PD all’opposizione, nella strategia di Renzi più rischi che opportunità

Il PD spiegherà oggi al presidente Mattarella che andrà all'opposizione. La strategia dell'ex segretario Matteo Renzi sembra illogica, ma non lo è. Eppure, le insidie rischiano di essere molte e pericolosissime per la sopravvivenza del Nazareno.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il PD spiegherà oggi al presidente Mattarella che andrà all'opposizione. La strategia dell'ex segretario Matteo Renzi sembra illogica, ma non lo è. Eppure, le insidie rischiano di essere molte e pericolosissime per la sopravvivenza del Nazareno.

Secondo e ultimo giorno di consultazioni al Quirinale. Entro il pomeriggio, saliranno al Colle tutti i rappresentanti dei principali gruppi parlamentari, ovvero di Forza Italia, Lega, PD e Movimento 5 Stelle. Quasi certamente, il presidente Sergio Mattarella annuncerà tra stasera e domattina lafumata nera, perché una maggioranza numerica in Parlamento per fare nascere un nuovo governo ad oggi non c’è. Non stanno aiutando i veti posti da Luigi Di Maio contro Silvio Berlusconi e Forza Italia, nella speranza che il centro-destra si divida e che i grillini possano andare a Palazzo Chigi con il sostegno solo della Lega, la quale magari avrà attirato a sé una pattuglia di deputati e senatori azzurri. Tuttavia, Matteo Salvini non ha intenzione di rompere l’alleanza, anche perché sente odore di elezioni anticipate e il rapporto con Forza Italia e Fratelli d’Italia gli servirà ancora, eccome. In più, a fine mese si tengono le elezioni in Molise e Friuli-Venezia-Giulia, nonché in 760 comuni, alcuni di peso come Catania, Siracusa, Brescia. E il centro-destra corre per vincere, per dimostrare di essere davvero il primo schieramento politico, accrescendo le probabilità di ampliare i consensi in Parlamento.

Il bullismo di Di Maio contro Berlusconi ha una logica e non fa ben sperare

La strategia di Renzi

Ma c’è un altro Matteo, che pur inabissandosi sul piano mediatico, sta giocandosi una strategia apparentemente poco comprensibile e che, invece, una sua logica ce l’ha. Parliamo di Renzi, l’ex premier e segretario dimissionario del PD, che ha chiarito sin dal 5 marzo scorso che il suo partito andrà all’opposizione, seminando scompiglio tra gli stessi dem, alcuni dei quali, in barba alla batosta elettorale accusata poche ore prima, si stavano già affannando a contrattare poltrone, come la presidenza della Camera, pur tra secche smentite.

Renzi e il suo successore Maurizio Martina non si schiodano: nessun sostegno a Movimento 5 Stelle e Lega, facciano da soli. La posizione sembra condivisa dalla stragrande maggioranza del partito, mentre ad aprire ai grillini è pubblicamente solo il governatore pugliese Michele Emiliano, rappresentativo appena di un 10% dei consensi della base, però, stando ai risultati delle primarie di meno di un anno fa. Il pressing di Mattarella sul “suo” PD si farà più intenso nelle prossime ore, perché senza i democratici non sono possibili soluzioni alternative a quella al momento più probabile, ovvero una maggioranza M5S-Lega, la quale si schianta contro il muro delle contrapposizioni tra Di Maio e Berlusconi.

Ma perché il PD s’intestardisce ad andare all’opposizione? Sul piano genuinamente politico, il Nazareno ha preso consapevolezza di essere stato duramente bocciato dagli elettori. Ostinarsi a restare al governo sarebbe un suicidio, in termini di immagine e di capacità di ripartire per tornare a vincere. Tuttavia, i ragionamenti reali tra i dirigenti sono ben altri, molto più concreti e tattici. Consentendo la nascita di un governo M5S-centro-destra, il PD sarebbe l’unico partito all’opposizione. Ciò gli consentirebbe di monopolizzare i consensi degli italiani contrari all’esecutivo. I rischi, però, sembrano essere tanti, dipendendo anche dalla durata di un eventuale siffatto equilibrio politico.

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Il rischio estinzione per il PD

Poniamo che Di Maio e Salvini, magari col sostegno esterno di Forza Italia, riuscissero a reggere al governo insieme fino alle elezioni europee tra poco più di un anno, magari riuscendo a mettere in atto qualche misura clou dell’uno e dell’altro, ovvero tagli ai vitalizi e lotta all’immigrazione clandestina rispettivamente, escludendo che trovino subito le risorse per implementare promesse come il reddito di cittadinanza e la flat tax. Potrebbe bastare per consolidare i loro consensi e al rinnovo dell’Europarlamento M5S e Lega potrebbero pure vincere a mani basse, anche perché nel frattempo l’attenzione mediatica si sarà concentrata tutta sui due nuovi enfants prodiges della politica nazionale.

Un esito pessimo del PD alle europee spingerebbe molti dirigenti a ipotizzare la scissione e la conseguente formazione di un nuovo soggetto politico. Insomma, sarebbe la fine del PD, altro che rilancio. Il rischio sarebbe accresciuto nel caso in cui – e la sensazione che ciò accada c’è già – Di Maio giocasse a contrapporsi al centro-destra nella prospettiva di dare vita a un nuovo centro-sinistra, smantellando elettoralmente il vecchio. I democratici non verrebbero granché rimpianti dalla base, specie quelli dell’ultima versione renziana. A quel punto, nascerebbe un nuovo bipolarismo, che vedrebbe Renzi e il suo PD sparire dalla scena politica romana. Il secondo pilastro di questo ordine sarebbe rappresentato da una Lega allargata a tutti i movimenti alleati. E state certi che di questo passo Forza Italia non reggerà a lungo.

Bisogna ammettere che, tatticismi a parte, Renzi di reali alternative non ne disporrebbe oggi. Se si alleasse con l’M5S, il PD rischierebbe di esserne risucchiato. Se appoggiasse un governo di centro-destra, quel che è rimasto della base si sgretolerebbe in un batter di ciglio. Per questo, l’ipotesi di una scissione renziana appare non solo probabile, ma persino logica. L’area meno ideologizzata (centrista) si staccherebbe dal resto del PD, avendo un proprio margine di manovra in Parlamento, che altrimenti non potrebbe permettersi, appoggiando con ogni probabilità più il centro-destra e lasciando semmai che il residuale Nazareno abbracci i grillini. Per adesso, lo sguardo va alle amministrative. Meno di un mese ancora e la partita post-elettorale sarà finalmente disputata davvero dai giocatori in campo.

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Argomenti: Politica, Politica italiana