Pensione anticipata, ma niente taglio Irpef: così l’Italia scommette sugli anziani

Il governo Renzi, come i suoi predecessori, scommette sugli anziani, molto meno sui giovani. Via libera alle pensioni anticipate, ma il taglio delle tasse sarà rinviato (a mai più).

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Il governo Renzi, come i suoi predecessori, scommette sugli anziani, molto meno sui giovani. Via libera alle pensioni anticipate, ma il taglio delle tasse sarà rinviato (a mai più).

La prossima legge di stabilità per il 2017 conterrà misure a sostegno dei lavoratori over 60, al fine di consentire loro di andare in pensione con maggiore flessibilità di quella prevista dalla riforma Fornero. La cosiddetta Ape prevede la possibilità per i nati tra il 1951 e il 1953 di uscire dal lavoro già dai 63 anni di età, anziché attendere i 66 anni e 7 mesi altrimenti imposti dalla riforma del 2012, ma con penalizzazioni sull’assegno: il 5% in meno per ogni anno di anticipo della pensione, da rimborsarsi tramite rate mensili nei 20 anni successivi al raggiungimento dei requisiti per la vecchiaia.

Il lavoratore che andasse in pensione, ad esempio, a 63 anni esatti, perderebbe intorno al 18% dell’assegno per 20 anni. Il taglio è fissato al 3% per le categorie svantaggiate e non si applicherà, invece, alle fasce più deboli, anche se bisogna ancora fissare i criteri per rientrare nell’una o nell’altra categoria. Infine, per i lavoratori precoci, che abbiano cioè lavorato dai 14 ai 18 anni, dovrebbero essere abbuonati 2 mesi per ogni anno di lavoro minorile effettuato, potendo così anticipare la data della pensione. E la ricongiunzione dei contributi previdenziali per i lavoratori dipendenti sarà gratuita.

Niente taglio Irpef

Insomma, le novità contenute sono molteplici. Ieri, il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ha avvertito, però, che non sarà possibile anticipare al 2018 il taglio dell’Irpef, mentre resta l’impegno a ridurre l’IRES sulle imprese. Riassumendo il senso della prossima manovra finanziaria: più pensioni e niente riduzione delle tasse, almeno non per i lavoratori.

Perché? Certamente, per questione di numeri. La flessibilità in uscita dal lavoro è quasi per intero finanziata dagli stessi lavoratori, che nel corso della loro vecchiaia e fino alla soglia degli 87 anni dovranno accontentarsi di un assegno decurtato.

Il costo della contro-riforma delle pensioni è così di poche centinaia di milioni di euro, mentre tagliare l’Irpef peserebbe per molto di più sui conti pubblici. Considerando che il gettito Irpef si aggira sui 160 miliardi all’anno, anche solo l’1% lineare implicherebbe la necessità per Renzi di trovare coperture per lo 0,1% del pil.

 

 

 

Servono voti per il referendum

Ma siamo sicuri che si tratti solo di numeri? Il ragionamento è più complesso: i pensionati, o meglio i lavoratori a ridosso della pensione, sono numerosi e votano. Servono i loro consensi per il referendum costituzionale, dove i sondaggi danno un testa a testa tra i “sì” e i “no”, con questi ultimi leggermente avanti.

Puntare sull’Irpef significherebbe scommettere su nessuno, perché pochi spiccioli di tasse in meno per tutti non smuoverebbe prevedibilmente un solo voto. Eppure, il taglio delle tasse non dovrebbe essere trattato solo come un espediente elettoralistico, dato che è l’alta pressione fiscale uno dei maggiori ostacoli alla ripresa della nostra economia.

Giovani sempre meno rappresentati

Ridurre le tasse servirebbe a creare posti di lavoro, ad incentivare la produttività nelle aziende, ad accrescere i consumi e a spingere anche la produzione. I maggiori beneficiari di queste misure sarebbero i giovani, oggi in grossa percentuale disoccupati o che lavorano con stipendi ormai balcanizzati. Il Jobs Act, è vero, ha smosso qualcosa in loro favore, ma in assenza di ripresa dell’economia si è rivelato quel che è: una buona legge dagli effetti limitati e temporanei. Puoi stimolare le assunzioni quanto vuoi, ma se non c’è niente da produrre, che assumo a fare?

Non è un caso che non appena s’intraveda la possibilità di trovare piccoli margini di manovra sui conti pubblici, anche se solo grazie alle concessioni di Bruxelles, questi vengano utilizzati per accontentare i pensionandi e non altre categorie. I giovani votano poco e se lo fanno assegnano il loro consenso a partiti anti-sistema. Da qui, il tentativo della politica “tradizionale” di affermare la propria forza, scommettendo sugli anziani.

 

APPROFONDISCI – https://www.investireoggi.it/economia/crisi-lavoro-italia-cosa-dicono-realmente-numeri-governo-renzi/

 

 

 

Sarà sempre più così

Vi ricordate la proposta di qualche anno fa del leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, di regalare uno sconto sulle dentiere per chi si tesserasse al suo movimento politico? O di aumentare le pensioni minime a 1.000 euro al mese? Non si tratta di boutade ed è sbagliato reagire con una risata, perché l’Italia ha intrapreso da decenni questo percorso, sostenuto dai numeri: la popolazione italiana invecchia e la gran parte di essa si trova ormai in età adulta. L’età media di un italiano è di 44 anni, gli over 65 superano gli under-15. Che volete che importi ai partiti dei giovani? O ai sindacati, i cui iscritti sono quasi essenzialmente pensionati? O ai media tradizionali, i cui lettori sono quelli “storici” di decenni or sono?

E non illudiamoci che un cambiamento di mentalità sia dietro l’angolo, anzi sarà sempre più così, essendo la natalità bassa e non esistendo più un ricambio generazionale nemmeno sotto il profilo elettorale.

 

APPROFONDISCI – https://www.investireoggi.it/economia/litalia-invecchia-piu-in-fretta-delleuropa/

 

 

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