Pensioni a doppia faccia e rischio default dell’Inps

Sale la spesa pensionistica in Italia ma quasi la metà dei pensionati percepisce meno di 1000 euro al mese. Sullo sfondo resta l'allarme di Mastrapasqua sui conti della nuova SuperInps

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Sale la spesa pensionistica in Italia ma quasi la metà dei pensionati percepisce meno di 1000 euro al mese. Sullo sfondo resta l'allarme di Mastrapasqua sui conti della nuova SuperInps

L’Istat ha pubblicato i dati sulla previdenza in Italia nel 2011. La spesa per le pensioni è salita a 285,963 miliardi di euro, il 2,9% in più dell’anno precedente, per un’incidenza del pil che sale dal 16,66% del 2010 al 16,85%. Il numero dei pensionati in Italia scende a 16,7 milioni, 38 mila unità in meno dell’anno precedente. Le prestazioni sono cresciute mediamente del 3,2% a 15.957 euro annui (+486 euro), ma come spesso capita quando si parla di medie, esse nascondono forti disparità, come in questo caso.  

Pensioni in Italia: la mappa delle erogazioni

7,4 milioni di pensionati, il 44,1% del totale, hanno ricevuto, infatti, un assegno mensile medio al di sotto dei mille euro. E il 13,3%, pari a 2,2 milioni di persone, ha ottenuto prestazioni mensili inferiori ai 500 euro. Il 23,1% ha avuto una pensione media compresa tra i 1.000 e i 1.500 euro al mese, mentre il 32,8% ha incassato una somma superiore. Altra disparità che salta agli occhi è tra uomini e donne. Queste ultime rappresentavano nel 2011 il 52,9% della platea complessiva dei pensionati, percependo una prestazione media annua di 13.228 euro, contro i 19.022 euro dei colleghi uomini. Le donne sotto i mille euro al mese ammontavano al 53,4%, una percentuale estremamente più alta di quella degli uomini, pari al 32,6%. Quanto alle singole prestazioni, la pensione di vecchiaia rappresentava il 71,6% della spesa totale, l’assegno ai superstiti il 14,7%, le invalidità il 4,2%, le pensioni assistenziali il 7,9% e le indennitarie l’1,7%. Andando a spulciare, poi, i dati sulla ripartizione geografica, scopriamo che al Nord viene erogata il 47,9% della spesa complessiva, al Centro il 20,5% e al Sud e Isole il restante 31,6%. E su 100 occupati, in media esistono 71 pensionati, per arrivare a un picco di 82 su 100 al Sud. Anche la media nazionale è in lieve risalita dai 70 del triennio precedente, invertendo una tendenza che si era registrata tra il 2001 e il 2006 e stabilizzatasi successivamente. Infine, uno sguardo sull’età: il 27,8% dei pensionati aveva nel 2011 meno di 65 anni, il 49,2% tra i 65 e i 79 anni e il 23% più di 80 anni. Questi numeri comprendono la riforma Sacconi, che aveva introdotto proprio a partire dal 2011 il metodo delle finestre, che di fatto allungava l’età pensionabile tra 13 e 19 mesi, a secondo che si fosse lavoratori dipendenti o autonomi, pur permettendo loro di maturare il diritto in anticipo. Le finestre sono state assorbite dalla riforma Fornero all’interno dell’allungamento dell’età pensionabile per le donne e nei fatti anche per gli uomini, per cui è probabile che i dati successivi al 2012 e, in particolare, quelli relativi dal 2013 in poi, saranno comprensivi di aggiustamenti sul fronte della spesa previdenziale. Le forti differenze nelle prestazioni tra uomini e donne si possono spiegare nella minore durata della vita lavorativa media di queste ultime, dedite, specie in passato, alla famiglia e alla crescita dei figli, oltre che nell’occupazione in lavori peggio retribuiti o a tempo parziale. Il picco del rapporto tra pensionati e lavoratori al Sud, invece, si potrebbe spiegare, anzitutto, con la minore occupazione nel Mezzogiorno, a fronte di prestazioni previdenziali, in particolare, assistenziali, spesso elargite con maggiore facilità.  

Bilancio Inps: piangono i conti dell’ente guidato da Mastrapasqua Mastropasqua Inps

Ma paradossalmente, nonostante la riforma Fornero abbia costretto con una veloce progressività le donne ad andare in pensione fino a 6 anni più tardi e al contempo quasi annullato il sistema delle pensioni di anzianità, i conti dell’Inps risultano zavorrati, come dimostra l’allarme lanciato nei giorni scorsi dal suo presidente Antonio Mastrapasqua, che dal 2012 si trova a gestire un ente più ampio che in passato, in seguito alla fusione voluta dal governo Monti tra Inps, Inpdap e Enpals. Mastrapasqua ha chiarito che senza un intervento urgente del governo, la previdenza sociale potrebbe vedersi costretta tra non molto a sospendere le prestazioni previdenziali. Motivo? La fusione Inps Inpdap, l’ente che gestiva le prestazioni dei dipendenti pubblici e la nascita del SuperInps sono una maledizione per l’ente, dato che questo si trova con un debito da 30 miliardi, in conseguenza del fatto che lo stato per lunghi anni non ha pagato i contributi ai suoi stessi dipendenti e tale onere si riversa sui bilanci dell’Inpdap prima e dell’Inps adesso, man mano che i lavoratori del pubblico impiego vanno in pensione (Tagli pensioni, servono a tappare il buco nero dell’Inps a rischio default). A ciò si aggiunge la crisi economica, che nel privato ha determinato una contrazione del numero degli occupati, quindi, dei contributi versati, mentre nel settore pubblico lo stato ha tagliato il numero dei dipendenti, sia con il blocco del turno-over, sia con i prepensionamenti, che hanno fatto salire lo squilibrio tra pensioni erogate e contributi incassati. Che nel corso del 2013 potrebbe attestarsi a 52,1 miliardi di euro, il 3,3% del pil.

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Argomenti: Economia Italia, Famiglie, Pensioni