Pensionati favoriti dalla crisi, a pagare sono stati i lavoratori dipendenti

La crisi economica in Italia si è mangiata gli stipendi, ma ha favorito le pensioni. Vediamo alcuni dati, che si segnalano come i pensionati non avrebbero di che lamentarsi negli ultimi anni.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La crisi economica in Italia si è mangiata gli stipendi, ma ha favorito le pensioni. Vediamo alcuni dati, che si segnalano come i pensionati non avrebbero di che lamentarsi negli ultimi anni.

Mentre la politica s’interroga sull’opportunità di cancellare o ammorbidire la legge Fornero e le modalità con cui provvedere a rivedere la riforma delle pensioni del 2011, dopo una campagna elettorale concentrata in buona parte sui temi dell’innalzamento delle pensioni minime e sull’anticipo dell’età pensionabile, i dati ufficiali dell’Istat ci forniscono un quadro assai diverso da quello che l’opinione prevalente tra noi tende ad avere sui pensionati: non sono stati affatto vittime della crisi, anzi ne sono usciti ancora più forti di quanto non lo fossero prima. Vediamo alcune cifre. Nel 2016, i 21,2 milioni di lavoratori dipendenti hanno dichiarato 438,2 miliardi di euro di redditi complessivi, il 15,1% in più dei 19,9 milioni di dichiaranti del 2006. In 10 anni, quindi, il reddito pro-capite di un lavoratore dipendente italiano è aumentato da circa 19.130 euro a 20.670 euro, ovvero dell’8,1%, a fronte di un’inflazione cumulata nel periodo dell’11,5%. In termini reali, dunque, i redditi dei lavoratori dipendenti sono diminuiti di quasi 3 punti percentuali e mezzo in un decennio. In altre parole, i lavoratori italiani si sono mediamente impoveriti.

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E andiamo ad analizzare le cifre sulle pensioni. I redditi dichiarati sono aumentati tra il 2006 e il 2016 del 25,6%, salendo da circa 200 a oltre 250 miliardi. Nello stesso periodo, il numero dei pensionati si è ridotto da 15,3 a 14,6 milioni di unità, effetto delle riforme varate negli anni, che hanno inasprito i requisiti per accedere all’assegno. Dunque, l’aumento pro-capite è stato del 31,6%, ovvero di oltre il 20% in termini reali (al netto dell’inflazione). In altre parole, i pensionati si sono mediamente “arricchiti” con la crisi. Del resto, la crescita nominale della massa salariale è stata di appena l’1,4% all’anno nel decennio, quasi l’1% in meno all’anno delle pensioni.

Meno pensionati, ma assegni più alti

E così, il rapporto tra pensionati e lavoratori dipendenti si è sbilanciato in favore dei primi: il reddito di un pensionato medio nel 2006 era del 68,2% di quello di un dipendente, mentre nel 2016 risultava salito a oltre l’83%. E dire che nel frattempo si è avuto il blocco degli aumenti delle pensioni per gli assegni più alti, anche se più che compensato dai mancati rinnovi dei contratti per i dipendenti pubblici, solo da qualche mese parzialmente sbloccati. In ogni caso, anche grazie alla bassa inflazione è stato posto un freno all’indicizzazione degli assegni previdenziali, non in grado in sé di contenere la spesa complessiva, nonostante il numero dei percipienti sia in calo sin da 2009, ovvero ancor prima che venisse introdotta la legge Fornero. Se avessimo voluto mantenere costante il rapporto tra buste paga e pensioni, essenziale per la stabilità nel lungo periodo del sistema previdenziale (le prime pagano i contributi per erogare le seconde), avremmo dovuto incrementare gli assegni medi solo fino a non più di 14.100 euro all’anno, qualcosa come 3.070 euro in meno dei livelli odierni, pari a circa 256 euro al mese, tredicesima inclusa.

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E sempre elaborando i dati, otteniamo che nel 2016 vi erano 1,45 lavoratori per ogni pensionato, in aumento dagli 1,30 di 10 anni prima (+10,3%). Il trend appare positivo, quindi, almeno per questo aspetto, sebbene bisogna considerare che nello stesso decennio si è registrato un calo dei lavoratori autonomi, per cui la massa dei contributi Inps versata tende a ristagnare, mentre quella degli assegni erogati a crescere, pur in presenza di una riduzione dei pensionati. E allora, fatta salva l’esigenza di ammorbidire le regole per l’uscita dal lavoro per gli over 60, bisogna ammettere che l’unico modo per renderla compatibile con i conti pubblici sarebbe di frenare ulteriormente l’importo medio degli assegni, una misura certamente impopolare, ma che stando agli stessi dati ufficiali non sarebbe così iniqua come si penserebbe, escludendo da eventuali tagli o blocchi delle indicizzazioni le pensioni più basse e magari agendo al di sopra di certi importi su quelle erogate con il metodo retributivo, ovvero senza giustificazione dei contributi versati. L’unica alternativa sarebbe drenare ancora maggiori risorse dal lavoro per dedicarle agli anziani. Un siffatto sistema non avrebbe alcun futuro.

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Argomenti: Crisi economica Italia, Economia Italia, Pensioni

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