Pensioni basse e rischio povertà per i giovani nati nell’80, ecco i numeri tragici

Allarme povertà per i giovani lavoratori di oggi e pensionati di domani. Sia l'OCSE che l'Inps riconoscono che rischiano assegni troppo bassi.

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Allarme povertà per i giovani lavoratori di oggi e pensionati di domani. Sia l'OCSE che l'Inps riconoscono che rischiano assegni troppo bassi.

Il rapporto dell’OCSE sulle pensioni dal titolo “Pensions at a Glance”, realizzato sui 34 paesi membri, espone diverse criticità del sistema previdenziale italiano. Nell’arco del periodo 2010-2015, la spesa è stata nel nostro paese la seconda più alta nell’area dopo la Grecia e nel 2013, nonostante le varie riforme delle pensioni, si attestava quasi a livelli doppi della media OCSE, ovvero al 15,7% contro l’8,4%. L’istituto ha, pertanto, consigliato a Roma di compiere ulteriori sforzi per rendere sostenibile la nostra spesa previdenziale, che rischia di essere gravata dalla sentenza della Corte Costituzionale sui rimborsi per i mancati adeguamenti degli assegni degli anni passati. L’Italia risulta il secondo paese OCSE per contributi obbligatori da versare, pari al 33% del salario percepito, di cui i 2 terzi a carico del datore di lavoro. Nel caso di carriere lunghe e continue nel periodo di età compreso tra i 20 e i 67 anni, spiega il rapporto, un lavoratore italiano di oggi percepirebbe in futuro una percentuale elevata dello stipendio medio, ossia l’81,5%, contro il 65,8% della media degli altri paesi.

Rischio povertà per generazione 1980

Il problema, si legge, è per quanti dovessero interrompere la loro carriera lavorativa, per cui la contribuzione versata sarebbe discontinua. In questi casi, l’OCSE nota come vi sia un serio rischio di povertà per i futuri pensionati, i quali potrebbero accedere all’assegno non anticipato solo con il versamento di almeno 20 anni di contributi e purché il trattamento mensile risulti non inferiore a 1,5 volte quello minimo. In alternativa, i pensionati potrebbero accedere all’assegno sociale, il cui importo risulterebbe, però, insufficiente ad evitare uno stato di povertà durante la terza età.        

Pensioni Italia, servono più occupati

La sostenibilità, spiega l’OCSE, si ha anche puntando sulla maggiore occupazione.

In questo senso sono stati compiuti passi in avanti nella fascia di età 55-64 anni, dove l’occupazione è cresciuta di ben il 15% al 46% nell’ultimo decennio, ma restando nettamente al di sotto della media dell’area, pari al 57%, dove l’aumento è stato nello stesso periodo del 5%. Tra i 60 e i 64 anni, risultano occupato in Italia il 26% contro il 45% della media OCSE. Da questo punto di vista, l’Organizzazione con sede a Parigi plaude alla riforma del lavoro del governo Renzi, il cosiddetto Jobs Act, laddove incentiva la creazione di occupazione. Tuttavia, ha 2 ragioni di critica: una sulla possibilità di spostare fino al 2017 la metà del TFR in busta paga, cosa che incentiverebbe i consumi delle famiglie nel breve termine, ma che abbassa ulteriormente il reddito al termine della carriera lavorativa; la seconda è dovuta all’incremento della tassazione dall’11,5% al 20% sui fondi pensione, che disincentiva il ricorso alla previdenza integrativa, già molto bassa in Italia, dove copriva nel 2013 appena il 16% della popolazione lavorativa.

Inps ammette: pensioni saranno troppo basse

E intervenendo al convegno “Pensioni e povertà oggi e domani”, il presidente dell’Inps, Tito Boeri, ha snocciolato alcuni dati drammatici sulla situazione di potenziale povertà a cui sarebbe soggetta in età pensionabile la generazione attualmente dei 35 anni, ovvero quella nata nel 1980. Simulando una crescita del pil reale dell’1%, questa dovrebbe lavorare finanche ai 75 anni, percependo mediamente il 25% in meno degli attuali pensionati. Chi è nato nel 1945 percepisce oggi un assegno mensile medio di 1.703 euro, mentre esso si abbasserebbe a 1,593 euro nel 2050 per chi andrà in pensione quell’anno. Considerando, poi, che i pensionati di oggi percepiscono l’assegno più a lungo, è come se il paragone si effettuasse con assegni mensili dall’importo di 2.106 euro, nettamente superiori a quello che intascheranno i pensionati di domani.        

Disparità di trattamento tra generazioni

Le cose si metterebbero peggio, se il pil crescesse meno dell’1% all’anno (si consideri che l’Italia ha visto scendere il pil del 9% reale dal 2007) e se le donne tra i 30 e i 40 anni decidessero tutte di avere almeno un figlio, una su 3 dovrebbe accontentarsi di una pensione mensile di 750 euro.

Pertanto, i numeri suggeriscono che i lavoratori giovani di oggi pagano più contributi per mantenere i pensionati, mentre dovranno accontentarsi di un assegno più basso, dando vita a una palese sperequazione intergenerazionale preoccupante. Servirebbe, anzitutto, creare una maggiore occupazione per aumentare la base imponibile su cui calcolare i contributi, magari riducendoli e liberando risorse per i consumi e i risparmi attuali, nonché per alimentare il canale della previdenza integrativa. Anche oggi, però, a fronte di un dato apparentemente positivo sul fronte della disoccupazione, scesa in ottobre all’11,5%, il minimo da 3 anni, il numero degli occupati risulta diminuito su base mensile di 39.000 unità, anche se in crescita di 75.000 su base annua. Ancora peggiore è il dato sugli inattivi, ossia di coloro che non lavorano e nemmeno cercano un lavoro, salito di 196 mila unità in un anno, segno della sfiducia crescente tra gli italiani sulle reali probabilità di trovare un impiego.    

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