Pensioni a 67 anni: ultime cifre di Boeri e scontro tra libertà e dirigismo

Pensione a 67 anni o i conti dell'Inps saltano. Così Tito Boeri, presidente dell'ente, contro l'ipotesi di bloccare l'aumento anagrafico, ma ormai la battaglia è tra la libertà individuale e il dirigismo dei governi.

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di Giuseppe Timpone, publicato il
Pensione a 67 anni o i conti dell'Inps saltano. Così Tito Boeri, presidente dell'ente, contro l'ipotesi di bloccare l'aumento anagrafico, ma ormai la battaglia è tra la libertà individuale e il dirigismo dei governi.

In un’intervista a Il Sole 24 Ore, il presidente dell’Inps, Tito Boeri, attacca duramente l’ipotesi di fermare l’innalzamento dell’età pensionabile a 67 anni dal 2019, sostenendo che dal 2021 e fino al 2035 la misura ci porterebbe a spendere 141 miliardi in più, che si tradurrebbe in maggiore debito pensionistico, il quale a sua volta aumenterebbe le dimensioni del debito pubblico. Boeri sostiene che l’età pensionabile in Italia resterebbe mediamente più bassa di quella in Germania (62 contro 64 anni) e persino della media europea, a causa del largo ricorso agli assegni anticipati. A fronte di 2,5 milioni al di sotto dei 35 anni di età afflitti dal problema della povertà, spiega, non ci si potrebbe permettere di concentrare risorse sulla popolazione più anziana.

Secondo intervento a gamba tesa in pochi giorni di Boeri sul tema pensioni, dopo che il presidente dell’Inps aveva sostenuto la perdita netta di 38 miliardi di contributi versati, nel caso si azzerasse la popolazione straniera residente in Italia. (Leggi anche: Pensioni e immigrati, soluzioni facili servono a governi incapaci)

Dunque, per Boeri l’età pensionabile dovrebbe essere adeguata ancora una volta all’aumento della longevità media nazionale, altrimenti l’equilibrio dei conti Inps sballerebbe. Se ha ragione a dichiarare che il ricorso massiccio alle pensioni anticipate continuerebbe a tenere l’età pensionabile effettiva mediamente più bassa che nel resto d’Europa, non si capisce perché l’economista non abbia proposto di inasprire proprio tali criteri per accedervi, puntando al contrario ad innalzare quelli per ottenere la pensione di vecchiaia, che già oggi appaiono i più restrittivi in Europa. Si consideri che in Germania si andrà in pensione a 67 anni solo entro il 2030, mentre in Francia l’età di riferimento è di 62 anni.

Scarsa libertà personale con la previdenza italiana

Boeri pretende con argomentazioni da ragioniere di nascondere la realtà di un ente – quello da lui guidato – sostanzialmente fallito, dove nemmeno i contributi versati sulla busta paga più alti nell’Occidente riescono a tenere testa all’elevata spesa previdenziale, frutto di decenni di lassismo e assegni calcolati in maniera piuttosto generosa. (Leggi anche: Debito pubblico generato per due terzi dalle pensioni, futuro rubato ai giovani)

L’economista Boeri dovrebbe conoscere la realtà di altre economie, come il Regno Unito dell’ex premier David Cameron, dove è possibile da due anni ritirare in un’unica soluzione la metà del contante accumulato sin dall’età di 55 anni, senza poter nulla pretendere successivamente, ovvero il lavoratore a un certo punto della propria carriera professionale può decidere se prendersi il capitale o se optare per un assegno mensile vita natural durante, a partire dal 65-esimo anno di età.

L’esempio britannico non è citato a caso, perché segnala una visione liberale in una delle principali economie del pianeta, che possiamo contrapporre nettamente a quella dirigista italiana, dove i contributi versati dal singolo lavoratore vengono trattati dallo stato quali risorse per finanziare l’erogazione delle pensioni in corso, non tanto come un debito futuro dell’Inps verso lo stesso. In altre parole, si pensa che le leggi possano cambiare le carte in tavola sui criteri per accedere alla pensione senza alcun riguardo per la libertà personale dell’individuo di decidere quando lasciare il lavoro e a quali condizioni.

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