Pensione integrativa con pochi anni di contributi? Linea e orizzonte temporale

I fondi pensione convengono quando mancano pochi anni per uscire dal lavoro? Ecco la risposta che abbiamo fornito a un nostro lettore.

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I fondi pensione convengono quando mancano pochi anni per uscire dal lavoro? Ecco la risposta che abbiamo fornito a un nostro lettore.

“Buongiorno, sono nato nel 1963 e non ho contributi se non dal 2008 ininterrottamente e attualmente occupato con molto straordinario presso una multinazionale. Informandomi con altri ho scoperto che andrò in pensione con i 20 di contributi. Chiaramente ciò che percepirò sarà molto inferiore al percepito oggi in busta paga. Può gentilmente darmi un consiglio di integrazione da fare oggi per avere un surplus domani? Grazie, attendo”.

Gentile lettore, dai pochi e chiari dati che ha inviato alla nostra redazione emerge che lei avrebbe ad oggi 56 anni di età e solo 11 di contributi versati. Poiché l’età pensionabile è stata fissata a 67 anni sin dal 2018 e probabilmente salirà ancora di qualche mese nei prossimi anni, per via dell’adeguamento alla vita media secondo Istat, diciamo che pressappoco lei dovrebbe andare in pensione tra non meno di 11 anni, azzardiamo 11 anni e mezzo, tenuto conto dei probabili adeguamenti, supponendo che oggi abbia esattamente 56 anni.

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Lei chiede consigli per un’integrazione, evidentemente aspettandosi un importo della pensione basso, dato che potrà aspirare a un massimo di 22-23 anni di contributi versati con il sistema obbligatorio. Molti italiani si trovano nelle sue condizioni, specie nel Meridione, dove il lavoro nero abbonda e si è spesso occupati per svariati anni senza un contratto regolare. La pensione integrativa sarebbe un’ottima opportunità per rimpinguare l’assegno dell’Inps (suppongo che lei sia iscritto al suddetto ente), ma andrebbe costruita nel corso di una carriera professionale lunga, almeno ventennale.

Per essere onesti, iniziare a versare un premio assicurativo all’età di 56 anni non si rivela una strategia azzeccata, anche se non è mai troppo tardi.

Questo, perché le compagnie di assicurazione tendono a garantire rendimenti adeguati e quasi sempre superiori a quelli esitati dall’accantonamento del TFR nel lungo periodo, cioè nell’arco di decenni. Molte linee prevedono la perdita del capitale quando i versamenti risultino inferiori ai 5 anni. Non dovrebbe essere il suo caso, ma comunque stia eventualmente attento e si faccia bene i conti.

Quale linea previdenziale?

Quanto al tipo di integrazione, invitandola chiaramente a una consulenza con un esperto, ad occhio direi che dovrebbe optare per una linea prudenziale, cioè per un fondo di natura prevalentemente obbligazionaria, al massimo bilanciata (investimenti azionari non superiori a un terzo del totale), visto che quelli azionari tendono a rendere di più, ma nel lungo termine. E il rischio per lei sarebbe di concludere i versamenti senza che abbia avuto per allora modo di toccare con mano i risultati. C’è un problema, voglio essere chiaro: questo sembra il periodo peggiore per entrare sul mercato obbligazionario, dati i rendimenti praticamente azzerati dei bond un po’ in tutto il mondo, con ben quasi un quinto a offrire rendimenti negativi.

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Infine, tenga conto che delle commissioni d’ingresso (cosiddette “fees”), che in molti casi gravano particolarmente sulle performance di breve e medio periodo, abbattendosi nel lungo. Ad ogni modo, l’alternativa di tenere i risparmi in banca o sotto il materasso sarebbe certamente peggiore. Fossi in lei – ma il mio non è un suggerimento, quanto una considerazione a titolo personale – adocchierei i nostri BTp, che per la scadenza decennale (in tempo perfetto per andare in pensione) rendono oggi sopra il 2%, lordo, circa l’1,90% netto. Non è tanto, ma nemmeno troppo distante dal 2,5% medio esitato dai fondi pensione aperti nel decennio passato. A meno che non si assuma qualche rischio in più e opti per una linea bilanciata, che le consentirebbe di aspirare a un rendimento decisamente superiore, pari al 4,5% medio tra il 2008 e il 2018.

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