Quantitative easing: Draghi pronto a rafforzarlo, non si fida dell’economia europea

Il "quantitative easing" potrebbe essere rafforzato. Il governatore della BCE, Mario Draghi, si mostra preoccupato sulla ripresa economica e dei prezzi nell'Eurozona. Vediamo perché.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
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Nonostante la crescita nell’Eurozona sembra avere accelerato ai massimi da sei anni e l’inflazione nell’area si stia avvicinando al target fissato dalla BCE, pur avendo ripiegato all’1,5% a marzo dal 2% di febbraio, il governatore Mario Draghi si mostra poco convinto della solidità della ripresa in corso e alla vigilia di un incontro a Washington con i vertici del Fondo Monetario Internazionale, ha ribadito la sussistenza di rischi al ribasso per la crescita e un trend al rialzo poco convincente anche per i prezzi, pur essendo svanita la spirale negativa delle aspettative che si auto-realizzano. Per questo, il numero uno di Francoforte si è detto pronto ad aumentare la quantità di acquisti di assets, realizzati con il “quantitative easing”, qualora ve ne fosse bisogno.

Immediata la reazione del cambio euro-dollaro alle parole di Draghi, cedendo lo 0,26% a 1,068-9. Inusuale appare che una banca centrale si mostri pronta a incrementare gli stimoli, quando da poche settimane ha iniziato a ridurne la portata mensile. Da aprile, infatti, il “quantitative easing” è sceso da 80 a 60 miliardi fino a tutto l’anno. (Leggi anche: Quantitative easing, stretta si allontana e l’euro cede)

Draghi preoccupato per la fine degli stimoli

Cosa vi è dietro ai timori del governatore? Semplice sfiducia verso la modesta congiuntura economia nell’Eurozona, oppure qualcosa di più? Che l’inflazione sia stata spinta negli ultimi mesi più dalla corsa delle quotazioni del petrolio dopo l’accordo OPEC di fine novembre per il taglio della produzione, è sembrato fin troppo evidente. Più che l’efficacia del QE, è stato il rally del greggio sui mercati, unitamente a un indebolimento dell’euro contro il dollaro ad avere sostenuto la ripresa dell’inflazione, aumentando il costo dei beni importati. Ne è prova il fatto che l’inflazione di fondo, al netto proprio delle componenti volatili (energetica e alimentare), sia rimasta sotto l’1%.

Da qui, però, a paventare nuovi stimoli c’è qualcosa che non quadra. Per quanto insoddisfacente, il pil dovrebbe crescere quest’anno nell’area dell’1,6%, stando alle stime della Commissione europea, dell’1,8% per la BCE. L’inflazione attesa da Francoforte per l’intero 2017 è dell’1,7%, quasi in linea con l’obiettivo di una crescita tendenziale dei prezzi di poco inferiore al 2%. (Leggi anche: Crescita Eurozona al top da 6 anni, ma a Draghi viene il mal di testa)

Senza QE verrebbe giù l’Eurozona

E allora, che succede? Draghi potrebbe non fidarsi della capacità dell’Eurozona di camminare sulle proprie gambe, in assenza di nuovi stimoli e di condizioni ultra-favorevoli sui mercati finanziari. Si consideri che nel solo primo quadrimestre dell’anno, la BCE e la Bank of Japan insieme hanno acquistato assets finanziari per un controvalore complessivo di ben 1.000 miliardi di dollari. Liquidità iniettata sui mercati, che tiene bassissimi i rendimenti dei bond pubblici e privati e rafforza le quotazioni azionarie, indebolendo tendenzialmente i tassi di cambio.

Dallo scoppio della crisi finanziaria nel 2008 ad oggi, si stima che le principali banche centrali del pianeta avrebbero incrementato i loro bilanci di 13.000 miliardi di dollari, anche in questo caso con il rastrellamento sui mercati di titoli, che hanno abbassato ai minimi storici rendimenti sovrani e di bond privati, facendo impennare l’azionariato. Il venir meno di queste condizioni renderebbe molto difficoltosa la crescita economica e dei prezzi in un’area – l’Eurozona – dove già oggi il pil aumenta di poco e non certo grazie alla domanda interna, che resta debole.

Draghi è consapevole che con la risalita dei tassi e il rafforzamento dell’euro, economie come l’Italia rischierebbero di tornare in recessione, in presenza di consumi e investimenti stagnanti, mentre i conti pubblici non si reggerebbero in piedi, a causa dell’aumento dei costi di rifinanziamento del debito. Verrebbe giù l’intera impalcatura dell’unione monetaria, che non sarebbe in grado di reggere una nuova fase di tensioni finanziarie e politiche al suo interno. (Leggi anche: Quantitative easing: nuovi stimoli in arrivo, ma rischio Italexit)

 

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Argomenti: Bce, bolla finanziaria, Crisi Euro, Economia Europa, Mario Draghi, quantitative easing, stimoli monetari

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