Pensioni minima per i giovani, perché la soluzione sarebbe peggiore del male

Pensioni minime a 650 euro per i giovani. La proposta del governo appare interessante, ma si presta ad alcune osservazioni critiche. Vediamole.

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Pensioni minime a 650 euro per i giovani. La proposta del governo appare interessante, ma si presta ad alcune osservazioni critiche. Vediamole.

Stefano Patriarca, consigliere economico del governo, ha annunciato l’ipotesi di lanciare una pensione minima di 650 euro al mese per i lavoratori più giovani di oggi, a decorrere probabilmente dal 2030. Il responsabile lavoro del PD, Tommaso Nannincini, ha confermato che si tratterebbe di qualcosa di più di una semplice ipotesi. Stando a quanto lo stesso Patriarca ha dichiarato in un convegno del PD, si studierebbe un meccanismo, che cercherebbe di affrontare il problema delle carriere professionali discontinue dei giovani di oggi, i quali rischiano altrimenti di ritrovarsi un giorno con una pensione insufficiente a vivere dignitosamente, anche tenendo conto che l’assegno da loro percepito sarebbe erogato totalmente con il metodo contributivo, ovvero esclusivamente sulla base dei contributi versati, rivalutati annualmente al tasso fissato dal Ministero dell’Economia. (Leggi anche: Pensione: minimo previdenziale di 650 euro)

A tutti i futuri pensionati con almeno 20 anni di contributi alle spalle verrebbe garantito un assegno minimo di 650 euro, aumentato di 30 euro al mese per ogni anno di contributi in più e fino a un massimo di 1.000 euro mensili con 35 anni di contributi. In cambio, vi sarebbe l’adeguamento automatico dell’età pensionabile alla longevità media della vita, secondo i dati Istat.

In questo modo, nelle intenzioni del governo vi sarebbe una pensione dignitosa per tutti e la possibilità di innalzare progressivamente l’età pensionabile, senza provocare allarme sociale. A prima lettura, la soluzione non sembra affatto negativa, anzi socialmente appare molto equa sul piano generazionale, garantendo ai giovani di oggi, che si ritrovano a vivere in un ambiente spesso con minori opportunità lavorative rispetto al passato, una terza età meno severa di quanto non sarebbe senza il paracadute escogitato dall’esecutivo.

I rischi di un sistema troppo generoso verso il basso

Tuttavia, il discorso diventa più complesso, quando si passa da un’analisi superficiale a una più approfondita. Alzare la pensione minima a un importo consistente significa garantire un assegno più alto a chi ha versato pochi contributi, suo malgrado. Se ciò va chiaramente nella direzione dell’equità sociale, rischia di risultare non sostenibile per i conti dell’Inps, né efficiente per il sistema previdenziale.

Un lavoratore che oggi sapesse già in anticipo di poter godere di un assegno minimo decente potrebbe essere disincentivato ad alimentare il montante contributivo, ovvero potrebbe accettare con maggiore facilità lavori in nero (pensiamo al Sud) e accontentarsi di carriere discontinue, confidando nella generosità dell’Inps, una volta andato in pensione. D’altra parte, perché mai faticare per ottenere una pensione sostanziosa, quando con 35 anni di contributi si avrebbe già automaticamente un assegno di 1.000 euro al mese? Non saranno tanti, ma nemmeno pochi. Basti leggere quanti pensionati italiani oggi percepiscono un assegno più basso dei 1.000 euro.

La soluzione prospettata dal governo potrebbe anche andare bene, a patto di ridurre nei decenni gradualmente la percentuale contributiva applicata sullo stipendio lordo. Un conto sarebbe chiedere il versamento di contributi bassi per garantire un minimo dignitoso a tutti, salvo lasciare liberi i lavoratori di accantonare risorse extra per la vecchiaia; un altro chiedere, come accade oggi, di versare tanto e di redistribuire tali versamenti in favore di chi ha accantonato poco, perché significherebbe far saltare per aria l’Inps. E’ evidente che pensioni minime alte, a parità di saldi dell’ente, comportino un taglio degli assegni più alti, quelli che i lavoratori riuscirebbero a percepire sulla base di elevati versamenti. Lo stato dovrebbe, in sostanza, tagliare i coefficienti di trasformazione per ridurre gli importi medi, in modo da trovare stabilmente le risorse da dedicare alla fascia medio-bassa dei pensionati. (Leggi anche: Pensioni a 67 anni, scontro tra libertà e dirigismo)

Servono più lavoro e crescita

Vero è che lo stesso Patriarca ha parlato di istituzione di un fondo ad hoc per sostenere la misura in futuro, ma sarebbe con ogni evidenza una prospettiva transitoria.

Le pensioni dovranno essere pagate ogni anno senza soluzione di continuità e non ci si potrebbe accontentare di un fondo limitato per un qualche periodo. E se esso diventasse un fatto strutturale, implicherebbe l’impiego di entrate derivanti dalla fiscalità generale per l’assistenza, cosa che innescherebbe meccanismi perversi e accrescerebbe la tassazione media in un’economia già tartassata.

Che l’esecutivo abbia intenzione di affrontare in un’ottica di lungo periodo un problema che si presenterà tra qualche decennio è senza dubbio meritorio. E sarebbe bene che tutte le forze politiche si confrontassero senza isterie propagandistiche su un tema delicatissimo, che segnerà l’essenza stessa dell’Italia nel futuro. Bisogna, però, trovare soluzioni che mettano insieme le esigenze di assicurare pensioni dignitose a tutte con la sostenibilità dei conti previdenziali. E ancora una volta scopriamo che il problema va affrontato alla radice, ovvero nello sradicare la disoccupazione giovanile di massa, nel potenziare la crescita dell’economia e la partecipazione al lavoro, specie tra giovani e donne. Solo così potremmo anche evitare di concentrarci sulle minime, confidando su pensioni alimentate da contributi. (Leggi anche: Pensioni e immigrati, quando le soluzioni facili servono a governi incapaci)

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