Il PD è rimasto anche senza soldi: entrate crollate, a rischio la gestione del partito

Il PD non è solo crollato come voti, adesso rischia persino di restare dissanguato sul piano finanziario. Le casse del partito si svuotano e il rischio per il Nazareno è di non avere abbastanza soldi per le prossime campagne elettorali.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il PD non è solo crollato come voti, adesso rischia persino di restare dissanguato sul piano finanziario. Le casse del partito si svuotano e il rischio per il Nazareno è di non avere abbastanza soldi per le prossime campagne elettorali.

Sull’esito elettorale disastroso del PD di Matteo Renzi, lo stesso che ottenne il 40,8% dei consensi nel non lontano maggio 2014, si è scritto e pure tanto. La sconfitta per l’ex premier fiorentino è stata così pesante, che nonostante avesse rassicurato che non si sarebbe dimesso nel caso di esito negativo, il 5 marzo scorso si è visto costretto a lasciare la carica di segretario per fare “il senatore semplice di Scandicci”. Oltre il danno, però, la beffa. I conti del partito, che già non se la passava affatto bene prima di questa tornata elettorale, piangono. La truppa dei parlamentari eletti nelle file del PD risulta crollata da 378 a 165 componenti tra Camera e Senato. Parte del tonfo era scontato per effetto del passaggio dall’Italicum al Rosatellum, ovvero da un sistema di voto con premio di maggioranza, a uno senza. Se con appena il 25,5% dei voti nel 2013, Pierluigi Bersani aveva ottenuto, infatti, il 54% dei deputati, stavolta con il 18,7% dei consensi il partito di Renzi si è dovuto accontentare di 112 eletti a Montecitorio.

Poiché ciascun parlamentare versa per statuto 1.500 euro al mese alle casse del PD, il tesoriere Francesco Bonifazi si ritroverà a incassare ben -3,8 milioni di euro su base annua, che nell’arco della legislatura fanno più di 19 milioni in meno. Brutto colpo, considerando che i conti del 2017 dovrebbero essersi chiusi in attivo di appena 1,5 milioni di euro, pur in recupero dal rosso di 9,5 milioni dell’anno precedente, quando furono spesi ben 14 milioni di euro per le campagne elettorali delle amministrative e, soprattutto, per il referendum costituzionale di dicembre, finito con una sonora sconfitta per il governo Renzi.

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Dal 2016, il finanziamento pubblico ai partiti risulta soppresso sulla spinta proprio di quell’ondata “grillina”, che ha spinto per tagliare i costi della politica a carico del contribuente. Da allora, i bilanci dem sono diventati molto più stretti, mentre le spese sono aumentate. E così, grazie al 2 per mille il PD può contare sui 7,9 milioni per il 2017, mentre altri 6,5 milioni sono arrivati fino ad oggi dai parlamentari. Un altro milione e mezzo, poi, lo si deve a donazioni di persone fisiche e aziende. In tutto, siamo sui 16 milioni di euro di incassi, di cui la metà se ne va per pagare gli stipendi dei 184 dipendenti, di cui 56 in aspettativa e 13 in distacco. Dall’estate scorsa, Bonifazi ha avviato la cassa integrazione a rotazione, che si concluderà l’autunno prossimo, quando molto probabilmente, visti i numeri, metà del personale potrebbe essere mandato a casa.

E adesso è allarme 2 per mille

Oltre ai minori contributi dei parlamentari, bisognerà fare probabilmente i conti con le minori donazioni private, perché è evidente che queste, specie dalle aziende, arrivino perlopiù in favore dei partiti di governo. Dal 4 marzo, invece, il PD è diventato un partito di estrema minoranza, oltre che probabilmente di opposizione. E chissà che il ridotto appeal per quanto stia accadendo nel partito dopo la batosta e a seguito di una qualche possibile scissione (renziana), persino il 2 per mille di rivelerà molto meno generoso nei prossimi mesi? I contributi dovranno essere versati senza costi aggiuntivi in sede di dichiarazione dei redditi, ovvero tra maggio e luglio, proprio nei mesi caldi del dopo-sconfitta.

Non a caso, la tesoreria inizia a battere cassa e la prima vittima illustre della crisi finanziaria del partito è Pietro Grasso, che da presidente del Senato aderente al PD non risulta avere versato 85.000 euro. Denaro, che l’ormai leader di LeU, uscito a sua volta sconfitto dalle urne, non intende affatto versare. Il rischio per i democratici consiste nella difficoltà di fronteggiare le prossime scadenze elettorali (l’anno prossimo si vota per le europee) con la liquidità necessaria, dopo che in pochi anni le disponibilità sono state praticamente prosciugate, crollando dai quasi 10 milioni del 2015 agli 1,7 del 2016.

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Oltre ai licenziamenti di quasi un centinaio tra funzionari, segretari e giornalisti, a farne le spese potrebbe essere proprio la sede del partito a Roma, quella al Largo del Nazareno, simbolo del PD nell’ultimo decennio, da quando l’allora segretario-reggente Dario Franceschini la scelse al posto del loft di Walter Veltroni al Circo Massimo, per la sua posizione più centrale. Costo annuo: 500.000 euro per 3.000 metri quadrati. Troppi per essere sostenuti da casse svuotate tra parlamentari più che dimezzati e battaglie elettorali straperse. Non che i soldi siano l’unico ingrediente per fare politica, ma senza non si canta messa. E il cestino delle offerte segnala crisi nera per il dopo Renzi, che lasciando la segreteria potrebbe allontanare anche gli assegni fino a 5 zeri staccati da imprenditori e finanzieri negli anni del suo governo e che avevano arricchito la tesoreria dem. Oltre il danno, la beffa!

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Argomenti: Matteo Renzi, Politica, Politica italiana