Pensioni a 40 anni e con 14 di contributi? Dite grazie ai sindacati

Pensionati sin da 40 anni e con anche soli 14 anni e mezzo di contributi. Ecco il sistema previdenziale iniquo, benedetto in passato dai sindacati, che oggi reclamano un'improbabile flessibilità in uscita a 4 anni e mezzo dalla legge Fornero.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Pensionati sin da 40 anni e con anche soli 14 anni e mezzo di contributi. Ecco il sistema previdenziale iniquo, benedetto in passato dai sindacati, che oggi reclamano un'improbabile flessibilità in uscita a 4 anni e mezzo dalla legge Fornero.

Da quando Tito Boeri è presidente dell’Inps, ha inteso svolgere il suo incarico all’insegna della trasparenza e anche della pubblicazione di cifre “crude”, che mettano il governo e gli stessi italiani dinnanzi agli squilibri e all’iniquità del loro sistema previdenziale. E gli ultimi dati snocciolati fanno arrivare il sangue alla testa, nonostante siano persino incompleti. Secondo l’istituto, oggi vi sarebbe un esercito di quasi mezzo milione di persone, che è in pensione da prima del 1980, ovvero da oltre 36 anni. Ciò è possibile, perché con le vecchie regole cambiate proprio nel 1980, la pensione di vecchiaia era possibile per gli uomini incassare il primo assegno a 60 anni e per le donne a 55 anni. Ecco, quindi, che oggi risultano liquidate mensilmente 188.436 assegni a titolare di una pensione da oltre 36 anni e che mediamente hanno lasciato il lavoro a 54,9 anni, mentre altri 286.542 assegni sono liquidati ai cosiddetti superstiti, ovvero si tratta di pensioni di reversibilità, mediamente percepiti sin dai 41,3 anni di età. In tutto, fanno quasi 475.000 pensioni erogate da quasi 40 anni a chi ha beneficiato in passato di norme molto più generose di quelle attuali, pur considerando le minori aspettative di vita degli italiani a inizio anni Ottanta. Restringendo lo sguardo a chi detiene la pensione da oltre 30 anni, si scopre che l’esercito sale a oltre 1,3 milioni di persone, di cui 800.000 per le pensioni di vecchiaia e 527.000 per quelle di reversibilità. Parliamo di pensionati da prima del 1986.      

Baby pensionati, nella PA era possibile a 35 anni

I dati sopra citati riguardano solamente il settore privato, non tenendo conto degli ex dipendenti della Pubblica Amministrazione. Pensate che questi hanno usufruito fino al 1992 del diritto di andare in pensione con 14 anni 6 mesi e un giorno di contributi, figurativi compresi. Ciò significa, tanto per farvi capire l’ingiustizia su cui poggia la previdenza italiana, che fino a 24 anni fa era possibile per una donna lavorare come dipendente pubblico per una decina di anni, oltre al periodo goduto per la maternità. Risultato? Ipotizziamo che un uomo o una donna avesse iniziato a lavorare come statale o per un altro ente pubblico sin da i 18-20 anni di età, al massimo intorno ai 35 anni poteva andare in pensione, godendosi per un altro mezzo secolo l’assegno, alla faccia dei contribuenti italiani. Per un raffronto con la situazione attuale, si consideri che nel 2015 sono state liquidate 238.400 nuove pensioni, la metà dei livelli pre-Fornero, ma l’età media per i trattamenti di vecchiaia risulta salita a 62,55 anni (+7,4 anni dal 1980) e per i trattamenti di reversibilità a ben 72,89 anni (+31 anni dal 1980). Una precisazione è d’obbligo: il numero degli assegni sopra citati non corrisponde a quello dei pensionati, perché un pensionato può chiaramente godere di più di un assegno, come nel caso di chi è vedov0-a e, quindi, gode anche della reversibilità del defunto coniuge.      

Sindacati in piazza con 4 anni di ritardo

Sabato scorso, con “soli” 4 anni e passa di ritardo, Cgil, Cisl e Uil hanno indetto una manifestazione unitaria per protestare contro la rigidità della legge Fornero, chiedendo più flessibilità in uscita subito per i pensionandi. In attesa di scoprire dove siano stati dall’inizio del 2012, dal governo è arrivata una chiusura su un indebolimento dei criteri “sic et simpliciter”. Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, precisa che su questo versante “non c’è nulla” e i sottosegretari Tommasso Nannincini e Luca Baretta difendono l’impostazione della Fornero, che la Corte dei Conti ha stimato il venerdì scorso abbia fatto risparmiare ai nostri conti pubblici 30 miliardi di spesa all’anno, includendo gli effetti della riforma del 2007. Tuttavia, confermano che è aperta una discussione per rendere più flessibile l’uscita dal lavoro, compatibilmente con lo stato dei conti italiani. E’ lo stesso Boeri a indicare la strada di un eventuale intervento: consentire ai lavoratori di lasciare il lavoro con qualche anno di anticipo, in cambio di una penalizzazione sull’assegno del 2-3% per ogni anno in meno rispetto all’età pensionabile. Inoltre, propone di imporre un contributo sugli assegni più alti o anche di coloro che siano andati in pensione in giovane età (“baby pensionati”), in modo da rendere sostenibile ed equa la previdenza. Il governo chiude proprio su quest’ultimo punto, anche se potrebbe prorogare il contributo di solidarietà sugli assegni più alti, introdotto nel 2013 dal governo Letta e in scadenza alla fine di quest’anno. Esso è pari al 6% per i trattamenti annui compresi tra i 90 e i 129 mila euro, al 12% per quelli tra i 129 e i 193 mila euro e al 18% quelli ancora superiori. Il problema è che si tratta di norme-manifesto, ovvero senza alcun impatto sui nostri conti pubblici, generando risparmi stimati in appena 52 milioni di euro all’anno. Che il contributo vi sia o meno, quindi, non è per questa via che potrà essere finanziata la flessibilità in favore dei prossimi pensionati.      

Ipotesi prestito pensionistico

L’ipotesi più gettonata a Palazzo Chigi sarebbe quella del prestito pensionistico: consentire ai lavoratori di lasciare il lavoro prima dell’età fissata per il pensionamento, concedendo loro un finanziamento, da restituire in piccole rate, una volta raggiunti i requisiti per la pensione di vecchiaia o anticipata. Infine, dal 2017 l’indicizzazione delle pensioni dovrebbe essere ripristinata parzialmente. Le norme prevedono che gli assegni fino a 3 volte il trattamento minimo (fino a circa 1.500 euro al mese) siano rivalutati al 100% dell’inflazione, quelli tra le 3 e le 5 volte il minimo al 90% e oltre le 5 volte al 75%. Ma il governo intende fissare 5 scaglioni, in modo da contenere gli aumenti, scatenando, però, le ire dei sindacati.

Aumento pensioni sarà parziale nel 2017

Lo stato dei nostri conti è tale, da non consentire all’esecutivo di adottare alcuna ipotesi di reale flessibilità in uscita. Il prestito pensionistico non sarebbe altro che dare al lavoratore con una mano e prendere successivamente con due mani, trattandosi potenzialmente di un finanziamento con gli interessi. Insomma, un’operazione di puro maquillage per consentire ai sindacati di “vendere” agli iscritti un risultato, che nei fatti non c’è. E potete stare certi che Cgil-Cisl-Uil diranno di sì, essendo i corresponsabili dell’iniquità della previdenza italiana di cui sopra vi abbiamo dato solo un piccolo scorcio ed avendo scaricato le loro colpe sui pensionati futuri, che dovranno rassegnarsi ad assegni sempre più bassi e sempre più lontani nel tempo. Ringraziate per questo chi ha scioperato sabato con quasi 4 anni e mezzo di ritardo, dopo avere contrastato per un ventennio qualsivoglia riforma necessaria della previdenza per accettare senza proferire parola la più “estrema” mai ipotizzata prima.

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: Economia Italia, Pensioni