Pensioni contributive, il confronto governo-sindacati parte dai titoli di coda

Gli assegni della pensione calcolati con il metodo contributivo rischiano di essere troppo bassi per i giovani di oggi, ma governo e sindacati partono da soluzioni sbagliate, capovolgendo i termini del problema.

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Gli assegni della pensione calcolati con il metodo contributivo rischiano di essere troppo bassi per i giovani di oggi, ma governo e sindacati partono da soluzioni sbagliate, capovolgendo i termini del problema.

Si è aperto ieri il primo dei tavoli operativi attorno al quale siedono il ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo, e i sindacati di Cgil, Cisl e Uil. Oggetto della discussione: le pensioni dei giovani di oggi, che essendo calcolate interamente con il metodo contributivo rischiano di rivelarsi insufficienti a garantire un tenore di vita accettabile durante la vecchiaia. Alla vigilia dell’incontro, i sindacati avevano già messo le mani avanti, sostenendo che almeno una parte dei futuri assegni dovrà essere finanziato dalla fiscalità generale, un po’ come avviene da meno di un anno con il reddito di cittadinanza.

Pensioni, quattro verità scomode per gli italiani

Procediamo con ordine. La riforma Dini del 1995 previde il passaggio graduale al metodo contributivo. Coloro che hanno iniziato a lavorare a partire dal 1996, ovvero che non abbiano versato nemmeno un giorno di contributi fino al 31 dicembre 1995, vedranno calcolata la pensione interamente con il metodo contributivo, vale a dire che percepiranno l’assegno sulla base esclusivamente dei contributi versati. Già ai tempi, la riforma apparve penalizzante rispetto al metodo retributivo sino ad allora vigente, che legava l’importo dell’assegno a quello dello stipendio percepito mediamente negli ultimi anni di carriera lavorativa.

Quello che né il governo Dini e né le parti sociali avrebbero forse potuto immaginare è che i giovani che sarebbero andati in futuro in pensione solo con il contributivo sarebbero stati doppiamente penalizzati: rispetto alla generazioni dei genitori e dei nonni, percependo un importo inferiore, a parità di contributi versati e, soprattutto, per via della discontinuità delle carriere lavorative e dei bassi stipendi. Il problema dei problemi di chi oggi è nato dalla seconda metà degli anni Settanta in poi riguarda non tanto il sistema di calcolo in sé, quanto le peggiorate condizioni di lavoro.

L’assenza di lavoro è il problema

Il posto fisso è un miraggio, lo sappiamo ormai da qualche decennio a questa parte. Ma anche solo lavorare in alcune aree d’Italia è diventato sinonimo di fortuna. I tassi di occupazione al Sud crollano fino al 40-50% e tra le donne arrivano a percentuali ancora più basse. Trattasi di record negativi in Europa. Chi lavora, poi, percepisce generalmente stipendi bassi, per cui i contributi stessi versati sono pochi e discontinui. Molti contratti cosiddetti “atipici” consentono magari di mettere insieme il pranzo con la cena, non di sperare in una pensione dignitosa. Si pensi alla platea dei 4,3 milioni di lavoratori part-time, i quali percepiscono chiaramente meno di quanto garantirebbe loro un contratto a tempo pieno e con ogni evidenza versano di meno anche all’Inps, non riuscendo mai a maturare, oltre tutto, i requisiti minimi indispensabili per sperare di andare in pensione prima dell’età ufficiale (attesa a 70 anni al 2049).

Chi si preoccupa della pensione dei giovani dovrebbe impensierirsi prima di tutto sulle ragioni che non consentono loro di guardare con fiducia alla vecchiaia. Ammesso che abbia una qualche utilità l’apertura di un tavolo di confronto con i sindacati – e la storia ci insegna che questi espedienti servono solo a gettare fumo negli occhi dei cittadini-elettori – l’oggetto della discussione dovrebbe essere la carenza di lavoro, a sua volta specchio di una carente produzione e della scarsa competitività dell’economia italiana, gravata da burocrazia ipertrofica, alta pressione fiscale, tempi biblici della giustizia e divario infrastrutturale con gli stati concorrenti.

Se non verranno risolti, e molto in fretta, questi aspetti della nostra economia, attingere in misura crescente alla fiscalità generale per pagare le pensioni ai giovani di oggi non sarà un’opzione. Anziché compiere passi in avanti, faremmo passi indietro ai tempi bui del retributivo pure, quando lo stato pagava e l’Inps spediva gli assegni.

Ma mettere le mani sulle tasse versate dai contribuenti per pagare le pensioni significa che: o lo stato italiano taglierà altri servizi (scuola, sanità, assistenza, investimenti, etc.) per far quadrare i conti o alzerà ancora di più le tasse per aumentare le entrate. Nell’uno e nell’altro caso, andremmo incontro a una rivolta dei contribuenti e l’aumento della pressione fiscale non farebbe che aggravare le condizioni dell’economia italiana, ponendo le basi per esborsi futuri dello stato ancora maggiori e per lo svuotamento delle casse previdenziali. Sarebbe il default.

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