Pensioni a rischio con il Coronavirus? Ecco il contraccolpo agli assegni

L'importo delle pensioni subirà gli effetti dell'emergenza Coronavirus, a causa della crisi dell'economia. Vediamo con esattezza cosa accadrà agli assegni.

di , pubblicato il
L'importo delle pensioni subirà gli effetti dell'emergenza Coronavirus, a causa della crisi dell'economia. Vediamo con esattezza cosa accadrà agli assegni.

Nelle scorse settimane, a causa di una battuta infelice pronunciata da un esponente “grillino” del governo Conte, la stampa ha riportato la notizia secondo cui i pagamenti delle pensioni con l’emergenza Coronavirus sarebbero a rischio a partire dal mese di luglio. Per fortuna, le cose non stanno assolutamente così. Vero è che l’economia italiana sia entrata in una fase di profonda recessione, la più grave certamente dal Secondo Dopoguerra, ma gli assegni sono salvi. Questo non significa che la crisi sanitaria non avrà ripercussioni sulle pensioni, seppure non su quelle attuali, bensì future.

Il taglio delle pensioni retributive più alte non deve essere più un tabù

Il metodo contributivo, che lega l’importo delle pensioni ai contributi versati, si applica a tutti coloro che abbiano iniziato a lavorare dopo il 31 dicembre 1995 e solo parzialmente ai lavoratori più anziani, cioè per le loro annualità maturate dopo il 2011. Ogni anno i contributi versati dal lavoratore vanno a finire virtualmente in un conto o montante, il quale viene rivalutato per effetto dell’indice di capitalizzazione fissato dal Ministero del Lavoro e che è uguale al tasso medio di crescita del pil nominale nell’ultimo quinquennio. Dalla rivalutazione sono esclusi i contributi versati nell’ultimo anno, i quali verranno rivalutati solo dall’anno successivo.

Pensioni, rivalutazione montante negativa?

Ad esempio, se oggi volessi calcolare i contributi versati da un lavoratore per determinare il montante e, tramite l’applicazione del coefficiente di trasformazione, ottenere l’importo mensile dell’assegno, devo considerare tutti i contributi da questi versati fino al 31 dicembre 2018, tralasciando quelli del 2019 e di questi primi mesi del 2020. E il montante al 31 dicembre 2018 dovrà essere rivalutato per un tasso pari alla crescita media annua del pil nel periodo 2015-2019.

Come sappiamo, quest’anno il pil italiano crollerà, forse a doppia cifra. L’inflazione nel frattempo si è dileguata e questo significa che nella rivalutazione del montante al 31 dicembre 2019, nel 2021 dovremo tenere conto del pil nominale in caduta libera, che inciderà sull’andamento di tutto il quinquennio di cui fa parte, quello del periodo 2016-2020.

Pensioni contributive, il confronto governo-sindacati parte dai titoli di coda

A conti fatti, emergerebbe che il pil nel lustro suddetto sia diminuito nominalmente dell’1,1%. Questo significa che il montante dovrebbe essere “svalutato”? Ecco, questo problema si pose anche nel 2015, quando a seguito di un pil negativo per gli anni 2012, 2013 e 2014, il governo Renzi si trovò dinnanzi alla scelta se applicare i dettami della legge 8 agosto 1995 o se introdurre un’eccezione a difesa del valore dei contributi versati dai lavoratori. In quella sede, grazie al Decreto Legge n.65 del 2015 e convertito con modificazioni dalla legge n.17 luglio 2015, si decise che il montante in nessun caso potrà essere rivalutato per un coefficiente inferiore a 1. Quindi, che l’economia italiana scivoli in recessione e/o in deflazione, i lavoratori beneficeranno di un “floor”, cioè non vedranno mai svalutati i loro contributi, nemmeno temporaneamente.

Questa misura eviterà anche per l’anno prossimo che le pensioni future vengano di fatto tagliate nella loro determinazione. E si capisce anche perché: gli assegni calcolati con il contributivo sono quasi sempre inferiori a quelli risultanti con il metodo retributivo, per cui i giovani di oggi si ritroveranno, a parità di stipendio, a percepire pensioni meno generose dei loro padri e nonni. Se si considera, poi, che il tasso reale di crescita della nostra economia sia di molto diminuito negli ultimi due decenni, diventando negativo nel complesso dell’ultimo decennio, si capisce perché i governi abbiano voluto “scudare” le pensioni future.

Gli effetti della crisi sugli assegni

Detto ciò, non significa che queste non subiranno conseguenze dalla crisi. A parte il fatto che milioni di lavoratori dipendenti e partite IVA stanno versando meno contributi per via della perdita del lavoro o del minore fatturato, in ogni caso non ci sarà alcuna rivalutazione del loro montante per il prossimo anno e rischiamo di non averla per qualche anno ancora, fino a quando il peso della crisi in corso non verrà del tutto superata nel tempo.

Ad esempio, tra due anni dovremmo calcolare la rivalutazione del montante per il periodo 2017-2021. Ipotizzando un pil per quest’anno a -10%, un’inflazione azzerata e per l’anno prossimo rispettivamente +6% e +1,5%, otterremmo un misero +0,32%. Se il rimbalzo nominale si fermasse intorno al 6%, la rivalutazione verrebbe del tutto azzerata.

Pensioni, quattro verità scomode per gli italiani

E per le pensioni attuali? Non cambia nulla, come sappiamo. Semmai, l’azzeramento dell’inflazione quasi certamente non darà diritto l’anno prossimo a un aumento dell’assegno, ma in quel caso non saremmo dinnanzi né a una perdita e né a un guadagno, perché l’inflazione erode il potere di acquisto e che venga compensata da aumenti degli importi non comporta un miglioramento reale delle condizioni di vita del pensionato. Anzi, per gli assegni di importo superiore a 4 volte il minimo, cioè sopra i 2.060 euro mensili, l’azzeramento dell’inflazione diventa un fatto indubbiamente positivo, visto che per essi l’indicizzazione avviene parzialmente, per cui negli anni si “sgonfiano” in termini reali, non essendo del tutto recuperata la crescita dei prezzi.

[email protected] 

 

 

Argomenti: , ,