Sistema pensionistico in Italia fallito, cosa ci insegna il modello cileno?

Il sistema pensionistico in Italia è fallito, costringendo i lavoratori a pagare sempre più contributi e ad andare in pensione più tardi. Il modello cileno appare una soluzione ideale, per quanto poco praticabile.

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Giuseppe Timpone

Il modello cileno per le pensioni

Dal 2019, l’età pensionabile potrebbe essere innalzata dai 66 anni e 7 mesi già oggi vigente per gli uomini, e che per allora sarebbe tale anche per le donne, a 67 anni. Si chiama adeguamento alla longevità media, come da monitoraggio triennale dell’Istat. Tutto questo, mentre i titoloni dei giornali sono concentrati da ieri sulla cosiddetta “Ape social”, la possibilità per certe categorie di lavoratori e a date condizioni di anticipare l’uscita dal lavoro a 63 anni. Un sistema previdenziale schizofrenico, che da un lato allunga l’età pensionabile e dall’altro cerca rimedio per evitare che tutti gli italiani siano costretti ad andare in pensione a un’età anagrafica sempre più alta.

Cronache da un paese fallito, che non sa più come tenere i conti della sua previdenza, i quali per essere sostenibili necessitano di continui “adeguamenti” all’insù dei requisiti. La popolazione italiana invecchia, le nascite sono ai minimi storici e la carriera lavorativa inizia mediamente tardi e dura una quindicina di anni in meno dei paesi europei con maggiore durata. (Leggi anche: Lavoratori italiani occupati 7 anni in meno dei tedeschi)

La maledizione del sistema a ripartizione

La generazione nata a inizio anni Ottanta andrà in pensione a 70 anni e nel migliore dei casi otterrà un assegno al 60% dell’ultima retribuzione, stando alle riforme già introdotte negli anni passati. Requisiti, che dovrebbero essere considerati più larghi di quelli che molto probabilmente da qui ai prossimi 30 anni saranno effettivamente in vigore, tra adeguamenti e correttivi che verranno apportati nel tempo.

Quanto di questo sistema abbia senso mantenere in vita è assai dubbio. La maledizione della nostra previdenza si chiama “sistema a ripartizione”. Significa che le pensioni degli anziani vengono pagate dai lavoratori di oggi, i cui contributi versati non vengono accantonati per essere investiti in favore dei loro assegni futuri, ma semplicemente per pagare gli assegni di chi è già in pensione. In cambio, i lavoratori di oggi, ovvero i pensionati di domani, si vedranno pagare l’assegno dalle future generazioni. E così via. (Leggi anche: Taglio pensioni e aumento tasse, così la Grecia accontenta i creditori)

Saltato il rapporto pensionati-lavoratori

Il sistema regge fino a quando il numero dei pensionati e quello dei lavoratori rimane in equilibrio. Quando le nascite diminuiscono e la vita media si allunga, però, si hanno già i primi scricchiolii, dato che ciò implica una più alta platea di pensionati, a fronte di un numero ridotto di lavoratori. Ergo, o si taglia l’importo delle pensioni o si aumentano i contributi ai lavoratori. Si potrebbero fare entrambe le cose, aumentando nel frattempo l’età pensionabile, ma questi espedienti si rivelano efficaci solo nel breve termine, se la demografia di un paese continua a non essere favorevole al sistema a ripartizione.

La soluzione ideale e definitiva sarebbe rivoluzionare la previdenza, legando i contributi di ciascun lavoratore alla propria pensione, recidendo il legame tra le generazioni e dando vita a un sistema a capitalizzazione, quello che in Cile fu introdotto sotto il regime di Augusto Pinochet e che ha dato frutti forse inimmaginabili persino agli stessi proponenti. (Leggi anche: L’Italia agli italiani? No, agli stranieri)

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