell’elettorato e che riguardano quello che un tempo sarebbe stato considerato un ceto medio relativamente sereno. Il PD è rimasto fuori dalla contesa, in termini di incisività sul dibattito, chiudendosi in una sorta di difesa dell’esistente, quasi che si sia dato come missione di imporre agli elettori una narrazione aprioristica e avulsa dalla realtà. Certo, stare al governo è diverso che correre dall’opposizione, specie in tempi difficili. Ad ogni modo, la figura di Matteo Renzi si è rivelata davvero impalpabile negli ultimi mesi, incapace di segnare un colpo.

In verità, da sinistra il concetto di paura è stato cavalcato, ma rivolto non alle tematiche socio-economiche, bensì squisitamente politiche: il pericolo fascista. I fatti di Macerata hanno spinto la formazione di Pietro Grasso a invocare una reazione dura dello stato contro i gruppi di estrema destra, che minaccerebbero la nostra democrazia. Ragionevole o meno che sia tale timore, non pare che abbia scaldato gli animi degli elettori, semmai scatenando contrapposizioni sfociate nella violenza tra i militanti delle fazioni opposte. Sembra incredibile come la sinistra, che prima e più di altri dovrebbe captare l’insicurezza delle fasce più deboli della popolazione, non si stia mostrando affatto in grado di intercettare gli umori degli operai, dei disoccupati, di chi vive in condizioni di reale povertà, dei precari, dei redditi bassi.

Italiani impauriti e arrabbiati

Alcune rilevazioni di poche settimane fa segnalavano una realtà a dir poco sconvolgente: PD e Liberi e Uguali sarebbero in fondo alle intenzioni di voto tra gli operai e in cima tra i laureati, gli anziani (il PD) e i redditi alti. Insomma, oggi a sinistra voterebbe chi sta economicamente meglio e avrebbe, quindi, meno paura del presente. Da qui, quello che appare uno scollamento abissale tra centro-sinistra e società, almeno il grosso di essa.

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Centro-destra e grillini, si potrebbe eccepire, sarebbero più sfrontati e soffierebbero sulle paure, pur legittime, degli elettori. Sarà anche vero, ma diversi dati spiegano che non si tratterebbe di paure inventate o ingigantite. Tra le grandi economie mondiali, l’Italia è per l’Ipsos quella in cui esisterebbe la maggiore preoccupazione per il fenomeno dell’immigrazione. Il 41% degli italiani lo considererebbe tra i principali problemi. I tedeschi seguirebbero a distanza con il 31%, il Regno Unito con il 27%, la Francia con il 23%, gli USA con il 22%.

E gli italiani sarebbero anche i più critici dopo i greci sull’operato della UE in tema di gestione dei flussi migratori: l’80% esprime un giudizio negativo contro appena il 12% di chi valuta positivamente Bruxelles. In Francia, al confronto, si sono registrate risposte negative per il 65% e positive per il 32%. Dunque, a Roma il saldo sarebbe negativo per il 68%, a Parigi per il 33%. Ciò evidenzia che oltre 2 italiani su 3 sarebbe frustrato dall’Europa, il doppio che in Francia, dove pure l’anno scorso si ebbe un terremoto politico con l’approdo del Fronte Nazionale di Marine Le Pen al secondo turno delle elezioni presidenziali.

Pessimismo e rischio povertà

Sempre l’Ipsos nota come gli italiani sarebbero i più scontenti tra le grandi economie di come vadano le cose nel loro paese. L’86% ha una visione negativa e solo il 14% positiva. In Francia, siamo rispettivamente al 65% contro il 35%, in Germania al 58% contro il 42%, negli USA al 57% contro il 43%, nel Regno Unito al 72% contro il 28%. E un terzo degli italiani giudica le tasse tra i principali problemi, quando in Germania appena l’8%, negli USA il 16% e in Giappone e Francia il 23%. L’Italia è anche l’economia tra le grandi ad essere attraversata dal più alto rischio povertà, che riguarderebbe il 30% della popolazione, contro una media dell’Eurozona al 23%. L’aspetto curioso è che tale rischio risulti accresciuto con l’avvio della ripresa nel 2014, come dire che il segno più del pil e la sicurezza economica non vadano di pari passo. Al contrario, nel resto dell’Eurozona la percentuale è in calo proprio con la ripresa.

Abbiamo scritto più volte che le elezioni si giocheranno al sud tra 3 giorni. Una manciata di seggi in bilico tra centro-destra e M5S deciderà se il primo avrà la maggioranza assoluta o meno. Almeno questo dicono i sondaggi. E’ naturale che sia così. Il Meridione è l’area più sofferente d’Italia già in tempi buoni, figuriamoci in una fase di declino economico. Qui, la carenza di lavoro si traduce in povertà diffusa, in fuga dei giovani al nord o all’estero, in una conseguente richiesta assistenziale, che pur opinabile in sé appare la risposta immediata a bisogni elementari insopprimibili.

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Alzare le pensioni minime a 1.000 euro o promettere un reddito di cittadinanza a tutti coloro che non ne abbiano uno sarebbero risposte facili e al contempo insostenibili, i cui costi supererebbero forse di gran lunga i benefici di breve termine che si avrebbero in termini di consumi e ripresa della fiducia tra le famiglie. Tuttavia, questi temi sono proprio quell’espressione di una fetta consistente di società intimorita di non godere del minimo necessario per vivere e di sprofondare in condizioni di vita poco dignitose. Se la risposta alle paure non può certo essere l’assistenzialismo, che non si vede, peraltro, chi dovrebbe finanziarlo, nemmeno possiamo immaginare che possa consistere nell’elencazione di cifre e proclami per raccontare una società che non esiste. L’Italia non è in ripresa, ha semplicemente smesso di andare indietro. L’Istat ci ha confermato anche oggi che la disoccupazione resta all’11% e che i contratti accesi nell’ultimo anno sono solo a tempo determinato e riguardano per i tre quarti gli over 50. Chi replica a queste cifre con lo sfoggio di un ottimismo a mo’ di autodifesa dimostra di essere non il furbacchione di un politico, ma la pessima rappresentazione di un’aria da fine impero.

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Argomenti: Crisi economica Italia, Economia Italia, Politica, Politica italiana

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